Cercavamo le spiagge, abbiamo scoperto la storia: i nostri 10 giorni in viaggio tra le meraviglie archeologiche della Sardegna
È tutto merito di Alberto Angela se quest’anno abbiamo abbandonato le nostre adorate terre anglo-francesi per le vacanze: dalla lettura del libro Meraviglie, dove venivano menzionati alcuni siti archeologici in terra di Sardegna, ho iniziato ad approfondire il discorso, scovando tantissimi posti interessanti da esplorare durante le nostre ferie di agosto. Guide e Google sottomano, ed è nato – non senza fatica, ho dovuto scartare moltissime tappe per ovvie ragioni di tempo – un itinerario assolutamente da sogno, che prometteva davvero meraviglie, soprattutto evitando le spiagge (sicuramente prese d’assalto) e puntando verso luoghi lontani dal turismo di massa. Prevedendo di esplorare l’isola da nord a sud e rimanendo per lo più verso la parte ovest, abbiamo prenotato il trasferimento in nave da Livorno e le sistemazioni per la notte con largo anticipo, il che ci ha consentito di risparmiare un pochino. Ci siamo appoggiati per l’80% alla nostra agenzia di viaggio di fiducia e in particolare a Silvia, che con il suo aiuto ci ha permesso di usufruire di alcune sostanziose facilitazioni a cui potevamo accedere solo sottoscrivendo un “pacchetto” in agenzia. Grazie anche ai consigli dei colleghi Massimiliano e Bernardo ho arricchito il nostro itinerario con alcune chicche molto interessanti, facendo sì che le aspettative si alzassero ancora di più – se mai ce ne fosse stato bisogno…
Indice dei contenuti
Diario di viaggio in Sardegna
Giorno 1 – Partenza da Parma
Per evitare ritardi dovuti al traffico in autostrada, partiamo da Parma verso le 15.30. Il traghetto per Olbia partirà da Livorno alle 22.30, ma la compagnia Grimaldi richiede l’arrivo non più tardi di 2 ore prima, per avere il tempo di imbarcare anche la nostra autovettura. Al nostro arrivo a Livorno, dopo un paio d’ore di viaggio tranquillo, decidiamo di passare per prima cosa all’imbarco riservato alla compagnia, dove ci avvisano che potremo varcare il cancello per i controlli già dalle 18.30. Decidiamo di saltare la cena nella pizzeria che avevo prenotato vicino al porto, e ci affidiamo alla Casa del Panino a Stagno, che dista dall’imbarco una manciata di chilometri ed apre alle 17.30. Ci gustiamo 2 panini Livorno (schiacciata con acciughe, mozzarella e salsa verde)e con due bottigliette d’acqua spendiamo in totale 18 euro. Torniamo al porto e passiamo il controllo dei documenti, così possiamo parcheggiare l’auto in attesa dell’imbarco e raggiungere la fresca sala d’attesa della compagnia. Siamo a bordo dopo le 21, la nave parte puntuale sotto una beneaugurante luna rossa che si specchia nel mare. Facciamo un giro su e giù per i ponti e fuori sul parapetto della nave, poi andiamo in cabina per cercare di dormire almeno qualche ora prima di sbarcare ed iniziare la nostra avventura in Sardegna.
Giorno 2 – Arzachena, Santa Teresa Gallura
La voce del capitano ci sveglia alle 5.30, poi gli inservienti iniziano a bussare per farci lasciare la cabina il prima possibile e raggiungere i ponti superiori per la colazione, prima dello sbarco. Con l’intermediazione dell’agenzia, il trasferimento andata e ritorno via mare, inclusa la cabina con bagno e l’assicurazione per l’auto, ci è costato 925 euro, ma il servizio Grimaldi si è rivelato puntuale e di qualità.
Arriviamo ad Olbia alle 7.30, ma di fatto sbarchiamo con l’auto un’ora dopo.
Da Olbia ad Arzachena ci sono circa una trentina di chilometri – a breve distanza l’uno dall’altro ci attendono due siti archeologici tra i più antichi dell’isola. Al nostro arrivo, l’addetta ci illustra la zona circostante, ma ci atteniamo al programma e chiediamo il biglietto cumulativo a 7 euro solo per la Tomba di Giganti di Li Lolghi e per la Necropoli Li Muri.
Li Lolghi è uno dei sepolcri collettivi di epoca nuragica più imponenti e meglio conservati dell’intero panorama sardo.Con i suoi 27 metri di lunghezza complessiva e una stele monolitica alta quasi 4 metri, questa tomba domina il paesaggio circostante e non manca di stupirci per la sua straordinaria imponenza. Alla prima fase costruttiva è pertinente un dolmen allungato circondato da un recinto in pietra, databile all’Età del Bronzo Antico (1800 – 1600 a.C. circa), mentre nella seconda fase, ascrivibile all’Età del Bronzo Medio (1600-1400 a.C. circa), venne realizzata l’area cerimoniale semi-circolare detta “esedra” e il lungo corridoio funerario, che osserviamo girando intorno all’area e salendo su un’opportuna scaletta che ci consente di scattare qualche foto anche da un piano più alto. Ritorniamo all’auto dopo diversi scatti, e ci dirigiamo alla seconda tappa della mattinata, che dista da qui nemmeno 2 chilometri. La Necropoli di Li Muri, scoperta nel 1939, è databile intorno alla seconda metà del V millennio a.C., ed è quindi molto più antica rispetto a Li Lolghi – rappresenta infatti il sito più antico visitabile nel comune di Arzachena nonché, ad oggi, l’unica “necropoli a circoli” in Sardegna.
La necropoli si compone di un gruppo di 4 circoli funerari, con al centro di ognuno un cassone in pietra, destinato ad accogliere uno o più defunti. A pochissima distanza, riusciamo a scorgere anche un quinto circolo, più piccolo degli altri ma certamente non senza importanza. Il caldo inizia a farsi sentire, e decidiamo di spostarci verso Santa Teresa di Gallura e l’hotel in cui trascorreremo la notte. Prima di arrivare in albergo, però, saliamo sulla collina che sovrasta la cittadina – dai siti di Arzachena dista una quarantina di chilometri – e ci fermiamo per vedere se riusciamo a vedere ciò che resta delle Colonne Romane nell’omonima spiaggia, che però è molto affollata. Puntiamo allora verso Capo Testa, dove troviamo facilmente parcheggio. Con il faro a sinistra e lo splendido panorama del mare a destra, il chiosco della panineria Groove on the Rocks è ciò che fa per noi – l’avevo trovato su Google e mi ero ripromessa di andarci. Ordiniamo subito due panini al polpo – mai scelta fu tanto azzeccata.
Il pane è croccante, e il polpo all’interno è tenero e saporito. Con una bottiglia d’acqua e una di Coca Cola la spesa totale è di 25 euro, ma siamo molto soddisfatti – l’accoppiata panino gourmet e paesaggio mozzafiato è davvero qualcosa di unico. Qualche foto al faro (alto 23 metri, attivo dal 1845, domina le Bocche di Bonifacio ed è ben visibile dalla Corsica e dalla Maddalena) e siamo pronti a scendere a Santa Teresa di Gallura.
Per fortuna, troviamo libero un posto davanti all’Hotel Canne al Vento, dove dormiremo stanotte (210 euro per la camera doppia, colazione inclusa). La hall è fresca e piena di dettagli legati alla Sardegna, a Grazia Deledda e altri scrittori. Dopo una breve attesa, veniamo accolti molto amichevolmente dal titolare. La camera è in realtà una tripla, molto spaziosa e pulita, così come il bagno. Ci rinfreschiamo e ci riposiamo un po’ prima di uscire a piedi per un aperitivo. È impensabile spostare l’auto e lasciare il posto davanti all’albergo, comunque il centro è veramente ad un tiro di schioppo.
Il centro di Santa Teresa Gallura è piccolo e raccolto, ha l’aria semplice ma anche elegante, con le sue belle vetrine dove vengono esposti i meravigliosi coralli lavorati in zona. Vaghiamo senza meta tra stradine e negozietti, arriviamo fino ad una terrazza da dove si vede il mare e un po’ di tramontana rinfresca questo bellissimo tardo pomeriggio.
Ci fermiamo al Baretto nella piazza principale a prenderci un aperitivo con due birre (di cui una è una IPA artigianale locale); 13 euro non sono pochi ma siamo contenti di poterci godere un po’ di pace mentre beviamo e sgranocchiamo patatine e taralli.
Arriviamo un po’ in anticipo al ristorante che ho prenotato da casa, dopo aver sbirciato i menù di altri ristoranti il menù e i prezzi ci sembrano interessanti. Da M ‘n m Vineria &Spaghetteria ceniamo bene con 72 euro gustandoci una porzione di formaggio al forno con pane guttiau, due porzioni di spaghetti alle vongole, birre, acqua e caffè. Peccato solo che il vento sia sparito, nel dehors fa un caldo terribile, e i ventagli che il titolare distribuisce gentilmente alle signore servono davvero a poco. Riprendiamo il cammino per tornare in albergo al fresco, e riposare dopo questa prima giornata di esplorazioni.
Giorno 3 – Monte d’Accoddi
La colazione all’Hotel Canne al Vento ci lascia a bocca aperta: non abbiamo mai visto un’offerta così ampia, tra dolce, salato e prodotti tipici della zona. Lasciamo l’hotel molto soddisfatti e iniziamo la nostra giornata – ci aspettano un bel po’ di chilometri, dobbiamo iniziare a spostarci verso sud.
La spiaggia di Cala Caneddi, al nostro arrivo dopo circa 50 chilometri di strada, è pressoché deserta, ma non siamo fortunati perché il cielo è grigio e l’aria è umida e pesante. La spiaggia si presenta con sabbia mista a sassolini e scogli ed è circondata da macchia mediterranea. Nonostante le lodi entusiastiche delle guide, non siamo poi così colpiti e risaliamo in auto dopo qualche foto scattata svogliatamente. La prossima tappa, a 63 chilometri da qui, è il Santuario Prenuragico Monte d’Accoddi. Acquistiamo i biglietti (5 euro a testa) e ci incamminiamo verso il sito, che ci appare in tutto il suo splendore dopo circa 200 metri, sorprendendoci sin da subito. Rappresenta infatti un unicum dell’archeologia della Sardegna preistorica. Il sito, scoperto negli anni Cinquanta, comprende un altare a terrazza con forma di piramide tronca e resti di capanne. Il monumento principale è un altare a pianta rettangolare di 37×30 metri, con un’altezza di circa 10 metri e costituito da grossi massi di calcare sbozzati. L’accesso alla sommità è consentito da una rampa a larghi scalini lunga 42 metri. Il monumento risale addirittura all’inizio dell’Età del Rame (3500-2900 a.C.).Negli Anni Ottanta, nuove ricerche archeologiche hanno permesso di scoprire, all’interno della struttura dell’altare attualmente visibile, i resti di un tempio ancora più antico, rifinito con intonaco dipinto di rosso (segno di rigenerazione) e per questo denominato “Tempio rosso”, che però non è al momento visitabile.
Avendo avuto il permesso in biglietteria, saliamo i 42 metri di rampa e arriviamo sulla cima assolutamente incantati dallo spettacolo: in basso riusciamo a scorgere ciò che rimane di quanto era stato costruito intorno all’altare (strutture circolari – probabilmente basi delle capanne – e menhir), e poi – tutt’intorno a noi – il bel paesaggio della brulla campagna sarda.
Siamo nettamente in anticipo sul programma, quindi decidiamo di andare a vedere le due chiese di Balai Vicino e Balai Lontano a Porto Torres, in modo da lasciare solo la Basilica di San Gavino per il pomeriggio e poterci riposare un po’.
Dopo aver percorso circa 8 chilometri, arriviamo sopra la chiesa di Balai Vicino, che ahimè è chiusa per restauri e nemmeno fotografabile. Non ci arrendiamo e andiamo invece alla scoperta – ad appena 2 chilometri di distanza, della piccola chiesa di Balai Lontano. Costruita in calcare locale, la tradizione vuole che sia stata eretta nel luogo dove, dopo il martirio di San Gavino del 303, non sarebbe più cresciuto alcun filo d’erba. La facciata, con due colonne in granito grigio agli angoli, presenta un ingresso rimaneggiato più volte e due piccoli oculi sui lati lunghi per illuminare l’interno. La chiesa viene aperta solo ogni 25 ottobre, per la messa in memoria di San Gavino, e ogni 25 aprile, quando si celebra la festa del patrono degli agricoltori. Anche solo vedendola da fuori, la chiesetta a picco sul mare ci trasmette emozioni particolari.
Leggendo la storia di San Gavino, un soldato romano convertito alla fede cristiana e poi martirizzato dopo aver tentato invano di salvare due nuovi compagni di fede, Proto e Gianuario, avvertiamo il significato anche mistico della costruzione che ci troviamo davanti agli occhi, immersa in un panorama unico: si staglia piccola, semplice, rustica ma fiera tra il blu del male e del cielo e gli splendidi e profumati oleandri bianchi e rosa sulla pista ciclabile che si snoda davanti alla chiesa. Dalla piccolissima finestrella che sovrasta la porta con la maniglia a cui i fedeli hanno appeso dei rosari, l’ombra di una statua di una piccola Madonna sembra accogliere il visitatore che si è spinto sin qui. È un luogo semplice e particolare allo stesso momento, e ci ripromettiamo di tornare in serata per gustarcelo al tramonto.
È ormai ora di pranzo, e ci spostiamo alle porte di Porto Torres, al Ristorante Li Lioni, dove ho prenotato un tavolo per le 13.00. La tenuta ci accoglie con il suo bel giardino, e il personale ci dà il benvenuto in una sala spaziosa, dallo stile rustico. Avevamo già avuto modo di studiarci il menù, quindi abbiamo le idee molto chiare. Spendiamo 70 euro per una porzione di formaggio al forno, due porzioni di vitella abisabis, un dolce di ricotta, miele e carasau dolce,1/4 di vino rosso, acqua e caffè. Il formaggio è molto saporito nella sua crosta fatta di pane carasau dorata e croccante, la carne ci viene servita su due spiedini di legno d’ulivo e poi tagliata e impiattata in modo che anche l’occhio si prenda la propria soddisfazione: la parte esterna della carne ricorda un po’ la bistecca alla fiorentina, ma la parte interna è molto più buona e succulenta. Il dessert è qualcosa di veramente favoloso, e lo ricorderemo come il miglior dolce assaporato in tutta la vacanza.
Quando andiamo alla cassa, facciamo i nostri complimenti e veniamo ricambiati da un ringraziamento caloroso e da una vigorosa stretta di mano che sa di altri tempi e che ci riempie il cuore – sono davvero molto felice di aver scovato questo ristorante e di averlo aggiunto all’itinerario (in extremis, solo pochi giorni prima di partire). Ho poi notato che addirittura la rivista Bell’Italia lo consigliava in un numero speciale sulla Sardegna di qualche anno fa.
Soddisfattissimi per il gustosissimo pranzo, raggiungiamo l’Hotel Libyssonis in pochissimi minuti. Dato che l’Area Archeologica di Turris Libyssonis è chiusa fino a data da destinarsi, possiamo senz’altro riposarci un po’ in camera prima di spostarci verso il centro di Porto Torres. L’accoglienza in albergo è professionale ma anche cortese ed amichevole. Il frigorifero in camera non funziona granché bene, lo segnalo e lascio la mia medicina nelle mani della receptionist, che la ripone con cura nel frigo dell’hotel e mi regala due bottiglie d’acqua fresca. La stanza è ampia e pulita, così come il bagno. L’arredo è rustico ma funzionale. Abbiamo pagato all’agenzia 275 euro per due notti, con la colazione e il parcheggio privato incluso – ma c’è anche la possibilità di utilizzare la piscina olimpionica all’interno della struttura dell’hotel.
Ci riposiamo un po’ in camera al fresco, ed usciamo verso le 17.30. Raggiungiamo il centro di Porto Torres in poco più di 2 minuti, e parcheggiamo comodamente a pochi passi dalla Basilica di San Gavino e dal ristorante in cui ceneremo.
All’ingresso della Basilica, veniamo avvisati del biglietto da pagare (4 euro a testa, per la visita alla chiesa e alla cripta archeologica) e dell’impossibilità di visitare l’Atrio Metropoli, una seconda area archeologica a pochi passi da qui (è in fase di restauro, e comunque sarebbe impossibile resistere alla temperatura davvero troppo elevata che contraddistingue quegli ambienti). La Basilica, dedicata ai martiri Gavino, Proto e Gianuario, è una delle meraviglie del Romanico sardo e tra le più antiche, perché costruita agli inizi dell’XI secolo. La chiesa è stata costruita su un colle che faceva parte della necropoli meridionale della colonia romana di Turris Libyssonis, dove gli scavi archeologici hanno restituito centinaia di sepolture e i resti di almeno tre edifici di culto antecedenti la basilica romanica.
La visita alla Basilica di San Gavino ci regala un vero e proprio tuffo nel passato. Al di là della straordinaria ampiezza della costruzione (è l’unica in Italia progettata a due absidi ed è anche il monumento romanico più grande della Sardegna), è la cripta seicentesca il vero tesoro che ci colpisce dritto al cuore: basta scendere una lunga scalinata e ci ritroviamo in un mondo (più fresco!) lontano secoli e denso di significato.
Qui vengono infatti custodite le reliquie dei Martiri Turritani (Gavino, Proto e Gianuario), ma anche splendidi sarcofagi di epoca romana, oltre ai resti di un monumento funerario del IV sec. d.C. e agli scavi non ancora terminati, semi-nascosti da un separé che cela ben poco ai nostri occhi curiosi. Scattiamo tantissime foto, percorriamo la cripta in lungo e in largo, poi risaliamo nella Basilica e scambiamo quattro chiacchiere con la ragazza della biglietteria, che si informa sulla nostra vacanza e suggerisce ulteriori tappe da inserire in un eventuale nuovo viaggio in Sardegna.
All’uscita, osserviamo meglio la struttura esterna della chiesa e ne ammiriamo le dimensioni percorrendone l’intero perimetro, poi raggiungiamo l’Autentika Food and Wine, a pochissimi passi da qui.
Siamo in anticipo, e decidiamo di prenderci un aperitivo prima di ordinare la nostra cena in questo locale semplice ma che promette bene. Lo avevo prenotato con la App The Fork, e devo dire che si è rivelato un’ottima scelta: con soli 54 euro in totale, ci gustiamo un aperitivo, poi per cena due porzioni di ottimi maccarones de busa con tonno e pomodorini, una porzione di fritto misto e patatine, birre e caffè.
Più che soddisfatti, prima di tornare in albergo facciamo un giro in macchina fino alla chiesetta di Balai Lontano – rivederla al tramonto è bello anche più di quanto immaginavamo. Con quest’ultima immagine negli occhi e nella mente, torniamo in hotel per un buon sonno ristoratore, in vista della prossima giornata di esplorazioni in questa terra che ci ha dato un benvenuto caloroso e assolutamente inaspettato.
Giorno 4 – Anghelu Ruju
Dopo una buona colazione in hotel (anche se non abbondante come quella dell’albergo a Santa Teresa di Gallura), ci mettiamo in macchina per spostarci verso Alghero.
La prima tappa di oggi è la Necropoli di Anghelu Ruju, che dista da Porto Torres circa 30 chilometri. Arriviamo appena prima dell’apertura, ma dopo aver acquistato i biglietti (7 euro a testa), ci viene data la possibilità di entrare nel sito senza problemi. Possiamo esplorare tombe ed ipogei con la massima libertà, e devo dire che la cosa mi lascia quantomeno attonita. Pensavo che ogni tomba sarebbe stata severamente transennata per evitare l’accesso al pubblico, invece – a partire da questa necropoli fino all’ultimo nuraghe – qui in Sardegna i visitatori sono liberi di entrare nella maggior parte degli ipogei, ovviamente con le dovute cautele per non danneggiare i siti e non farsi male (sconsigliatissime le ciabatte di qualsiasi foggia, il terreno è sempre irregolare e gli scalini spesso piuttosto insidiosi – molto meglio delle robuste scarpe da ginnastica anche per le strade sterrate). Appena varcato il primo totem con le informazioni preliminari sul sito, un bel gatto rosso – che ribattezzo subito Gavino – ci dà il benvenuto miagolando e strusciandosi amichevolmente sulle nostre gambe. Ci farà compagnia per buona parte della visita, con i suoi miagolii e i suoi balzi dentro e fuori dalle tombe sempre insieme a noi.
La necropoli non è altro che una vallata con 38 tombe scavate nell’arenaria, risalenti al 3200-2800 a.C., al cui interno sono stati ritrovati persino i picchi di pietra usati per scavarle. Scoperta nel 1903 e dichiarata Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, l’area sepolcrale occupa due zone, nelle quali le tombe sono distribuite in maniera irregolare.
In questo sito, possiamo osservare due tipi di tombe: a pozzetto, da cui si sviluppano una pianta irregolare e celle curvilinee, e a dromos, ovvero con un corridoio a cielo aperto, munito di gradini all’ingresso. I manufatti rinvenuti nell’area – vasi, statuette della Dea Madre e parti di collane –hanno permesso agli studiosi di datare la necropoli, usata per un lungo arco di tempo (1500 anni), dal Neolitico sino al Bronzo Antico (1800 a.C.). Anghelu Ruju è la massima espressione sepolcrale preistorica di tutto il nord Sardegna, per cui vale assolutamente la pena visitarla ed esplorarla in libertà. Ogni ipogeo è una scoperta e un tuffo indietro nel tempo, qualcosa che non avevamo mai visto e che ci sorprende ad ogni metro.
Il centro di Alghero dista da qui poco meno di 10 chilometri. Sarà una delle poche città che vedremo in questo nostro itinerario, dato che ho volutamente tralasciato le località che prevedevo fossero prese d’assalto dai turisti. In effetti, parcheggiare in centro ad Alghero non è facile. Dopo qualche giro tra le stradine vicino al municipio, ci arrendiamo e sistemiamo l’auto nel parcheggio sotterraneo di un supermercato a meno di un chilometro dal cuore della città. In pieno centro, iniziamo a studiare il menù dei vari ristoranti – ne ho già prenotato uno da casa, ma non sono convinta della scelta. Ci lasciamo conquistare dal bel menù e dai prezzi invitanti della Trattoria Ferret, nel cuore di una bella stradina pedonale e poco lontano dal mare. Prenotiamo un tavolo e continuiamo il nostro giro, anche se il caldo è opprimente e non ci consente di gustarci appieno l’atmosfera della cittadina. Trascorriamo qualche minuto nella Libreria Vademecum, che però è buia e poco attraente, nonostante sia permeata di un meraviglioso profumo di libri antichi. Su una bella terrazza che dà sul mare e su una piccola spiaggia c’è un po’ di vento ma la calura non dà comunque tregua.
Verso le 12.15 siamo già al nostro tavolo in trattoria, caratterizzata da un grande ambiente in tufo ottimamente climatizzato. L’accoglienza e il servizio sono amichevoli, alla fine pranziamo con 50 euro a base di fregola ai frutti di mare, pesce spada alla piastra, friarielli, una seadas, birra, acqua e caffè. Il troppo pomodoro sovrasta un po’ il pesce nella fregola, il pesce spada ha sostituito il tonno che Davide aveva chiesto (e nessuno ci ha avvertito), ma in fondo la qualità non è malvagia e la spesa è contenuta. Per un pranzo veloce siamo piuttosto soddisfatti, se non altro siamo stati seduti al fresco per un po’. Ritiriamo l’auto al supermercato dove l’abbiamo posteggiata e ripartiamo, ma dopo aver lasciato a Davide il tempo di scattare qualche foto alle macchine d’epoca che sembrano essere state abbandonate in questo parcheggio (succederà la stessa cosa anche a Cagliari). Per arrivare all’hotel a Porto Torres ci sono 50 chilometri, ma la super strada che percorriamo è sgombra e ci conduce al fresco della nostra camera in poco tempo. Ci riposiamo un po’, Davide fa qualche bracciata in piscina, poi decidiamo di tornare per cena al Ristorante Li Lioni, che ieri a pranzo ci aveva tanto entusiasmato. Al nostro arrivo, un signore ci avvisa che il ristorante è chiuso per turno settimanale. Alla faccia di Google che lo dava come aperto… Pazienza! Decidiamo di tornare all’Autentika, il ristorante che avevo prenotato da casa ha cambiato il menù e alzato inspiegabilmente i prezzi da una settimana all’altra e preferiamo stare sul sicuro tornando al locale che ci ha soddisfatto per la cena di ieri. Ceniamo bene con 70 euro in totale per un tagliere salumi e formaggi, un antipasto con sardine marinate su crostini con cipolla rossa e salsa verde, due porzioni di calamari fritti con verdure alla griglia, birre e caffè.
Torniamo in auto verso il mare a dare un ultimo saluto alla chiesetta di Balai Lontano, immersa nella luce del tramonto. La Madonnina all’interno saluta dalla finestrella i viandanti che passano davanti a Lei come noi, novelli archeologi alla scoperta delle leggende millenarie di una Terra meravigliosa.
Giorno 5 – Santu Antine
Oggi è il nostro anniversario, io e Davide festeggiamo ben 21 anni insieme! Scarto il regalo (un bellissimo romanzo su Nausicaa, ispirato alla mia adorata Odissea) che Davide ha fatto arrivare in un’edicola qui a Porto Torres, poi facciamo colazione e salutiamo l’Hotel Libyssonis e Porto Torres, mettendoci in macchina per il nostro viaggio verso sud e verso le terre del Sinis.
La prima tappa oggi è il Nuraghe di Santu Antine, a Torralba, che dista poco più di 60 chilometri da Porto Torres. L’accoglienza alla biglietteria è amichevole, e il bookshop molto invitante. Mi attengo all’acquisto dei soli biglietti (10 euro a testa) ed iniziamo la nostra prima avventura di oggi.
Questo Nuraghe è uno degli edifici più alti dell’Antichità preclassica: la torre centrale, oggi di 17 metri e mezzo, si stima raggiungesse i 24. Già all’esterno, si nota la maestosità con cui spicca nell’ambiente campestre che lo circonda. Il complesso ‘visse’ dal Bronzo medio all’età del Ferro (XVI-IX secolo a.C.): prima sorse la torre centrale, poi il bastione, infine il villaggio attorno.
Prima di entrare, notiamo i resti di quello che doveva essere il villaggio circostante, in cui dei volonterosi archeologi sfidano il caldo per portare alla luce nuovi reperti capaci di raccontare la vita ai tempi di questa sorprendente costruzione.
La pianta del Nuraghe è un triangolo equilatero, che include tre torri raccordate da poderose e sinuose mura. Nel baricentro svetta la torre centrale, realizzata con blocchi basaltici murati a secco, imponenti e irregolari alla base, progressivamente più piccoli e sagomati verso la sommità. Appena entriamo, la meraviglia si amplifica: è tutto un labirinto di corridoi, scale, camere, pozzi e silos. Un angusto ingresso architravato immette dentro la cinta muraria, che delimita un cortile di cento metri quadri, il maggiore conosciuto. All’interno, oltre a un pozzo di venti metri, ci sono ben sette ingressi simmetrici. L’ingresso centrale immette in un andito coperto che da un lato porta a una scala, sull’altro lato ad un corridoio che gira intorno alla cella, dotato di un pozzetto e illuminato da nove feritoie: è un unicum architettonico tra i nuraghi conosciuti, quindi assolutamente imperdibile. Sono contenta di non aver atteso la visita guidata, pochi minuti dopo di noi alcuni turisti entrano nel cortile accompagnati da una guida che non mi pare molto entusiasta e snocciola quella che sembra una lezioncina imparata a memoria e che ha poca voglia di ripetere. Esploriamo il nuraghe in libertà, scattiamo foto, giriamo video, siamo letteralmente incantati da questa struttura particolare che ha retto per millenni e che è ancora capace di raccontare la sua storia.
Torniamo al bar della biglietteria per una veloce puntatina in bagno ed un caffè, in modo da arrivare alla seconda tappa di oggi ben prima di pranzo. A poco più di 10 chilometri da qui, sorge infatti la Necropoli di Sant’Andrea Priu, dispersa nella campagna sarda in un paesaggio deserto dove decine di indicazioni stradali indicano siti archeologici che sanno di eternità.
Alla biglietteria della Necropoli, quella che sarà la nostra guida per la Domus del Capo ci spiega come raggiungere il sito e ci accordiamo per l’orario di inizio della visita guidata di questa tomba in particolare. Paghiamo il biglietto (7 euro a testa), riprendiamo l’auto e la posteggiamo a circa un chilometro, davanti al cancello di accesso del sito. Dopo una breve salita e una scalinata, siamo sulla piana che ospita una ventina di sepolture ipogeiche, risalenti al IV millennio a.C., scavate sulla parete e sul pianoro di un affioramento alto 10 metri e lungo 180. A conferma del suo straordinario valore storico e archeologico, dal 2025 è una delle 17 necropoli prenuragiche sarde dichiarate Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Iniziamo dal costone superiore, dove – tra alcune piccole tombe, svetta una singolare roccia, detta “toro sacro” per la sua forma: si è pensato ad una scultura monumentale, in realtà è un monolito di trachite modellato dagli agenti atmosferici.
Scendendo più in basso, arriviamo al piano che ospita tre “domus de janas” assolutamente affascinanti. Possiamo esplorare le prime due da soli, mentre per la terza, la “tomba del Capo” dobbiamo aspettare la nostra guida. La particolarità di queste tombe consiste nella riproduzione di particolari architettonici abitativi con la funzione di ricreare ambienti simili alla casa del defunto. La “Tomba a Capanna” è circolare, e vi si accede da un vano rettangolare (basta solo chinare appena la testa, anche all’interno la postura è quasi eretta). Il soffitto è decorato da una raggiera di solchi incisi nella roccia: alludono alle travature del tetto delle capanne eneolitiche. La “Tomba a Camera”ha un padiglione d’ingresso e un ambiente molto più ampio. Il secondo vano ha due pilastri e un soffitto che riproduce un tetto a doppio spiovente.In entrambe le tombe, sul pavimento, troviamo curiose forme tondeggianti scavate nella pietra che probabilmente contenevano le offerte per il defunto. Ma la vera meraviglia, come se ancora non ne avessimo viste a sufficienza, è la “Tomba del Capo”, che la nostra guida apre per noi raccontandocene storia e segreti. Questa tomba ha un’estensione di 250 metri quadri e comprende 18 ambienti disposti a labirinto attorno a due vani principali. Un atrio introduce in una prima cella semicircolare. Le due celle retrostanti, rettangolari, sono disposte in successione longitudinale. Sulle loro pareti si aprono portelli che conducono a numerose celle secondarie con nicchie e banconi. La cosa sorprendente è che, entrando dalla parte più esterna fino alla parte che fu scavata più internamente nella roccia, si percorrono via via secoli di storia. Dall’eneolitico dell’entrata e dell’atrio, con la raggiera sul soffitto a richiamare quella che era stata l’abitazione del defunto e le sfere tonde scavate nel pavimento per le offerte e gli unguenti, si passa poi all’età romana con alcuni affreschi che lasciano a bocca aperta, per poi terminare – nella parte più interna – con decorazioni di epoca bizantina.
La necropoli fu infatti utilizzata per lungo tempo. In età romana e poi bizantina la Tomba del Capo fu trasformata in chiesa rupestre, una delle prime nel tempo delle persecuzioni. Più volte intonacata e affrescata, fu intitolata a sant’Andrea, da cui il sito archeologico prende il nome. È assolutamente meraviglioso osservare la finezza delle decorazioni del soffitto, che vuole rappresentare il cielo stellato come ad annullare i confini dell’ipogeo (chiamato erroneamente “domus de janas”, cioè casa delle fate – i nostri antenati non sapevano che si trattava di tombe, ed era nata una leggenda per cui queste “casette” non erano altro che piccole dimore per le fate, notoriamente di piccole dimensioni).
Si notano ancora tracce di tinta rossa sul soffitto, anche qui a simboleggiare la rigenerazione in seno alla Dea Madre, ma anche uccelli che ricordano gli affreschi più belli di Pompei, e il viso di una donna dallo sguardo dolce che rivolge il suo sguardo verso l’eternità. Poi gli affreschi di epoca bizantina, con scene tratte dal Nuovo Testamento che ci raccontano di una nuova fede nata da antichi culti pagani. Sfruttiamo la bravura della nostra guida il più possibile, fino all’arrivo di altri turisti in attesa di vedere la Tomba del Capo – siamo molto soddisfatti di questa bellissima visita, e torniamo in auto contenti ed affamati.
Per pranzo, ho prenotato a Borore, non lontano da qui, al Ristorante Le Cupole. Mentre aspettavamo la guida all’ombra di una “domus de janas”, Davide ha visto che su Facebook il ristorante pubblicizzava un “menù lavoratori” da 15 euro a testa – potrebbe essere una buona idea! Arriviamo al ristorante dopo un breve tragitto di strada, e chiediamo la possibilità di avere anche noi il menù a prezzo fisso – veniamo accontentati, e pranziamo più che discretamente a base di fusilli cacio e pepe, risotto al nero di seppia, tentacoli di polipo con patate lesse e patate arrosto, acqua, vino e caffè. Il tutto alla modica cifra di poco più di 30 euro.
Dopo pranzo, proseguiamo il nostro tragitto verso sud, e – dopo una settantina di chilometri, ci fermiamo a Fordongianus, dove – non senza fatica, vista la presenza di alcuni lavori – troviamo le Terme Romane che volevamo visitare. Il sito sorge proprio accanto al fiume Tirso, le cui acque scorrono sorprendentemente impetuose, nonostante il periodo di siccità. Dopo un passaggio veloce in biglietteria (6 euro a testa per l’accesso al sito), le terme romane si aprono maestose davanti ai nostri occhi, e sono tutte per noi: siamo solo io e Davide, non c’è davvero un’anima!
A partire dal I secolo d.C., i romani costruirono il loro principale stabilimento termale proprio qui a Fordongianus, per sfruttare acque che risalgono in superficie a 54 gradi mantenendo intatte le loro proprietà benefiche. La storia delle terme, però, qui, come in tanti altri stabilimenti termali in Sardegna, risale alla preistoria: i sardi prenuragici e nuragici consideravano sacre queste acque e già le usavano per curarsi. L’imperatore Traiano volle lo stabilimento ai margini del centro urbano di Forum Traiani, il grande mercato di scambio tra le popolazioni romanizzate dell’entroterra alle spalle del golfo di Oristano e le comunità dell’Isola. Ciò che resta dell’impianto termale si rivela ai nostri occhi ancora con l’eleganza che certamente doveva avere ai tempi dell’Impero Romano: camminiamo incuriositi nei locali che venivano frequentati come luogo di benessere e punto di aggregazione sociale. L’architettura, con porticato, sale e vasche, è ancora oggi imponente e fa comprendere quanto dovesse esserlo ai tempi della Roma imperiale.
Al centro dello stabilimento si trova una grande piscina rettangolare riservata ai bagni in immersione in acqua tiepida (tepidarium), un tempo coperta con volta a botte e circondata da porticati dove ci si riposava tra un bagno e l’altro. Più appartato il circuito delle piscine termali, dai bagni caldi (calidarium) al frigidarium con spogliatoi e spazi dedicati al ristoro. La parte meridionale dell’edificio appena a lato delle terme comprende una serie di tre stanze comunicanti tra loro ed accessibili dal corridoio, che possono essere interpretate come una casa di abitazione appartenente ad un ceto medio-alto, di cui ancora possiamo ammirare alcune preziose decorazioni. Tra le fasce di color rosso e giallo riusciamo a vedere la figura di un animale marino fantastico, riconoscibile come un cavallo che termina con le spire di un serpente marino, ed è stupefacente vedere ancora le tracce della ricchezza dell’epoca in mezzo allo stato di abbandono dell’intero complesso.
Infatti, con la caduta dell’Impero Romano, le strutture termali furono pian piano abbandonate, e durante il Medioevo furono smantellate per costruire chiese, conventi e luoghi di culto.
Al termine della nostra visita assolutamente privata, scambiamo due chiacchiere con l’addetta alla biglietteria e suo marito, che ci lasciano un bel po’ di volantini illustrativi su quanto è visibile in zona. Raccogliamo tutto con gratitudine, anche se per oggi il programma prevede un ultimo spostamento verso Cabras. Dopo un caffè e una bibita rinfrescante al chiosco vicino al fiume, ci rimettiamo in macchina e raggiungiamo il Museo Civico di Cabras in poco meno di un quarto d’ora. Alla biglietteria, acquistiamo il biglietto combinato per il museo e per il sito di Tharros, che visiteremo domani. Il prezzo è vantaggioso (13 euro a testa), se si pensa che solo l’accesso a Tharros costa 12 euro. Chiediamo anche di prenotarci la visita guidata all’Ipogeo della Chiesa di San Salvatore di Sinis, dato che il servizio è gestito solo su prenotazione e non vengono accettati molti partecipanti. L’addetto è molto cortese, e ci dà preziosi consigli sul museo e sulle aree circostanti.
Aspettiamo che un nutrito gruppo di visitatori scorra insieme alla loro guida ed iniziamo l’esplorazione del museo e dei reperti presentati in un allestimento efficace e funzionale.
Il museo, con la sua ampia struttura moderna inaugurata nel 1997, è custode delle vicende plurimillenarie della penisola del Sinis, un lembo di terra letteralmente sospeso sul mare, culla di civiltà e patria dei Giganti di Mont’e Prama, la maggiore scoperta archeologica di fine XX secolo nel Mediterraneo.
Devo ammettere che non vedo l’ora di vedere le statue dei Giganti, il vero motivo della nostra visita. Chiediamo di venire accompagnati nella sala dove questi reperti sono esposti in modo da evitare il gruppo di turisti che ci impedirebbe di goderci tutto in libertà.
Uno dei ragazzi del personale del museo ci conduce in una sala distaccata e molto fresca. Qui ci troviamo al cospetto di queste statue, esposte qui dopo esser state ricomposte con i reperti trovati nella Necropoli di Mont’e Prama, databile all’Età del Ferro. Negli scavi, condotti tra 1975 e il 1979, furono individuate oltre 40 sepolture, in gran parte a pozzetto, prive di corredo ma ricoperte da cumuli di materiali scultorei, e 5.178 frammenti pazientemente ricomposti nel Centro di Li Punti. L’attività ha ridato forma a 30 possenti sculture (frammentarie), alte quasi 2 metri: 18 pugilatori a torso nudo, con gonnellino, scudo e guanto, 6 arcieri con tunica, protezione sul petto, elmo, arco e schinieri e 6 guerrieri.
Scrutiamo i Giganti nella loro imponente fierezza, i loro occhi sembrano guardare verso l’eternità raccontando di un passato glorioso. Non abbiamo mai visto niente di simile, e scattiamo molte foto mentre ascoltiamo l’audioguida che ci racconta della scoperta dei reperti e della loro ricostruzione.
Rientriamo nel cuore del museo e diamo un’ultima occhiata prima alla mostra dedicata all’accostamento tra Etruschi e Sardi e poi al bookshop, da cui usciamo sorprendentemente indenni. Siamo piuttosto stanchi, quindi siamo contenti che sia finalmente ora di prendere possesso della nostra camera al B&B B. Sinis, vicino al centro di Cabras. La titolare ci ha inviato via Whatsapp le indicazioni per raggiungere la struttura ed accedere alla nostra camera, sono in corso lavori di asfaltatura e il centro non è agibile se non con percorsi alternativi. Troviamo parcheggio poco lontano, entriamo senza problemi e ci riposiamo un po’ al fresco dell’aria condizionata ben funzionante. La camera (che con l’agenzia abbiamo pagato 420 euro per 2 notti, colazione inclusa) è abbastanza spaziosa e ben curata, così come il bagno privato.
Poco prima delle 20.30 usciamo per andare al Ristorante Il Caminetto, che ho prenotato da casa per festeggiare il nostro anniversario con una bella cenetta. Il locale è a pochi passi dal B&B, il che è ottimale perché siamo un po’ stanchi dopo una giornata intensa come quella di oggi. Ordiniamo due porzioni di anemoni di mare fritti, spaghetti alla bottarga, spaghetti con bottarga e arselle, due budini al caramello, vino bianco, acqua e caffè, per un conto totale di 97 euro: a parte il dolce, piuttosto banale, i piatti erano gustosi e preparati a mestiere – abbiamo apprezzato in particolare gli anemoni di mare fritti (mai mangiati!) e gli spaghetti alla bottarga. Facciamo due passi fino alla piazza di Cabras, dove c’è un’artista che intrattiene il pubblico con voce e chitarra, poi torniamo alla nostra camera per un buon sonno (dopo che Davide si è sbafato uno dei due tiramisù che la titolare del B&B ci ha fatto trovare in frigo come omaggio di benvenuto).
Giorno 6 – Tharros
La colazione al B&B non è minimamente all’altezza di quanto ci aspettavamo da una struttura curata come questa – la cameriera, sola, arranca e fa fatica a servire tutte le proposte in tempi ragionevoli, le pizzette arrivano carbonizzate e i dolci hanno evidentemente già diversi giorni. Cerchiamo di non farci rovinare la giornata da questo intoppo, Davide intanto si rifà con l’ultimo tiramisù rimasto nel frigo in camera e poi partiamo per la nostra nuova giornata nel Sinis.
A 13 chilometri da Cabras sorge la meravigliosa Area Archeologica di Tharros, che raggiungiamo in una decina di minuti. Il parcheggio (a pagamento) è già preso d’assalto, ma riusciamo a trovare un posticino per la nostra auto così da iniziare il prima possibile la nostra esplorazione del sito. Prima di arrivare sulla collina con la biglietteria per la convalida dei biglietti già acquistati ieri al museo di Cabras, sulla nostra destra ammiriamo la bella spiaggia di San Giovanni in Sinis già gremita e il colore blu intenso del mare. Non sono nemmeno le 10 e fa già caldo, e forse un po’ invidiamo chi si è tuffato in mare in cerca di un po’ di refrigerio.
Insediamento nuragico, emporio fenicio, fortezza cartaginese, urbs romana, capoluogo bizantino e capitale arborense: Tharros promette di raccontarci ben due millenni di storia, regalandoci un vero museo all’aria aperta: come notiamo appena iniziamo la discesa verso le rovine, si tratta di un anfiteatro naturale affacciato sul mare. Tra le prime meraviglie che osserviamo ammirati, nella parte alta dell’area notiamo il “castellum aquae”, un serbatoio di distribuzione dell’acqua per il centro della città. Seguiamo il gruppetto partito appena prima di noi con la visita guidata, e ci avviciniamo per ascoltare meglio la storia di ciò che si staglia ancora magnifico davanti ai nostri occhi. Ci colpisce in particolare il tempio tetrastilo affacciato sul mare: sono in piedi solo due colonne (ricostruite), del resto rimangono le basi. Tharros fu trasformata secondo schemi ben collaudati dai Romani: percorriamo infatti strade “regolari”, lastricate e canalizzate per il deflusso dell’acqua, espressione di un articolato sistema fognario. Passeggiando su cardo e decumano maximi, insieme alla guida possiamo immaginare la vita quotidiana e le attività di duemila anni fa. Nel massimo splendore (III secolo d.C.) sorsero tre impianti termali, a ridosso del mare, a testimonianza di quel senso del bello che caratterizzò l’architettura urbanistica romana – per fortuna possiamo ancora goderci le tracce che il tempo ci ha lasciato. Saliamo più in alto, verso la necropoli e il tofet, il santuario cimiteriale fenicio dove erano deposte le urne contenenti i resti incinerati di neonati e animali sacrificati. Da quassù la vista è meravigliosa: tra le rovine, il blu del mare e l’azzurro del cielo terso ci regalano un panorama che difficilmente dimenticheremo.
Il caldo si sta facendo sempre più opprimente, e d’altronde abbiamo terminato la nostra visita (tralasciamo la torre spagnola per ovvie ragioni di temperatura e fatica). Riprendiamo l’auto quando ormai siamo vicini alla scadenza del parcometro e ci spostiamo verso quella che sarà la nostra tappa del pomeriggio. Fortuna vuole che proprio a pochi metri dalla chiesa di San Salvatore di Sinis ci sia un rustico bar trattoria che fa proprio al caso nostro. Da Abraxas mangiamo piuttosto bene spendendo nemmeno 38 euro per spaghetti alla bottarga (li mangerei anche a colazione!), malloreddus alla campidanese, birra, acqua e caffè. Ce la prendiamo comoda, la visita guidata che abbiamo prenotato inizierà alle 14.45, quindi abbiamo anche il tempo di fare un giro nel vicino “villaggio western” abbandonato e fare tutte le foto che vogliamo. San Salvatore di Sinis è un piccolo centro abitato sorto in un’area sacra sin da età nuragica e trasformato per oltre due decenni (1967-90), in un set di film “spaghetti western”. La somiglianza a paesaggi americani di frontiera ha fatto sì che fosse affittato a produttori cinematografici, diventando un villaggio in Arizona o Nuovo Messico (saloon incluso) in film come ‘Giarrettiera Colt’ (1968). Passato di moda il genere, rimase attrazione per curiosi, ed è tutt’ora un luogo affascinante (e insolito!) da visitare. Per la maggior parte della nostra permanenza, non abbiamo visto anima viva, il che ha reso l’atmosfera ancora più suggestiva. Verso le 14.30 ci rechiamo al vicino centro servizi, dove la nostra guida ci fa pagare i biglietti per la visita guidata e l’accesso all’Ipogeo della Chiesa di San Salvatore in Sinis (10 euro a testa). Una famiglia di francesi si accoda al nostro ristretto gruppetto, e iniziamo la visita all’edificio – non senza sorridere alla vista di un gatto addormentato sul pavimento fresco della chiesa, incurante delle persone che lo circondano (e dai bambini che cercano di svegliarlo senza successo).
La Chiesa di San Salvatore, che sorse nel XVII secolo, fu eretta su un santuario preistorico scavato nella roccia. Da una ripida scala accediamo infatti all’ipogeo, che presenta tracce che arrivano sino al Neolitico. Un corridoio ci conduce, attraverso ambienti rettangolari e circolari, sino alla camera principale, dotata di fonte sorgiva: in età nuragica, questo ipogeo era infatti destinato al culto pagano delle acque. In epoca punica, l’area fu dedicata ad un dio guaritore, e sulla stessa scia i romani vi praticarono il culto di Asclepio. L’ipogeo fu trasformato, dal IV secolo, in santuario paleocristiano in onore del Salvatore: in due vani, infatti, la guida ci fa notare due rozzi altari con ai lati un grosso bacino nuragico, reimpiegato come acquasantiera. Sulle pareti di tutte le sale scopriamo iscrizioni puniche, greche, latine e perfino una in arabo, forse risalente ad assalti di predoni islamici nel Medioevo. Ci sono splendidi affreschi paleocristiani, oltre a graffiti e decorazioni riconducibili a scene di vita quotidiana di epoca romana e a culti pagani.
E poi animali, vascelli, strane lettere misteriose di incerto significato – un mondo sotterraneo assolutamente affascinante, in un luogo che sembra abbandonato nell’oblio del tempo. La famiglia francese abbandona la brigata, forse stanca della mancanza di attenzione della guida che parla per lo più in italiano e si rivolge esclusivamente a me e a Davide, totalmente conquistati dall’amenità di questo ambiente tanto speciale. Ormai la guida ci ha preso in simpatia, e ci accompagna in visita anche fuori, percorrendo insieme le deserte vie del villaggio in cui si trova la chiesa. Al di là della fama derivata da qualche film western, veniamo edotti circa la ricchezza archeologica del terreno su cui stiamo camminando. Occorrerebbero i permessi dei privati per scavare sotto le case che – seppur abbandonate, sono ancora proprietà di singoli cittadini. D’altronde, la zona ha radici puniche talmente radicate che ogni centimetro del sottosuolo andrebbe scavato per portare alla luce reperti di sicura importanza storica ed artistica. Speriamo che gli scavi possano riprendere il prima possibile, in modo che la bellezza del luogo venga arricchita ulteriormente da nuove testimonianze di un passato tanto importante.
Ormai stanchi e decisamente accaldati, riposiamo un po’ in camera a Cabras prima di spostarci in auto a Torre Grande, che dista poco più di 3 chilometri. Ho prenotato un tavolo al Ristorante Il Lido, che ha un menù che promette molto bene – in più, potremo beneficiare di uno sconto del 10% semplicemente facendo presente che siamo ospiti del B&B B. Sinis di Cabras (è stata una fortuna scoprire per caso questo accordo tra un ristorante che avevo già prenotato e la struttura in cui soggiorniamo!).
In centro a Cabras hanno chiuso molte strade per una festa di paese, il navigatore sembra impazzito e non troviamo altra soluzione se non chiedere indicazioni ad un vigile urbano, ben felice di aiutarci con un contorto itinerario che però ci porta alla fine sulla strada giusta per uscire dall’abitato.
Trovare un posto gratuito per la nostra auto a Torre Grande è facilissimo, tutto il contrario rispetto alla riviera romagnola o ligure che conosciamo bene. Qui non ci sono righe blu, il centro vicino al lungomare è percorribile liberamente e presenta buone possibilità di parcheggio.
La bella e maestosa torre grande svetta orgogliosa proprio vicino al ristorante. Veniamo fatti accomodare dentro, appena oltre la bella vetrata che dà sul lungo mare, e subito ci viene servita come entrée una porzione di patatine chips fatte in casa accompagnate con maionese all’acciuga. L’inizio è certamente dei migliori… Scegliamo entrambi la degustazione di antipasti di pesce costituita da 6 antipasti: stasera lo chef ci propone paté di bottarga in lingotti d’oro, crostone multicereali con stracciatella, pomodorino giallo confit e acciughe, culurgiones ripieni di pesce, ricciola marinata a secco a filetti con maionese all’ananas, burrida di razza e insalatina fresca alla bottarga. Tutto eccelso, in particolare il paté di bottarga e la ricciola marinata: due piatti ben concepiti e realizzati alla perfezione, che ti fanno entrare il mare nello stomaco ma anche nel cuore. La fantastica fregola ai frutti di mare che ordiniamo come primo piatto è da applauso: il pomodoro fresco non copre il sapore del pesce, e si sposa benissimo con la croccantezza del piatto. Non resistiamo ai dolci, e Davide decide di accompagnare il tiramisù al caffè e acqua di mare e la seadas fatta in casa con due bei calici di spumante secco. Alla fine, il conto (scontato del 10%) ammonterà a 104 euro (sono inclusi anche acqua, mezzo litro di vino della casa e un caffè), ma un pasto del genere vale ogni singolo euro. Il servizio è stato competente, professionale e gentile, con Federica che ci ha raccontato i piatti con entusiasmo e ci ha consigliato al meglio. Alla fine, alla cassa ci viene offerta una cialdina di mirto con cioccolato fondente fuso, il perfetto coronamento di una cena perfetta che certamente ricorderemo.
Soddisfatti e felici, facciamo due passi sul lungomare godendoci la leggera brezza che sale dalla riva, poi riprendiamo l’auto per tornare a Cabras per la nostra ultima notte nel Sinis.
Giorno 7 – Monte Sirai
Anche oggi la colazione non è stata granché – speriamo di rifarci nei prossimi giorni! Lasciamo Cabras e intraprendiamo un bel viaggio per una nuova destinazione: ieri sera prima di dormire abbiamo modificato l’itinerario. La nostra guida a Sant’Andrea Priu mi ha sconsigliato di visitare la Necropoli di Montessu con questo caldo, dato che ci sono salite e scalinate piuttosto impegnative. Esplorando la zona su Google Maps, ho trovato il Parco Archeologico di Monte Sirai, non lontano dall’Isola di Sant’Antioco su cui rimarremo per due giorni. Gli orari di apertura non sono molto compatibili con i nostri, ma decidiamo di sacrificare anche il tempio di Antas e puntiamo tutto sulla nuova tappa, che raggiungiamo in 1 ora e mezza di auto da Cabras.
In biglietteria riceviamo un’accoglienza molto gentile, le guide ci offrono due bottigliette d’acqua fresca e la possibilità di usare la toilette, oltre che interessanti suggerimenti per goderci appieno la visita del sito archeologico (accesso a 6 euro a testa). Il bookshop promette molto bene, mi riservo di ripassarci prima di ripartire…DalMonte Sirai, lieve rilievo vicino a Carbonia, si tengono sotto controllo le coste e le isole sulcitane, per arrivare sino al Campidano. Lo sapevano le civiltà neolitiche e nuragiche, che occuparono per prime l’area, e lo compresero fenici e punici, insediatisi successivamente nella via d’accesso a mare e pianure.Sull’altura, i fenici, integratisi con la comunità nuragica, fondarono una città (750 a.C.), che tra il VII e il VI secolo visse nella prosperità. Nel 520 a.C. fu occupata dai Cartaginesi, chela fortificarono (metà IV secolo) e ricostruirono del tutto (250 a.C.). L’occupazione romana del II secolo non ne intaccò l’interno: nessun’altra colonia fenicio-punica ha testimonianze così integre.
Sul Sirai, colorato dalle pietre rosse ammantate di muschio, distinguiamo case, piazze, un tempio, il tofet e la necropoli (ci sono sia tombe a fossa fenicie che ipogei cartaginesi). L’abitato si sviluppa intorno al mastio – costruito su un nuraghe – per secoli fortezza difensiva, nel III a.C. divenne il tempio di Astarte. Sull’acropoli, le abitazioni, costituite da vani attorno a una corte, danno un’idea netta di ricchezza, anche se purtroppo si è conservato ben poco di tanto lusso. Il sito offre un panorama molto affascinante, con una vista sul mare e un avanzato sistema di pale eoliche che sfruttano la forza del vento per produrre energia.
Nella necropoli, possiamo entrare in due tombe particolarmente ampie – ottenute da preesistenti domus de janas. C’è anche il tofet, la necropoli per i bambini, che purtroppo non è molto ben conservata.
Scarpiniamo per tutto il sito praticamente senza nessun altro in giro (solo tre turisti avvistati lungo tutto il percorso), ma il maestrale ci ha abbandonato e fa davvero molto caldo. Faccio qualche acquisto al bookshop e poi riprendiamo l’auto per fermarci al Ristorante Monte Sirai, proprio sulla strada che porta al Parco Archeologico. Fa anche da tabacchino e da hotel, però è comodo e decidiamo di fermarci per un pranzo veloce. Alla fine, pranziamo bene con 35 euro per spaghetti alle vongole, un’insalatona, birra, acqua e caffè.
Siamo alle porte di Carbonia, l’isola di Sant’Antioco è davvero vicinissima. La raggiungiamo tramite un bel ponte, e arriviamo al B&B che abbiamo prenotato in agenzia per due notti, “Il Sentiero Bi & Bio”.
Devo ammettere di essere preoccupata, dopo l’esperienza di Cabras: la titolare del B&B dove abbiamo soggiornato ha voluto sapere (tramite Whatsapp) quali fossero le nostre impressioni sulla seconda colazione dopo le lamentele per il cibo carbonizzato del giorno prima, e le ho sinceramente esposto le mie perplessità sulla qualità della colazione. Mi è arrivata una raffica di messaggi a dir poco inopportuni, che lasciavano poco spazio ad un minimo di controbattuta. Ho lasciato perdere e ho cercato di godermi la vacanza, ma il tarlo di una nuova delusione non mi lascia tranquilla.
Al nostro arrivo al B&B di Sant’Antioco ricevo sin da subito una buona smentita: l’accoglienza di Elisabetta è professionale ma anche gentile, ci mostra la struttura e gli spazi comuni e ci parla della possibilità di fare una piccola visita guidata sull’isola in serata grazie ad un’iniziativa del museo archeologico locale. Decidiamo di approfittarne e chiamiamo subito per prenotare la nostra escursione.
Dopo un po’ di riposo e una bella doccia con i profumatissimi prodotti bio che abbiamo trovato in bagno, lasciamo il B&B poco dopo le 18.30. Arrivati al museo, aspettiamo fiduciosi la nostra guida, che arriva puntuale alle 19.00 per portarci in giro per Sant’Antioco su un piccolo mezzo elettrico aperto per gustarci il panorama e un po’ di venticello.
Lisa, in arte Aguadora, si rivela sin da subito una guida simpatica e molto preparata. Conosce praticamente tutti a Sant’Antioco, e anche ogni centimetro dell’isola. Tra un saluto e l’altro, ci mostra un mondo per noi assolutamente nuovo e affascinante. Dalla parte più nuova dell’isola, con il suo porto commerciale e le strade piene di negozi, passiamo per la piazza principale e l’animato centro e poi saliamo verso l’acropoli, la necropoli e il Forte Sabaudo, dove ci fermiamo per qualche foto panoramica. Aguadora ci racconta la storia dell’isola, dalle origini fino alla Seconda Guerra Mondiale e oltre, e lo fa con una passione davvero contagiosa, che ci porta ad amare Sant’Antioco sin da subito. Torniamo al museo archeologico dopo un’ora di escursione guidata (doveva durare 20 minuti, ma abbiamo accettato volentieri di fare un giro un po’ più lungo!), entusiasti per l’eccezionale guida e per questo benvenuto inaspettato sull’isola.
Siamo a pochi passi dal Ristorante Zefiro, dove ho prenotato un tavolo e una porzione di maialetto sardo per entrambi. Era da tanto che Davide voleva assaggiarlo, ho letto che in questo ristorante è tra le pietanze più prelibate e ho pensato di regalarci una cena speciale. La vista dalla veranda è magnifica, ma anche il maialetto! Alla fine, spendiamo 107 euro (sono inclusi una bottiglia di vino rosso Sass’Antico, acqua e caffè) per un chilo e settecento grammi di carne cucinata a puntino e servita con patate, formaggio e olive.
Come dessert, scegliamo i ravioli di ricotta e una fetta di cheesecake. Ottima cena, un buon servizio e una bella vista panoramica sul mare. Rientriamo in auto al nostro B&B per un meritato riposo prima di esplorare più in dettaglio questa bellissima isola che ci è già entrata nel cuore.
Giorno 8 – Villaggio Ipogeo
La giornata, qui in quel del Sentiero Bi & Bio, non potrebbe iniziare meglio. Quando scendiamo per la colazione, è il marito di Elisabetta, Massimiliano, a darci il buongiorno e il benvenuto. Tre tavolini sono apparecchiati sotto gli ombrelloni in giardino. Ci sono fiori freschi e ciotoline di frutta su ogni tavolo, preparato con cura con stoviglie colorate e belle tovagliette di stoffa ricamate in stile sardo. A disposizione degli ospiti, la struttura offre yoghurt bianco e marmellate fatte in casa, fichi d’india freschi raccolti dal padre di Massimiliano in campagna appena il giorno prima, biscotti di pasticceria sardi, e bevande calde e fredde. Stamattina gustiamo anche delle sfoglie di mele con crema, poi Elisabetta ci porta dei crostoni di pane ai cereali con speck, formaggio sardo e fichi. Chiacchieriamo un po’ e ci conosciamo meglio, e anche le ombre sulla colazione si dissipano del tutto – stare qui sembra davvero far bene all’anima, oltre che allo stomaco! Tutto è biologico e a chilometro zero, come promesso sul sito del B&B: direi che le chiacchiere stanno a zero, qui ciò che si dice lo si fa, e anche bene. Quello che non esce dalla cucina di Elisabetta, dal loro pollaio, dal campo o dall’orto, viene acquistato localmente da fornitori garantiti e già testati.
Siamo quasi dispiaciuti di dover lasciare il nostro tavolino in giardino in compagnia di Elisabetta e Massimiliano, ma dobbiamo iniziare l’esplorazione archeologica dell’isola prima che faccia davvero troppo caldo.
Dopo l’escursione di ieri sera con Aguadora, ho pensato di tagliare il percorso archeologico che avevo in mente di fare – abbiamo già avuto una bella infarinatura, e preferisco vedere meno cose ma con più attenzione invece di correre a destra e a manca per un assaggio di tutto. Passiamo prima dal museo per capire dove dobbiamo comprare i biglietti per i singoli siti, visto che non acquisteremo quello cumulativo come pensato inizialmente, e veniamo demandati alle singole aree. La prima tappa è il Museo Etnografico, comodamente raggiungibile anche in auto; qui, per soli 4 euro a testa, acquistiamo due biglietti per accedere al Villaggio Ipogeo. L’addetta alla biglietteria ci accompagna per aprirci il cancello di questo piccolo universo parallelo in pieno centro. Avevo letto qualcosa prima di partire, ma niente che mi preparasse davvero a qualcosa di così particolare. È sin da subito evidente il legame indissolubile che lega gli abitanti di Sant’Antioco a questo luogo, simbolo di una parte importante della storia del paese.
Qui si varca una soglia (di quella che è una tomba scavata) e ci si trova, in pochi passi, a 3.000 anni di distanza. È questa la magia del Villaggio Ipogeo: un luogo dove il tempo si è fermato sottoterra, dove i vivi hanno scelto di abitare tra i morti, e dove ogni pietra racconta una storia di vissuto reale.
Il Villaggio sorge all’interno di una sezione della Necropoli punica di Sulky, antico nome fenicio-punico di Sant’Antioco, la più importante necropoli sarda di età punica per vastità e complessità architettonica. Le tombe furono scavate tra il VI e il III secolo a.C. poi la storia prese una piega inaspettata. Dopo secoli di abbandono dovuti alle continue incursioni dei pirati, dalla seconda metà del Settecento nuove famiglie tornarono a popolare l’isola di Sant’Antioco; molte, però, non ricevettero nulla in cambio del loro coraggioso ritorno e si adattarono a vivere nelle antiche tombe puniche, trasformandole in abitazioni: nacquero così queste realtà, in cui gli abitanti arrivarono a 700 anime, prima di abbandonare definitivamente il rione negli anni Settanta. Entrando in questi ambienti spartani e silenziosi, ci troviamo in un’atmosfera suggestiva: qui si tocca con mano la vita umile e semplice dell’epoca grazie ad arredi, stoviglie e oggetti utilizzati quotidianamente dagli abitanti del luogo. La loro vita era fatta di cose semplici, e forse erano più felici di noi – vivevano con poco e si accontentavano, mentre noi abbiamo tutto e non siamo mai pienamente soddisfatti. Il Villaggio Ipogeo si è rivelato ai nostri occhi molto più di un sito archeologico: è risultato essere un pezzo d’anima di Sant’Antioco che abbiamo scoperto con sorpresa e meraviglia.
Gli altri due siti del circuito del museo archeologico che non possiamo assolutamente mancare sono la Necropoli e l’Acropoli, che raggiungiamo in auto parcheggiando comodamente (e gratuitamente) a pochi metri da entrambe. Acquistiamo i biglietti (5 euro a testa) e due scarabei portafortuna (ebbene sì, anche i punici-fenici avevano gli scarabei, come gli Egizi!) per entrambe le aree alla biglietteria sopra la Necropoli, poi scendiamo e ci ritroviamo nuovamente a fare un salto indietro nel tempo.
Sotto il colle Is Pirixeddus di Sant’Antioco si nasconde infatti la Necropoli Punica di Sulky.
Con circa 1.500 tombe scavate nel banco roccioso e un’estensione di oltre 10 ettari, è uno dei complessi funerari fenicio-punici più grandi e meglio conservati al mondo. Dopo pochi passi, il nostro ingresso nell’aldilà antico comincia dal dromos: un corridoio a scalini che scende obliquamente nel sottosuolo fino a raggiungere la soglia della camera funeraria, a 2-3 metri di profondità. Le stanze funerarie sono molto semplici, quadrangolari e dotate di tramezzo divisorio, e possiedono sulle pareti delle nicchie o false-finestre disegnate, simbolo del passaggio ultraterreno. Ci troviamo vis à vis con una giovane donna, raffigurata in un affresco di cui possiamo vedere qui solamente la copia – si tratta probabilmente di una dei defunti che questa tomba ospitò nell’antichità (l’originale è esposto al museo, per ovvie ragioni di conservazione e tutela).
La tomba è enorme, la esploriamo in lungo e in largo, una stanza dopo l’altra. La meraviglia è continua, mi sento come un’archeologa che ha appena scoperto un luogo sconosciuto e profondamente significativo per la storia dell’umanità. Usciamo dalla Necropoli e ci facciamo accompagnare dalla guida direttamente all’Acropoli, a pochi passi da qui, appena sotto il Forte Sabaudo che abbiamo visto ieri sera con Aguadora. Siamo sulla sommità della collina di Is Pirixeddus e ci troviamo a dominare con lo sguardo l’intera città. Quello che oggi possiamo ammirare sono i resti di un tempio romano, realizzato in epoca romano-repubblicana, circondato da colonne sui lati e sul fronte orientale e chiuso ad ovest. Le fasi di vita e utilizzo dell’edificio si collocano tra il II secolo a.C. e il II secolo d.C. I suoi pavimenti in cocciopesto ornati da piccole tessere bianche, scoperti negli anni Cinquanta del Novecento e recentemente restaurati, testimoniano la cura con cui questo spazio sacro fu costruito e mantenuto nel tempo.
La visita è breve anche per il caldo inesorabile che non dà tregua, ma siamo soddisfatti del piccolo circuito archeologico della mattinata. Ci dirigiamo velocemente a piedi verso la Basilica di Sant’Antioco Martire, ho provato a prenotare telefonicamente la visita alle catacombe, ma non ho ricevuto risposta. Tengo moltissimo a vedere anche quest’altro tesoro dell’isola, e sarebbe un peccato lasciarci sfumare l’opportunità. Per fortuna siamo ancora in tempo per prendere i biglietti per il tour guidato delle 11.30 (biglietti a 10 euro a testa). Attendiamo l’inizio nella Basilica, e scattiamo qualche foto alla statua di Sant’Antioco (patrono di quest’isola e della Sardegna), al suo cranio racchiuso in uno splendido reliquiario in argento e alle sue ossa, conservate maniacalmente in una teca poco lontano dall’ingresso delle Catacombe. La nostra guida, un giovane sardo simpatico e spigliato, si rivela sin da subito un Cicerone brillante e capace di raccontare tante cose interessanti su ciò che ci circonda e sull’isola in cui ci troviamo.
Dopo la morte di S.Antioco, avvenuta nel 127 d.C., i cristiani, desiderosi di farsi seppellire intorno a lui, modificarono il nucleo originale della Catacomba (già esistente dai tempi dei punici) per ricavare il proprio cimitero, utilizzato fino al 500 d.C. All’ingresso, è possibile osservare la tomba che ha custodito il corpo del Santo dal 127 d.C. fino al 1615. Non meno importanti sono le altre tipologie di sepoltura qui presenti: arcosoli, fosse sul pavimento, loculi scavati sulle pareti… ci sono ancora persino delle ossa all’interno di alcune fosse. Nella parte più antica, quella punica, la temperatura è molto più gradevole, e anche solo per questo staremmo ad ascoltare i racconti su Sant’Antioco per delle ore!
Al termine della visita, decidiamo di mangiare qualcosa al volo, e il Janas Café, a pochi passi dalla Basilica, fa davvero al caso nostro: non abbiamo molta fame, quindi un croissant, una pizzetta, due gelati e due bottigliette d’acqua sono più che sufficienti.
Per il pomeriggio, l’unico programma è un po’ di riposo in camera al fresco. Usciamo nel tardo pomeriggio, e ci rechiamo in auto al porto di Calasetta, dove prendiamo il traghetto per Carloforte, lasciando il nostro mezzo nel comodo parcheggio poco lontano dall’imbarco. L’andata e il ritorno come passeggeri ci costano all’incirca 28 euro – la traversata dura all’incirca mezz’ora. Carloforte è un enclave ligure in Sardegna: conserva lingua e cultura dei fondatori, le famiglie di pescatori originarie di Pegli e provenienti dall’isola tunisina di Tabarka (dove risiedevano dal XVI secolo). Nel 1738, I tabarchini ottennero dal re Carlo Emanuele III il permesso di colonizzare l’isola di san Pietro, disabitata e detta ‘degli sparvieri’ sin dai tempi dell’insediamento fenicio (VIII secolo a.C.), cui seguì quello punico, con tempio e necropoli. Gli stessi pescatori, 40 anni dopo, avrebbero fondato anche Calasetta sulla prospiciente isola di sant’Antioco.
Carloforte, tuttora strettamente legato a Pegli e Genova, è l’unico centro dell’isola, con seimila abitanti: ammiriamo viuzze e vicoli che fanno tanto Liguria, con scorci colorati e vedute sul mare. Avevo prenotato un ristorante per cena, ma mentre eravamo sul traghetto ne ho notato un altro molto interessante mentre curiosavo in rete. Appena sbarcati, facciamo due passi nel centro della cittadina, e incappiamo proprio nel Ristorante Mistral. Una seconda occhiata al menù, e decidiamo di prenotare il tavolo per la nostra cena di stasera. Passeggiamo senza meta fino all’ora di cena, poi ci accomodiamo nella piazzetta che ospita i tavolini del locale. Le linguine ai ricci di mare sono perfette, così come le tagliate di tonno alla griglia (non si può non mangiare il tonno a Carloforte!). Ci deliziamo con due turtette come dessert, ravioli dolci fritti con un ripieno di ricotta di pecora, limone e cannella. Con un litro di Vermentino della casa, acqua e caffè, il conto è di 96 euro (più che onesto, considerando la qualità del cibo, il luogo e il servizio puntuale, attento ed amichevole).
Attendiamo le 22.30 per il traghetto di ritorno a Calasetta, ed arriviamo al B&B un po’ prima di mezzanotte.
Giorno 9 – Nora
Ammettiamolo, la colazione è super ed Elisabetta e Massimiliano sono gli host perfetti – l’idea di lasciare Sant’Antioco ci rattrista, e non poco.
Per la nostra colazione di oggi, Elisabetta ci ha portato le uova (delle loro galline, che scorrazzano felici nel pollaio dietro il B&B) con il bacon sfrigolante, il tutto aromatizzato da sale al mirto di Sardegna. La foto che ho scattato non rende giustizia ad un piatto tanto semplice ma gustoso e cucinato con amore.
Abbiamo pagato (con l’agenzia, quindi non è il prezzo effettivo reale se si prenotasse direttamente la struttura) 500 euro per due notti, ma la struttura e il servizio valevano ogni singolo centesimo speso.
Chiudiamo i bagagli, lasciamo la nostra camera e salutiamo Elisabetta, Massimiliano e Balù (la loro cagnolina, un barboncino). L’isola sembra salutarci con un arrivederci, splendente sotto un cielo blu che più blu di così non si può.
Dobbiamo raggiungere prima Nola e poi Pula, e decidiamo di percorrere la strada panoramica che porta a Capo Malfatano – altro che panoramica, non riusciamo a non scendere dall’auto per scattare alcune foto, anche se anche queste non riusciranno a rendere cotanta meraviglia. Il panorama è talmente incantevole che persino tre cinghialotti ci attraversano intrepidi la strada verso il mare… Arriviamo a Nora dopo poco più di un’ora di strada, non troviamo posto per l’auto nel parcheggio a pagamento più vicino all’ingresso del Parco Archeologico e Davide va a parcheggiare in quello più lontano. Io lo attendo sotto una palma con vista sul mare, e un maestrale timido che però si fa apprezzare.
Passiamo dalla biglietteria a farci convalidare i biglietti (10 euro a testa) che avevo già acquistato da casa ed iniziamo l’esplorazione di uno dei siti archeologici che mi ha spinto a preparare il nostro itinerario per le vacanze di quest’anno.
È stata una delle prime città fenicie in Sardegna (VIII secolo a.C.), snodo del commercio, nonché porto dall’invidiabile posizione, nell’istmo di capo Pula, da cui si poteva salpare con qualsiasi vento. Nora, sviluppatasi pienamente nel IV secolo a.C. sotto il dominio punico, nel 238 a.C. fu conquistata dai Romani e nel I d.C. divenne municipium. Nei due secoli successivi, visse il massimo splendore: crescita urbana e ottomila abitanti, oltre a essere il chilometro zero di tutte le strade dell’Isola. Le vestigia fenicio-puniche sono state quasi del tutto coperte da edifici romani. Gli scavi, iniziati nel 1889 dopo che una mareggiata ‘svelò’ un cimitero fenicio-punico (tofet), hanno riportato alla luce resti del tempio di Tanit, dea cartaginese, e la stele di Nora, custodita nel museo archeologico del capoluogo. Sulla stele, il più antico documento dell’Occidente, compare per la prima volta il nome Shrdn, ‘Sardegna’. All’ingresso del parco, troviamo i ruderi delle terme, per cui Nora fu celebre – iniziamo subito alla grande con un bellissimo pavimento a mosaico… sono già felice dopo i primi metri! Attraverso le vie pavimentate, entriamo nel cuore dell’antica città, la piazza del Foro. Vicino c’è un tempio con a 6 colonne, mentre a nord ci sono necropoli e acquedotto. Verso la costa, entriamo in un’abitazione signorile, una casa del III secolo d.C. con porticato a quattro colonne e stanze tappezzate di mosaici. Sono letteralmente a bocca aperta, un po’ anche per respirare con questo caldo terribile che ci fa colare. Il sole accecante non permette nemmeno di vedere dallo smartphone se l’inquadratura è dritta o no, c’è un riflesso abbagliante su tutto e anche il bastone per selfie non aiuta. A sud spicca il santuario di Esculapio, con terrazza mosaicata del IV secolo: forse sede del rito di incubazione, per avere rimedi ai mali dal dio. Un’altra meraviglia in questo sito che è davvero imperdibile, e che si svela davanti ai nostri occhi in tutta la sua magnificenza. Non ci sono molti turisti, probabilmente il caldo li ha spediti direttamente in mare a rinfrescarsi – in effetti la spiaggia qui vicino sembra piuttosto affollata. Non ho più le forze per andare a vedere l’anfiteatro, ma mi riprometto di tornare qui a Nora quando le temperature saranno più accettabili.
Gocciolando e caracollando, arriviamo al vicino Ristorante Noramare, praticamente di fronte alla chiesetta di Sant’Efisio. Avevo previdentemente prenotato un tavolino da casa, prevedendo una certa dose di stanchezza dopo aver visitato il Parco Archeologico sotto il sole cocente di agosto. Ottima scelta: pranziamo bene spendendo il giusto – 46 euro per una pizza davvero molto buona con muggine affumicato, ricotta, stracciatella e pomodorini confit, un’insalatona con gamberi, acqua, birre e caffè.
Il tempo di raggiungere l’auto (3 ore di parcheggio per meno di 2 euro!), percorrere il breve tratto di strada per raggiungere l’agriturismo Su Cappeddu nella campagna di Pula, farci una doccia e siamo già di ritorno a Pula per fare un saluto ai nostri cugini, che da tempo desideravamo conoscere e abbracciare. Il tempo insieme scorre anche troppo veloce, e in un batter d’occhio è già ora di cena, che è stata oggetto di un piccolo giallo all’agriturismo che ci ospiterà per la notte. Al nostro arrivo, infatti, il titolare – tra una chiacchiera e l’altra – ci ha chiesto dove avremmo cenato. Ho fatto il nome del ristorante che avevo prenotato per consentire a Davide di riassaggiare il maialetto allo spiedo, ma il ragazzo ha spalancato gli occhi e ci ha decisamente sconsigliato anche solo di varcare la soglia di quel locale. Ci ha consigliato diversi agriturismi nei paraggi, e alla fine ho prenotato un tavolo all’Agriturismo Il Piccolo Ranch. Non abbiamo voluto indagare più di tanto circa le reali motivazioni per il rigetto totale del locale di Pula che avevo scelto, in ogni caso abbiamo deciso di non rischiare e puntare tutto sul consiglio di Mr. Su Cappeddu. Da casa dei cugini impieghiamo poco meno di dieci minuti per arrivare al Piccolo Ranch. La cena viene servita in un grande giardino pieno di lucine, è davvero un gran bel posto! Scegliamo il menù degustazione a 45 euro a testa, i piatti della tradizione sarda che ci vengono serviti sono nella media, niente che ci entusiasmi in modo particolare, ma la qualità è comunque buona. La spesa totale è quindi di 90 euro per 5 antipasti (tagliere formaggi e salumi con carasau guttiau e olive, uovo cotto a bassa temperatura con parmigiano, lumache in umido, polpettine di maiale e patate con cipolla rossa, tortino di verdure), due primi (malloreddus alla campidanese e culurgiones zafferano e fiori di zucca), maialetto con patate, sorbetto e pardula sarda, acqua e caffè.
In poco meno di un quarto d’ora raggiungiamo l’Agriturismo Su Cappeddu per una buona notte di sonno.
Giorno 10 – Cagliari
È davvero ottima la colazione all’Agriturismo Su Cappeddu! Anche qui un sacco di prodotti sardi e bio, in particolare la crostata di marmellata di albicocche è stratosferica… La macedonia di pesche fresche accontenta il mio desiderio di assaggiare finalmente questo frutto qui in Sardegna, è dall’inizio della vacanza che nei banchetti a bordo strada e nei supermercati non facciamo che vedere pesche enormi dall’aspetto tanto succulento! Ci siamo trovati bene in questo agriturismo, camera e bagno erano spaziosi e puliti, aria condizionata e frigorifero funzionavano a dovere e il servizio si è rivelato amichevole e di qualità. La colazione è stata davvero superba. Se pensiamo che la spesa per una notte è stata solo di 175 euro (struttura prenotata in autonomia su Booking.com), non possiamo che essere più che soddisfatti.
Impieghiamo poco più di mezz’ora d’auto per arrivare in centro a Cagliari. La prima tappa è l’Anfiteatro Romano, che però decidiamo di vedere solamente da fuori (come da suggerimento dell’Ente Turistico di Cagliari, che ho contattato per prenotare una visita guidata per domani mattina), dato che è in fase di ristrutturazione.
Durante la prima età imperiale, a Karales (l’antico nome di Cagliari) sorsero quartieri, edifici pubblici e, tra fine I e inizio II secolo d.C., l’anfiteatro, costruito sulle pendici meridionali del colle di Buoncammino. In origine occupava più di mille metri quadri, aveva un perimetro di 120 metri e una facciata alta 20 metri, abbellita da colonne e statue. Parte delle gradinate (cavea), l’arena, i corridoi e altri ambienti furono scavati nella roccia viva, il resto realizzato con blocchi di calcare bianco.
Oggi possiamo ancora ammirare parte della cavea, che in effetti fa ancora una gran bella impressione. Le gradinate, di tre ordini, accoglievano diecimila spettatori di tutte le classi sociali, che assistevano, al mattino, a lotte tra uomini e belve importate dall’Africa, a pranzo, a esecuzioni capitali e, di sera, dopo i banchetti, allo spettacolo più atteso: lotte tra gladiatori reclutati non solo nell’Isola. La grandiosità di questa struttura ci fa facilmente immaginare gli spalti pieni di folle urlanti per questo o per quest’altro gladiatore, però è un peccato non poter visitare appieno tutto l’anfiteatro… pazienza, quando torneremo potremo senz’altro apprezzarlo in tutta la sua magnificenza.
La seconda tappa cagliaritana della giornata è la Cripta di Santa Restituta, che raggiungiamo in auto in una manciata di minuti, parcheggiando gratuitamente a pochi metri dall’ingresso.
Paghiamo il biglietto (3 euro a testa) e scendiamo la lunga scalinata che ci porta in un enorme – e freschissimo – ipogeo. Cava di blocchi di calcare, sito di culto fenicio, deposito di anfore, luogo di devozione cristiana, rifugio nella Seconda Guerra Mondiale. La cripta di santa Restituta avuto una storia travagliata, scandita da momenti di abbandono e chiusa col lieto fine del definitivo restauro negli anni Settanta del XX secolo. Le pareti erano sicuramente dipinte: vediamo infatti un meraviglioso San Giovanni Battista in segno di benedizione con la mano destra (risalente al XIII secolo).
In parte è una grotta naturale, in parte è scavata nella roccia. È davvero un luogo insolito e tremendamente affascinante, ad ogni metro si avverte quanta storia sia passata per questi grandi ambienti dove si respira aria di eternità. Le epoche passeranno inesorabili, ma tesori come questa cripta vivranno per sempre.
Per fare una passeggiata e fare qualche acquisto, decidiamo di spostarci ancora più in centro e lasciamo l’auto nel parcheggio Regina Elena, nel quartiere Castello. Ci fermiamo in un bistrot per una puntata in bagno e per un caffè, poi percorriamo la lunga Via Garibaldi per comprare qualche regalino, fare una puntatina in libreria ed esplorare i dintorni. Davide mi regala una bellissima collana con piccole pietre azzurre, che mi ricorda tanto il mare e il cielo che ci hanno accompagnato in tutti i nostri giorni di questa vacanza. Per pranzo, ci accontentiamo di due (ottimi) tranci di pizza da Alice Pizza (11 euro con le bevande) e decidiamo di andare a prendere possesso della nostra camera per riposarci un po’ al fresco.
Aspetto che Davide torni con la macchina a prendermi all’ombra degli alberi nella piazzetta di fronte al Bastione Saint Remy, così approfitto per fotografarlo ammirando la sua eleganza sabauda.
Tramite Booking.com abbiamo prenotato il nostro breve soggiorno a Cagliari alla Casa dei Talenti, nella centrale Via San Giorgio (abbiamo speso 180 euro per 2 notti in camera tripla con colazione, frigorifero e parcheggio privato inclusi), che raggiungiamo in auto in pochi minuti dal Bastione. Il parcheggio privato della struttura è al civico 10 (l’alloggio è al 6), quindi parcheggiamo tranquillamente in barba al caos e alle righe blu ed entriamo nella reception, dove poco dopo veniamo accolti e accompagnati in camera per la consegna delle chiavi, l’attivazione del WiFi e la consegna dei buoni per la colazione in una pasticceria nel quartiere. La stanza è molto grande e pulita, il bagno è più che dignitoso e in ordine. Aria condizionata e frigorifero funzionano perfettamente, quindi non ci resta che farci una doccia e riposarci prima della serata che attendiamo con un po’ di trepidazione. Per le 18.30, infatti, ho prenotato tramite il tour operator digitale GetYourGuide un’escursione in catamarano nel Golfo degli Angeli con aperitivo a base di prodotti sardi e pausa bagno nel famoso Poetto (170 euro per due persone). Ho pensato che fosse un bel regalo per il nostro anniversario, e spero di aver centrato il bersaglio – le aspettative sono alte. Arriviamo al porto in anticipo come richiesto nella prenotazione, procediamo con la registrazione dei nostri documenti nell’ufficio della compagnia di navigazione e attendiamo il nostro turno per salire a bordo con i nostri compagni d’avventura. Ci imbarchiamo puntuali insieme alla “skipper” Ginny, il Capitano ci dà il benvenuto a bordo e ci illustra il programma. Mentre navighiamo lentamente in acque tranquille verso la Sella del Diavolo, il Capitano ci racconta un po’ di storia di ciò che stiamo vedendo, ma il suo inglese è molto stentato e non sempre è facile capire cosa vuole spiegarci – io e Davide siamo gli unici italiani a bordo, il resto della ciurma risulta essere germanico/russo/rumeno, quindi la guida sarà in anglo-sardo maccheronico. In ogni caso, è molto piacevole stare appollaiati sul catamarano in santa pace davanti alla bellezza del Golfo di Cagliari. Quando arriviamo vicino alla spiaggia del Poetto, il capitano ferma i motori, cala l’ancora e annuncia una pausa di una quarantina di minuti per fare il bagno e per gustarci l’aperitivo incluso nell’esperienza. Davide ne approfitta per immergersi nelle fresche acque del mare, io vado a zonzo in giro per la barca scattando decine di foto e sgranocchiando un po’ di pane carasau e formaggio pecorino con un bicchiere di vino bianco.
Rientriamo in porto poco prima delle 21.30 dopo aver visto un tramonto magnifico, salutiamo la frizzante Ginny (che ha lasciato il Sudafrica in cerca di nuove avventure in Europa) e il Capitano e ci affrettiamo a riprendere la nostra auto per raggiungere in tempo il ristorante che ho prenotato per stasera con la app The Fork. Parcheggiare in centro non è per niente facile, in più il ristorante è in piena zona ZTL. L’unica soluzione praticabile è lasciare l’auto alla Casa dei Talenti e farsi a piedi il centro. Tardiamo qualche minuto, ma alla fine raggiungiamo il locale Ruja Osteria e Tradizioni ad un orario ancora decente per la cucina. Ordiniamo pane frattau di mare (pana carasau ammollato nel brodo con uovo in camicia, battuta di gambero e bottarga), fregola con frutti di mare, e una porzione abbondante di maialetto sardo. Con una birra alla spina, un calice di rosso, una bottiglia d’acqua e un caffè il conto è di 60 euro (grazie a The Fork abbiamo beneficiato di uno sconto del 30% sui piatti ordinati). I piatti erano gustosi, la spesa è stata contenuta e siamo contenti della serata. Attraversiamo l’affollata Piazza Yenne presa d’assalto dalla movida cagliaritana e ci rifugiamo in camera al fresco prima di un’altra giornata alla scoperta delle meraviglie di quest’Isola.
Giorno 11 – Grotta della Vipera
Iniziamo ad avvertire un po’ di stanchezza, quindi decido di alleggerire il programma di oggi in modo da riposarci un po’ almeno oggi pomeriggio. La colazione che la Casa dei Talenti ha in convenzione alla Pasticceria Coccodi (che dista trecento metri dal nostro alloggio) si rivela gustosissima: possiamo scegliere una bevanda calda e un croissant, il tutto accompagnato da un bicchiere d’acqua e uno di succo d’arancia. Davide si fa portare anche una fetta di cheesecake ai mirtilli, davvero superlativa.
Prendiamo la macchina dal nostro parcheggio privato e con molta calma ci spostiamo per l’appuntamento dall’altra parte della città con la nostra guida alla Grotta della Vipera (prenotata via e-mail scrivendo all’ente turistico di Cagliari un paio di giorni fa). Arriviamo puntuali ma il cancello è già aperto. Benedetta ci sta già aspettando per iniziare la visita mentre la temperatura non è ancora troppo elevata. Paghiamo i nostri biglietti (solo 3 euro a testa) e ci prepariamo ad ascoltare la storia del luogo particolare in cui ci troviamo. Tra la fine del I e gli inizi del II secolo d.C., la città di Karales fu teatro di una struggente storia d’amore, le cui testimonianze sono conservate proprio qui, al civico n. 87 di viale Sant’Avendrace.I protagonisti della vicenda furono due coniugi, la nobildonna romana Attilia Pomptilla e il suo sposo Lucio Cassio Filippo.Le iscrizioni poetiche presenti nella parete rocciosa (ad oggi ancora visibili) hanno consentito di ricostruire le vicende dei due amanti. Esiliato in Sardegna, probabilmente a seguito del padre, durante il periodo di Nerone, Lucio Cassio Filippo contrasse la malaria. Attilia Pomptilla si rivolse agli dèi affinché prendessero la propria vita in cambio della guarigione del marito. Le sue preghiere furono esaudite: Filippo Cassio guarì, mentre Attilia si ammalò e, poco dopo, morì. Il ringraziamento del marito per il sacrificio della propria sposa si concretizzò in un monumento funerario avente le fattezze di un tempio. L’ipogeo ha restituito un complesso di iscrizioni, tra le quali spicca quella sovrastante il frontone, il cui testo recita: “O(pus) I(nstitutum) O(blatum) Q(ue) S(acrae) memoriae Atiliae L(ucii) f(iliae) Pomptillaebenedictae. M(aritus) s(ua) p(ecunia)” ovvero “Monumento edificato e dedicato alla sacra memoria della benedetta Attilia Pomptilla, figlia di Lucius. Il marito (fece) a proprie spese”.
Nel frontone sono raffigurati i due serpenti che danno il nome al monumento, la cui interpretazione è molteplice e controversa – Benedetta ci svela che, ovviamente, il nome “Grotta della Vipera” è stato adottato in tempi molto più recenti ed in modo inesatto: non siamo di fronte ad una grotta (visto che è una tomba), e i serpenti raffigurati nel frontone non sono vipere.
Con le dovute cautele, Benedetta ci consente di guardare meglio dentro all’ipogeo e di scattare qualche foto da diverse angolature, così da riprendere bene anche l’altro monumento funerario che affianca quello di Attilia Pomptilla, il colombario di Tito Vinio Berillo, un altro ricco cittadino romano. Affascinati dalla bellissima (anche se triste) storia del luogo che abbiamo scoperto oggi (e che Alberto Lamarmora – generale, scienziato e geografo – salvò per un pelo dalle bombe che il Re Carlo Felice aveva già fatto piazzare per recuperare materiali e spazio), ringraziamo Benedetta per l’ora che ci ha dedicato. Facciamo tappa in un supermercato vicino per rifornirci di prodotti tipici da portare a casa, poi ci spostiamo verso la zona del tribunale per pranzare al “140 Grammi” di Via Pessina. Ieri ho scaricato un coupon da Facebook che ci dà la possibilità di avere in omaggio una porzione megagalattica di spaghetti alla pescatora. Anche Benedetta ci ha parlato bene di questo locale, quindi le aspettative sono migliorate (non mi aspettavo granché da un locale che manda coupon). Il locale è grande e ben curato, il bagno è pulito e spazioso. Ordiniamo una porzione di spaghetti fatti in casa alla pescatora ed una di tonno alla piastra. Il piatto di spaghetti è impressionante: la dose è praticamente per due persone, c’è tanta pasta ma anche tanti frutti di mare e striscioline di seppie. Il pomodoro saporito è gustoso e non copre il sapore del pesce. Divido il piattone con Davide, che poi si gusta il suo delizioso tonno con patatine fritte. Alla fine, la spesa per quanto ordinato con birre, acqua e caffè ammonta a 36 euro – davvero un ottimo affare, per un pranzo inaspettatamente gustoso. Peccato che non ci sia un locale simile anche a Parma!
Il riposo al fresco in camera è più che meritato. Usciamo un po’ prima di cena e ci spostiamo nuovamente verso il quartiere della Grotta della Vipera, non prima di aver ammirato un bel panorama dal colle del Buoncammino, non lontano dall’Anfiteatro. Abbiamo seguito il consiglio di Benedetta, che stamattina ci ha suggerito di visitare la Necropoli Tuvixeddu in serata, quando la temperatura scende e la calura è meno opprimente. Detto, fatto. Parcheggiamo a due passi dall’entrata di quello che per i cagliaritani è un parco pubblico, mentre per noi è un vero proprio sito archeologico.
Siamo davanti ad una miriade di trafori nelle rocce calcaree che coprono gran parte dei 18 ettari di Tuvixeddu, uno dei sette colli di Cagliari. Qui i cartaginesi decisero di seppellire i loro morti, creando la più grande necropoli punica esistente formata da circa mille tombe “a pozzetto”, usate dal VI al III secolo a.C., poi reimpiegate in epoca romana. Il colle mostra inoltre una continuità di frequentazione che parte dal Neolitico antico.La necropoli punica serviva un grande centro abitato che si estendeva dai piedi del colle fin verso la riva orientale della laguna. Nella parte alta di questo colle, grazie a delle comode passerelle, osserviamo le camere sepolcrali – una o più per ciascun sepolcro – che si trovano sul fondo. Erano raggiungibili tramite pozzetti verticali, profondi dai tre agli undici metri, corredati da incavi laterali per agevolare la discesa. L’accesso era chiuso da lastre di pietra e ricoperto di terra per proteggere i defunti inumati e i ricchi corredi funerari. Il colle è stato da sempre vittima di scempi e saccheggi, sin dal 140 d.C., quando le maestranze romane scavarono qui un lungo tratto di acquedotto – e comunque, già allora il colle era sfruttato come cava.
Durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale le tombe furono usate come rifugi antiaerei e, finito il conflitto, divennero dimora di sfollati e senzatetto. Più recentemente, l’urbanizzazione del quartiere ma soprattutto l’attività estrattiva hanno causato la distruzione di numerose tombe puniche e romane, come possiamo purtroppo constatare. Molti tunnel sono stati depredati dai tombaroli, altri distrutti da esplosivi. È un peccato che un sito del genere sia stato sfruttato tanto malamente e danneggiato in modo irreparabile, anche se ciò che possiamo ancora vedere conserva un fascino millenario davvero unico.
Mentre risaliamo il sentiero verso l’uscita, si avvicina il momento dell’eclissi – la luna sta per iniziare a coprire il sole. Non siamo equipaggiati di occhiali adatti, in ogni caso ci fermiamo un paio di minuti su una panchina mentre alcuni fenicotteri solcano magnifici il cielo che sta diventando rosa, per il momento ancora illuminato dal sole calante.
Il ristorante che ho prenotato per cena (sempre con The Fork, con uno sconto del 30%) è il QuantoBasta, che dista poche centinaia di metri dalla Grotta della Vipera. Ho preferito evitare di tornare in zona ZTL dove avevo prenotato da casa un altro ristorante, almeno qui possiamo parcheggiare comodamente e stare lontano dalla confusione della movida. Al nostro arrivo alle 20 il locale è ancora deserto. Veniamo fatti accomodare al tavolo da due solerti camerieri, e ordiniamo subito due porzioni di spaghettini con arselle, cozze e bottarga. Davvero ottimi, semplici ma gustosissimi, si sente il sapore del mare. Davide ordina una porzione di calamari fritti, poi passiamo ai dessert (cheesecake al caramello salato e coppa gelato al pistacchio). Con una bottiglia di Prosecco da 18 euro, acqua, caffè e lo sconto The Fork sui piatti ordinati, il conto finale è di 85.90 – giusto per la qualità dei piatti e degli ingredienti, il locale molto curato e il servizio attento e cortese. Contenti di esserci regalati un’ottima ultima cena in terra di Sardegna, torniamo per l’ultima volta alla Casa dei Talenti e ci addormentiamo un po’ tristi per l’imminente fine della nostra vacanza.
Giorno 12 – Barumini
Ultimo giorno, ultima colazione da Coccodi, ultime fette di cheesecake (stamattina la ordino anch’io!), ultimi saluti a Cagliari. Lasciamo la Casa dei Talenti e il mare, ed iniziamo il nostro tragitto verso l’interno dell’isola. Ad una sessantina di chilometri dal capoluogo, ci attende la visita al Nuraghe di Barumini.
Arriviamo alla biglietteria giusto in tempo per prendere i biglietti e raggiungere la visita guidata che è appena partita (l’accesso al Nuraghe è previsto solo con la guida – biglietti a 16 euro a testa), così da non dover attendere la visita successiva che parte tra un’ora.
Il racconto di Sabrina, la nostra bravissima guida per la mattinata, è molto interessante. SuNuraxi è il più imponente (e meglio conservato) tra i trenta siti nuragici dei dintorni, nonché la più importante eredità che la civiltà “delle torri” ci ha lasciato. L’area archeologica comprende un nuraghe complesso e un esteso villaggio di capanne, un luogo unico, che l’Unesco nel 1997 ha dichiarato patrimonio dell’Umanità. L’imponente sito è venuto alla luce grazie agli scavi condotti a metà XX secolo da Giovanni Lilliu, il“padre” dell’archeologia sarda.
A circondare il nuraghe troviamo un labirinto di 50 strutture tra capanne, pozzi e cisterne, che rappresentano un unicum nell’Isola per complessità ed evoluzione architettonica, ed è infatti soprattutto questo aspetto a fare la differenza con il nuraghe che abbiamo visitato a Torralba ad inizio vacanza, anche se dobbiamo considerare che alla fin fine ogni nuraghe è differente dagli altri. È interessante notare i bellissimi archi che si innalzano ancora in corrispondenza di un paio di capanne, e che – almeno in un caso – sono legati ad un forno (probabilmente per cuocere il pane).
Dopo aver esplorato l’area delle capanne, Sabrina ci fa salire su una scala di 7 metri per iniziare la visita dell’interno del Nuraghe, costruito in basalto, pietra vulcanica proveniente dal vicino parco della Giara. Presenta una stratificazione di duemila anni, dal XVI secolo a.C. al VII secolo d.C., ed è costituito da una torre centrale (mastio) e quattro angolari raccordate da un bastione.
Il mastio, in origine alto 18 metri e mezzo, è la torre più antica, ed è composta da ben tre camere sovrapposte e comunicanti fra loro, con pareti aggettanti, il cui diametro diminuisce man mano che si sale. La copertura era a tholos (falsa cupola). Successivamente, al nuraghe monotorre fu addossato un robusto corpo murario con quattro torri minori – allora alte 14 metri – raccordate da cortine e orientate secondo i punti cardinali. Dal bastione quadrilobato si accedeva a un cortile provvisto di pozzo, che raccordava i vani delle quattro torri, tutte composte da due camere sovrapposte e voltate anch’esse a tholos. Nello stesso periodo sorse anche il nucleo più antico del villaggio e fu innalzata una cintura muraria difensiva, poi ampliata nel Bronzo finale. Per esplorare ulteriormente l’interno della struttura, scendiamo un’angusta scala di pietra che davvero fa tornare indietro nel tempo, come se fosse una macchina magica che ci conduce in un mondo all’apparenza più semplice ma anche già ingegnosamente complesso, fatto di massi, corde e legno. Arriviamo persino a scoprire l’esistenza di un pozzo dove si vede ancora l’acqua scorrere a diversi metri di profondità, a testimoniare l’ingegno di chi concepì il Nuraghe e anche l’importanza del culto delle acque e della Dea Madre, nutrimento e protezione per gli esseri viventi.
Esploriamo tutti i vani, poi risaliamo la scala e torniamo sulla terrazza esterna da cui siamo entrati e da cui il panorama del villaggio si rivela in tutta la sua imperitura bellezza. Scendiamo la scala di metallo per l’ultima volta, e rientriamo dentro a ciò che è rimasto del labirinto di capanne, prima di concludere ufficialmente la visita e tornare ai giorni nostri. Abbiamo trascorso un’ora letteralmente in un’altra epoca, ed è stato come se tutto il resto non esistesse. Pietra dopo pietra, il Nuraghe ci ha raccontato la sua storia millenaria, e penso sia una fortuna averlo dissotterrato da secoli di oblio, in modo che potesse ancora parlare di sé e della civiltà che lo concepì e lo costruì.
Siamo in netto anticipo sulla tabella di marcia, ma proviamo lo stesso a fermarci al Ristorante Cavallino della Giara, a poche centinaia di metri dal sito archeologico. Veniamo fatti accomodare al tavolo al fresco dell’aria condizionata, così possiamo anche andare in bagno e riprenderci dopo la sudata della visita al Nuraghe. Alla fine, pranziamo bene con 73 euro per una porzione abbondante di anemoni di mare (sublimi!), maccaronesde busa con salsiccia e funghi (discreti), una tenerissima costata di cavallo con patatine, acqua, birra e caffè. Il servizio è attento e gentile, e anche piuttosto rapido.
Dopo pranzo, siamo pronti a ripartire e a percorrere i 190 chilometri che ci separano dall’imbarco del traghetto ad Olbia, che parte puntuale alle 22 – quando già stiamo beatamente ronfando nella nostra fresca cabina.
Giorno 13 – Rientro a casa
Sbarchiamo a Livorno appena dopo le 8 di mattina – la vacanza è ufficialmente finita, e percorriamo mesti la strada fino a Parma, con ancora negli occhi i siti che ci hanno emozionato e sorpreso, e il mare che ci ha quasi sempre accompagnato nella nostra avventura in quella terra magica che è la Sardegna, dalla storia millenaria di cui va giustamente orgogliosa. Abbiamo percorso 1.200 chilometri in auto sull’Isola, scattato quasi 2.000 foto, fatto 112.000 passi, e non abbiamo mai perso l’entusiasmo per ciò che stavamo vivendo e osservando. Un plauso va a tutto il personale dei siti archeologici e dei musei che si fa carico di salvaguardarli e di raccontarci le meraviglie e i segreti dei tesori che custodiscono con tanta cura: senza di loro, non avremmo mai potuto godere di testimonianze del passato tanto importanti, ancora davanti ai nostri occhi dopo millenni, pronti a raccontarci di civiltà che continuano ancora a stupire e le cui tracce rimarranno indelebili nei secoli a venire.
Le nostre classifiche del viaggio in Sardegna
Top 5 luoghi da visitare
- Parco Archeologico di Nora – Pula (CA)
- Isola di Sant’Antioco (SI) – Parco Archeologico e Basilica di Sant’Antioco con catacombe
- Necropoli di Sant’Andrea Priu – Bonorva (SS)
- Area Archeologica di Tharros – San Giovanni di Sinis (OR)
- Nuraghe di Barumini – Barumini (VS)
Top 5 (anche 6!) ristoranti da non perdere
- Il Lido Ristorante di pesce – Torre Grande (OR)
- Ristorante Mistral – Carloforte (SI)
- Il Caminetto – Cabras (OR)
- Ristorante Zefiro – Sant’Antioco (SI) ex aequo con Ristorante Li Lioni – Porto Torres (SS)
- 140 Grammi – Via Pessina Cagliari (CA)
Top 10 piatti da assaggiare
- Fregola ai frutti di mare al Ristorante Il Lido a Torre Grande (OR)
- Spaghetti alla bottarga (ovunque in Sardegna)
- Panino al polpo al Groove on the Rocks a Capo Testa – Santa Teresa di Gallura (OT)
- Orziadas – anemoni di mare fritti (rari da trovare, ma qualche ristorante li propone)
- Tonno alla piastra a Carloforte
- Dolce alla ricotta e miele con pane carasau dolce al Ristorante Li Lioni (SS)
- Vitello abis-abis al Ristorante Li Lioni a Porto Torres (SS)
- Ravioli fritti con ripieno di ricotta (ovunque in Sardegna)
- Pecorino al forno (ovunque in Sardegna)
- Carne di cavallo alla brace al Ristorante Cavallino della Giara – Barumini (VS)










