Ai piedi del vulcano spento sorge la gigantesca fortezza normanna che cambiò per sempre la storia d’Europa

Quando si arriva in Basilicata, ci si perde fra quel che resta del tirreno e dello ionio, fra il manto del cielo, i cui colori ricordano l’oro e il quarzo spaccato, nelle vallate brulle e nell’orizzonte scarso, segmentato dal Vulture e dalla Val d’Agri, nei paesi abbarbicati che brulicano di un riservato e quieto splendore, nei ricordi di Carlo Levi, che, qui esiliato, fra Grassano ed Aliano, parlava della magia e dell’abracadabra lucani, nei sapori confusi eppure distinguibili: l’amaro del peperone crusco, il piccante della rafanata, il carattere superbo dell’aglianico, la libidine del caciocavallo impiccato, la dolcezza dei calzoncelli, la grassezza del canestrato
Terra di lame affilate – la balestra di Avigliano –, vivido epicentro dell’ars poetica romana – Venosa, la città di Orazio –, luogo in cui il cristianesimo resiste e trova la sua espressione in un’imponente e delicata cantilena devozionale – il pianto antico, il cristo di Maratea –, cuore di antichi riti legati alla cultura arborea, di carnevali, di templi greci, di città romane, la Basilicata deve il suo nome al termine basiliskós, che stava ad indicare il funzionario bizantino incaricato di amministrare il territorio nel medioevo; questa terra, però, è altresì nota come Lucania – la cui estensione, anticamente, includeva alcune parti delle Puglie, della Campania e della Calabria –, dove l’etimologia rimanderebbe al latino lucus – ad indicare una radura luminosa o un bosco sacro –, al greco lykos (lupo), per via della grande presenza di questi animali nei boschi locali, o, ancora, alla radice protoindoeuropea leuk, e cioè, “terra di luce”, ad indicare il luogo in cui sorgeva il sole
Se dovessimo pensare a un paesaggio fiabesco, penseremmo a Pietragalla e ai suoi palmenti – strutture ipogee scavate nell’arenaria –, se ci dovessimo meravigliare di un luogo che ricorda l’asprezza del territorio palestinese, penseremmo a Matera o a Craco, se dovessimo immaginare i fasti della grecità e l’ingegneria romana, penseremmo a Metaponto e Grumentum, e, ancora, se dovessimo raccontare di rocce che salgono dalla terra e si inerpicano nel cielo, parleremmo di Castelmezzano e di Pietrapertosa, le Dolomiti lucane Se Cristo si è fermato a Eboli, noi oggi ci fermiamo in Basilicata, e, nello specifico, a Melfi, un contenitore, uno scrigno della regalità medievale, inanellata fra il vulcanismo del Vulture e la profondità dei laghi di Monticchio.
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La città di Federico II di Svevia
Sita nella provincia potentina, Melfi – la cui etimologia deriva dall’omonimo torrente, la Melfia –, e il suo belvedere non si separano, né possono essere pensati al di là del suo castello e delle sue mura, i marchi di fabbrica dell’impianto cittadino; scelta dai Normanni come capitale della Contea di Puglia e del Ducato di Puglia e Calabria, durante la sua lunga storia, ospitò 5 concili papali – fra il 1059 e il 1137 –, fra cui quello che diede inizio alla prima Crociata, in cui, nel 1089, papa Urbano II gettò una prima bozza della spedizione in Oriente, poi definitivamente formalizzata al concilio di Clermont nel 1095, il celebre Deus vult!
Con la morte di Guglielmo d’Altavilla, ultimo re di Sicilia della dinastia normanna, la successione del regno andò agli svevi – ai quali, nei secoli a venire, succedettero gli Angioini, gli Aragonesi e i Doria –, e, nello specifico, dapprima a Enrico IV di Svevia, consorte di Costanza d’Altavilla, regina normanna, e poi a loro figlio, Federico II, altresì noto con l’epiteto di stupor mundi. Fu, invero, grazie a Federico che Melfi raggiunse il suo massimo splendore, essendo stata scelta dall’imperatore quale meta estiva prediletta. Federico si curò bene di ampliare il castello, già costruito, a partire dal 1042, in epoca normanna, dotandolo di una prima cinta muraria, e di procedere al riattamento dei monumenti presenti nella città; a Melfi, il sovrano aveva occasione di dedicarsi alle sue attività preferite, in particolare la falconeria – sulla quale egli scrisse anche un trattato, il de arte venandi cum avibus –, praticata fra le radure e i boschi del Monte Vulture. Al suo hobby prediletto, la falconeria, l’imperatore alternava altresì attività intellettuali, quali lo studio dell’arabo, della filosofia e delle scienze più disparate, attività culinarie e musicali, così come la poesia, essendo stato egli, presso la sua corte, il principale promotore della nascita della Scuola Siciliana
E fu proprio dal castello di Melfi che, nel 1231, Federico emanò le celebri Costituzioni melfitane, altresì note come Liber Augustalis, un articolato corpus di leggi volto a regolamentare la vita politica ed economica del Regno di Sicilia, la cui composizione venne affidata ai più validi giuristi dell’epoca, fra cui spiccano Pier della Vigna – citato anche da Dante nel XIII canto dell’Inferno – e Michele Scoto, filosofo e matematico scozzese. Rispettivamente suddivise in Proemio, Consitutiones e Novellae – a ricordare il Corpus Iuris Civilis giustinianeo –, le Costituzioni si prefiggono l’obiettivo di rafforzare l’autorità imperiale, garantendo la pace nel regno, di regolamentare l’attività economica e politica, puntando a un incremento delle risorse finanziarie necessarie alla politica imperiale, e, soprattutto di limitare i privilegi e le autonomie acquisite dalle famiglie nobiliari locali e dai vescovi. Nel Liber Augustalis vengono trattate anche altre tematiche, quali i problemi sanitari delle città, risolti con l’introduzione dei butti – cavità artificiali deputate allo smaltimento dei rifiuti –, nonché dell’attività conciaria, la lavorazione delle pelli svolta all’interno delle botteghe artigiane; alcune norme, inoltre, proibivano l’ordalia – la prova dell’innocenza dell’imputato attraverso prove dolorose e strazianti, quali camminare sul fuoco –, e i duelli giudiziari.
Melfi: il castello e le mura
Noto per essere uno dei più importanti e meglio conservati castelli medievali del Mezzogiorno, quello di Melfi si contraddistingue per essere l’unico fra i castelli federiciani ad avere un fossato, perché la sua funzione era difensiva, mentre agli altri era deputata una funzione d’avvistamento. Edificato in epoca normanna – nello specifico, a partire dal 1042 per iniziativa di Guglielmo Braccio di Ferro –, il sito venne rimaneggiato nei secoli successivi, e, come detto, divenne la residenza prediletta di Federico II, prima di passare, a partire dalla fine del XIII secolo, nelle mani degli Angioni prima, degli Aragonesi poi, e, da ultimo, in quelle dei Doria. Il castello, oltre ad aver ospitato 5 concili papali – fra cui quello di Melfi I, in cui papa Nicolò II riconobbe le casate normanne degli Altavilla e Drengot – e ad essere stato il luogo d’emanazione delle Costituzioni melfitane, ospita, ad oggi e al suo interno, il museo archeologico nazionale del Melfese, sito che custodisce rilevanze archeologiche rinvenute nella zona del Vulture-Melfese, riguardanti le popolazioni indigene italiche, quali i dauni, i lucani e i sanniti, e, successivamente, altresì del periodo romano, bizantino e normanno. È nel periodo svevo che, per iniziativa di Federico II, il castello venne ampliato, dotato di una prima cinta muraria, e di due torri esterne con funzione di prigione e maschio, nei cui sotterranei erano collocate le segrete e la sale per le esecuzioni; è nel periodo angioino, tuttavia, che, su progetto dell’architetto Pierre d’Agincourt, il castello assunse la fisionomia che conserva tutt’oggi: nello specifico, vennero completate la cinta esterna e il fossato, vennero aggiunte tre torri pentagonali e tre rettangolari, nonché vi fu il completamento della cisterna deputata al raccoglimento dell’acqua piovana.
Edificate a partire dall’epoca bizantina, e poi ampliate dai Normanni, dagli Angioini e dagli Aragonesi, le mura inglobano il centro storico, costituendo un imponente esempio di architettura fortificata giunta sino ai nostri giorni; attualmente, dei suoi 3 km di lunghezza se ne conservano circa i 2/3, mentre il resto, purtroppo, versa in uno stato di totale abbandono. Le mura contano 5 porte d’ingresso: porta Venosina – con il tratto viario che portava sino a Venosa –, porta Calcinaia, porta Balnea – che deve il suo nome alle fontane e alle sorgenti poste nelle vicinanze, e precedentemente utilizzate dai bizantini come impianti termali –, porta sant’Antolino e porta Troiana, quest’ultima, aperta in seguito per collegare la città al tavoliere delle Puglie.
