Da Venezia ad Helsinki: il mio viaggio di 2600 chilometri in treno in 14 giorni per visitare 5 nazioni diverse

Un lungo viaggio per cinque capitali, passando da Venezie
Scritto da: us01234
Baltico

Trent’anni di pendolarismo avrebbero dovuto suscitare in me una certa avversione ai treni e infatti eccomi qua, pronto, a 60 anni suonati a un bel viaggio stile interrail. Non l’avevamo fatto da giovani, un motivo ci sarà stato. L’ho scordato. Come ogni anno Laura, la mia vulcanica moglie, stabilisce una meta, poi sono tutti fatti miei per la pianificazione. Una sua collega le ha parlato delle capitali baltiche e ha messo sul piatto l’idea. Mi è piaciuta e, da vero masochista, ho pensato a un viaggio green e ho detto: “Ci andiamo in treno!”. Lo so, è un’idea un po’ così, da Savigliano (CN) a Tallinn sono 2.600 km, che sarà mai? Ma c’è il masochista dilettante e il professionista, quindi: perché fermarsi a Tallinn? Andiamo fino ad Helsinki! I mezzi di trasporto cambieranno un po’, li sveleremo, se riusciamo a prenderli tutti, strada facendo. Noi abitiamo nell’estremo nord-ovest italico e, per abituarci allo spostamento ad est, iniziamo il maso-viaggio da Venezia!

Diario di viaggio in Europa

Giorno 1: partenza per Venezia

Sono anni che desideriamo vedere la Biennale di Venezia, città visitata già molte volte. Quest’anno sembra quello buono. Prenotiamo un Frecciarossa TorinoVenezia, oltre agli altri spostamenti, poi informiamo i figli, entrambi belli grandicelli, dell’itinerario. A Marco, il lungo, balena l’idea di aggregarsi per la prima tappa! Aggiungiamo un posto alla prenotazione del B&B preso su Airbnb e siamo pronti. Arriviamo, noi da Savigliano (CN), lui da Milano, a mezzogiorno e prendiamo possesso dell’appartamento a Cannaregio.

Si pensava a un caldo tropicale e invece, si sopravvive. Se c’è Marco io spengo il cervello, che già normalmente gira al minimo, e mi affido a lui. Laura normalmente si affida a me, siamo un bel trenino. Mangiamo, bene, alla rosticceria Gislon, poi puntiamo all’Arsenale per la prima visita alla Biennale. Io di arte moderna sono esperto come un macaco, ma so abbozzare. Vago tra statue di bronzo di uomini con i rami e abiti di lana alti 4 metri con lo sguardo sgarbiano. Guardo soprattutto Laura e Marco e se li vedo colpiti, sono colpito. Aggiungo che mi è venuto un abbiocco cosmico ed ogni panca è mia. Va detto comunque che ci sono cose notevoli, anche per un macaco.

Ora andiamo ai padiglioni dei vari stati. Questa parte per me è stata più interessante. Ho visto cose sorprendenti. Del Lussemburgo, per esempio, avevo un’opinione di austerità e serietà. A cosa hanno dedicato il loro padiglione? Alla cacca! Abbiamo visto un filmato su una cacca che parlava in pubblico, decomponendosi. Divertente, ma anche disgustoso. Il Lussemburgo, ma pensa te! Alle 18 usciamo. Ah, l’Arsenale è meraviglioso! Due passi, oltre ai 20.000 già fatti, per vedere il Canal Grande e tappa spritz. Poi, sempre nel sestiere di Castello, cena in un bacaro e poi a casa. Prima giornata andata, e anche bene.

Giorno 2: seconda giornata a Venezia

Giornata piena veneziana.

Colazione in un bel baretto con libreria, cioè che vende libri, non che ha una Billy dell’Ikea, e poi mettiamo i primi dei milioni di passi che faremo. I piedi non lo sanno e vanno avanti fiduciosi.

Seguiamo Google Marco e quindi non ci orientiamo più, ma lui, sicuro, ci porta prima alla Fondazione In Between Art al complesso dell’Ospedaletto per una mostra visiva molto interessante. Uno dei video ricorda l’uso, probabile, di una bomba sonica a Belgrado, a marzo 2025, per disperdere una manifestazione. Vorrei spiegare di più, ma mi dilungherei troppo. Cercate su internet “bomba sonica Belgrado”: è una cosa strana, interessante ed inquietante.

Usciti da lì, calli (vie, non quelli ai piedi), ponti, passi e… bum! La mia chiesa preferita di Venezia: Santa Maria dei Miracoli. Tutta in marmo, tra due canali. Grazie Marco!

Proseguiamo, passando per la Chiesa dei Gesuiti a vedere un Tiziano, per la Scuola Grande di San Marco ed arriviamo ai Giardini della Biennale.

Passeremo tutta la giornata tra i vari padiglioni.

Notevole quello norvegese, quello USA, quello spagnolo e quello polacco (ma faceva troppo caldo e sono uscito).

Anche qui, come il Lussemburgo, il padiglione più audace è stato quello che non ti aspetti: quello degli austriaci. Per ricordare i danni che stiamo facendo all’acqua, c’erano delle performer che simulavano, credo, una il tempo, sostituendosi al batacchio di una campana, facendola suonare, un’altra su una moto d’acqua girava in cerchio in una piscina per provocare onde altissime, un’altra ancora faceva contorsionismi vari di cui ignoro il significato ed un’ultima immersa in una vasca piena di, giuro!, urina dei visitatori depurata. Tutte nude. Io ho fatto finta di niente, simulando distacco, ma tante donne nude, così da vicino, non so mica quando le ho viste. Sarà dipeso da questo il caldo al padiglione polacco?

Bella visita e bella vista.

Cena da Gino, sestiere Castello, e lungo ritorno a casa dando un’occhiata a Palazzo Ducale, Piazza San Marco con l’acqua che affiorava tra le pietre e Rialto.

Giorno 3: da Venezia a Cracovia

Colazione in appartamento per accorciare i tempi e siamo pronti a ripararci dalla pioggia prevista. Previsione sbagliata.

Andiamo a Palazzo Manfrin a vedere una mostra di Anish Kapoor. Palazzo Manfrin è vicino al Ponte delle Guglie, Cannaregio, e Kapoor, un artista indiano che fa opere gigantesche, aveva bisogno di un posto per esporre i suoi modelli e l’ha comprato. Anch’io dovevo andare in treno a Torino e l’ho comprato. Che ci vuole?

A parte questo sfregio alla povertà, le opere sono d’impatto. Anni fa ha riempito con un’opera in PVC di 30 metri il Grand Palais di Parigi. È suo quello che a Chicago chiamano il Cloud Gate (o Grande Fagiolo), un’opera in acciaio lucidissimo alta 15 metri. Ha anche fatto l’ingresso di due stazioni della metropolitana di Napoli (Monte Sant’Angelo).

Se avete uno spazio grande, ma grande, da riempire ed un conto in banca milionario da svuotare, chiamate Kapoor!

Mi è piaciuta un sacco.

Ora andiamo a vedere il padiglione di Gaza. Ci siamo riempiti di indignazione. Tutte le opere sono, ovviamente, incentrate sull’invasione israeliana: pannelli ricamati dalle donne con episodi e viste di Gaza, o quello che ne rimane.

Ora si deve partire e dobbiamo lasciare molto, ma molto, a malincuore Marco per raggiungere la seconda tappa della vacanza: aeroporto di Venezia, imbarco per Cracovia con volo Wizz Air (157,10 € due bagagli a mano). Ciao Marco e grazie!

Arrivati in Polonia, trenino che ci porta alla stazione centrale e poi al nostro hotel (Aparthotel preso su Booking, 100 € 1 notte con colazione). Dignitoso.

Staremo qui meno di 24 ore, dobbiamo spezzettare la salita a Nord.

Giretto nella piazza del Mercato dominata dalle torri asimmetriche della Basilica di Santa Maria. Questa piazza è bellissima, eravamo già stati qui anni fa, ma l’impatto è sempre notevole.

Ora serve mangiare i pierogi: seguo un consiglio del web ed andiamo da Pierogarnia Krakowiacy. Un bel posticino con poca gente nella via più turistica della città: si ordina al banco e si aspetta che il cicalino, che consegnano all’ordine, suoni per ritirare i piatti.

Forse hanno letto la poca perspicacia nei miei occhi, perché quando il cicalino è suonato, ci hanno portato i piatti al tavolo. Che attenzione per gli anziani, questi polacchi!

I pierogi: sono dei ravioli ripieni di varie cose, salate e dolci. Io ho preso i Ruskie, ripieni di formaggio e patate, Laura con formaggio e spinaci. Veramente buoni, ma 8 a testa sono tanti e non abbiamo anche preso quelli dolci? Sì! Altri 8 con ciliegie e mascarpone!

Avete presente Palla di Lardo in Stand by Me che, dopo aver mangiato decine di crostate inizia a vomitare a fontana “contagiando” tutti i presenti? Ci sono andato vicino, ma no, non ho vomitato.

Ora bisogna digerire (24 pierogi, 1 birra e 1 Pepsi: 50 €) e andiamo a fare un giro. Passiamo attorno al castello ed arriviamo sulla Vistola. Facciamo in tempo a vedere la Statua del drago che c’è qui sputare fuoco.

Ora siamo stanchi e, non del tutto digeriti, torniamo, passando in mezzo a centinaia di persone.

C’è più gente che a Venezia! E ci sono pure i ballerini di strada che ballano la breakdance, sento gli anni ’90.

Ma c’è tantissima gioventù ed infatti noi torniamo in albergo.

Giorno 4: da Cracovia a Varsavia

Colazione dolce Laura, salata io e siamo pronti.

Stamattina visitiamo il Castello del Wawel, che è un po’ la ragione del nostro ritorno a Cracovia. La volta precedente era chiuso. I castelli mi danno un po’ la sensazione che prova Bill Murray nel film Ricomincio da capo: un déjà vu continuo. Ma a Laura piacciono tanto e chi sono io per negarle una gioia? Per me sarà una visita col pilota automatico. Questo qui è andato a fuoco praticamente ogni anno bisesto e di originale c’è abbastanza (un eufemismo) poco. Ma è imponente e fa la sua porca figura.

Niente, i pezzi sui castelli non devo scriverli io, il prossimo lo descriverà Laura.

Usciamo e piove. Non molto protetti raggiungiamo il Collegium Maius, dove ha studiato Copernico, e ammiriamo, al riparo, il bel cortile.

Adesso i succhi gastrici cominciano a muoversi. Andiamo in un bar mleczny (bar latteria). Sono posti con una storia: praticamente le prime mense per operai dove si poteva mangiare a poco prezzo, addirittura il costo del pasto veniva incluso nella busta paga. Hanno resistito nel tempo. Posti molto informali, dei self-service: ti metti in coda, ordini, prendi il vassoio, ti cerchi un posto e mangi. Ho mangiato un ruznik (non so se si scriva così), una specie di hamburger con purè, Laura un pollo con patate, totale 20 €.

Piove ancora, torniamo in albergo a recuperare i bagagli ed andiamo in stazione. Si va a Varsavia, treno diretto 60 € in due.

Arriviamo e ci accoglie il mastodontico Palazzo della Cultura, enorme e sovietico.

Prendiamo possesso dell’appartamento prenotato con Airbnb (Luxury design apartment, 2 notti 163 €) in un palazzo orrendo, ma le stanze sono belle e l’arredamento è nuovo.

Scarico l’app Jakdojade per i mezzi, acquisto i biglietti ed andiamo in centro.

Ci facciamo un giretto a Stare Miasto ed andiamo a cena, dopo un po’ di coda, da Gospoda Pod Zygmuntem. Laura pierogi con gli spinaci, io una zuppa di pollo e manzo, tutto buono (l’Italia è un’altra cosa) a poco prezzo, 13 € a testa.

Peregrinare stanca, passeggiatina per digerire, c’è un sacco di gente anche qui, e ci trasciniamo a casa.

Domani visitiamo questa nuova capitale.

Giorno 5: alla scoperta di Varsavia

Giornata completa a Varsavia. Colazione in un bar panetteria: i croissant arrivano direttamente da Parigi, infatti sono raffermi.

Ci incamminiamo verso la Strada Reale passando per una rotonda con una palma artificiale. Sarà piaciuta a chi l’ha messa, a noi no.

Giriamo in Nowy Świat con i suoi larghissimi marciapiedi e andiamo verso Stare Miasto. Si passa dal monumento a Copernico che, ho scoperto, era un prete! Ed ha sbugiardato tutta la Chiesa con le sue teorie, ma, forse perché era dei loro, l’hanno trattato meglio di Galileo. Raccomandato!

Poi si arriva alla Chiesa di Santa Croce: Chopin, varsaviano doc, è morto a Parigi, ma qui aveva lasciato il cuore, che infatti è custodito in questa chiesa.

Si prosegue su questa bella strada e si arriva al Palazzo Presidenziale, dopo aver fatto una capatina nei cortili silenziosi dell’Università.

Deviamo per vedere il gigantesco Teatro Nazionale, con la facciata neoclassica, unica sopravvissuta alla distruzione subita nella Seconda guerra mondiale.

Si torna alla Strada Reale e, da lì, al Castello. Chiuso!

Da qui in poi, quello che vedremo ha meno di 80 anni, ma ne dimostra 1000: un lifting al contrario.

Varsavia nel ’44 insorse contro i nazisti, ma vennero fermati in 4 giorni. Nei seguenti 2 mesi, da agosto a ottobre, la città venne rasa al suolo, con decine di migliaia di vittime civili.

I nazisti furono meticolosi, del centro medievale non rimase una sola pietra.

A fine guerra i varsaviani non si persero d’animo e, guardando stampe e quadri, ricostruirono tutto fedelmente.

In effetti case, castello, strade e piazze sono bellissime. Un’opera mastodontica.

Fame! Andiamo di nuovo in un bar mleczny: involtino di cavolo e frittelle di zucchine per me, una zuppa al pomodoro per Laura, quattro crêpes (piccole) alle mele; 13 €!

Il pomeriggio lo dedicheremo all’altra tragedia di Varsavia: il ghetto e la sua rivolta.

Ci incamminiamo verso la prima tappa dell’itinerario, ma incontriamo un parchetto con delle sdraio, lì, vuote, che ci aspettano. Solo due minuti ed ecco 40 minuti di pennichella. Bellissimi.

Rinvigoriti ripartiamo. Prima, però, un po’ di storia e numeri: a Varsavia 500.000 ebrei erano ammassati in quello che era il ghetto più grande d’Europa, ma non abbastanza.

I tedeschi, nel ’42, cominciano a deportare gli ebrei dal ghetto, tanto che a gennaio ’43 rimanevano 70.000 persone. Alcuni tra i superstiti decisero di ribellarsi, ma vennero annientati: in poco tempo morirono 13.000 persone, molte bruciate nelle loro case, il resto della popolazione venne deportata nei campi di sterminio.

Prima tappa il Monumento agli Eroi del Ghetto davanti al Museo POLIN. Proseguiamo alla ricerca del tumulo eretto sul bunker dove il leader degli insorti morì (all’inizio di via Miła).

Andiamo sul luogo da dove partivano i convogli per i lager, pullman fino a via Złota a vedere un pezzo di muro del ghetto e poi basta, basta tristezza.

Ora faccio una sorpresa, masochista, a Laura e la porto da Uniqlo, altra mezz’ora di sofferenza.

Cena da Gościniec e poi passeggiata sul lungo Vistola. Poi il dramma.

Siamo due generazione X, non abbiamo un gran controllo degli smartphone, di cui siamo, però, tristemente dipendenti.

Tutte le informazioni che ci servono per tornare a casa (indirizzo, codici per aprire le porte) sono sui nostri cellulari, abbiamo la powerbank, ma non il cavo per collegarla a qualcosa da caricare. Siamo su un autobus, abbiamo appena preso nota mentale della fermata a cui dobbiamo scendere e puff, con il mio smartphone morto da un po’, defunge anche quello di Laura. Realizziamo in un attimo che siamo due deficienti.

Ok, scendiamo e cominciamo a chiederci come saremmo arrivati a casa, non sapendo neanche l’indirizzo da dire a qualcuno, che so, un tassista. E quindi metto la faccia di bronzo, entro in un ristorante e chiedo un caricatore per ricaricare un po’ un cellulare. E me lo danno! Accendo e, con violino e fisarmonica che suonano accanto a me per un tavolino, prendo nota dell’indirizzo di casa, mi faccio una mappa a matita del percorso per raggiungerla, copio i codici degli ingressi, stacco il cellulare, ringrazio, saluto e partiamo. Dopo un quarto d’ora, miracolosamente, arriviamo a casa.

Domani powerbank, cavi, indirizzi e codici tatuati sulla pelle, sperando non ci ricapiti.

Giorno 6: da Varsavia a Vilnius

Oggi lasciamo Varsavia per Vilnius.

Treno prenotato con LTG Link (ferrovie lituane), due biglietti a 29 € a testa. Per l’acquisto bisogna aver pazienza perché sull’app i biglietti dovrebbero essere disponibili 60 giorni prima del viaggio, ma non è così. La mia attività da pensionato, nei mesi di maggio-giugno è aumentata parecchio: ogni mattina mi collegavo per verificare la disponibilità dei biglietti. Fatica ed ansia!

Comunque, con i “sudati” biglietti saliamo a bordo di un IC che ci porterà fino oltre confine per poi cambiare a Mockava. È andato tutto liscio. Molto riposante. Guardare dal finestrino è bello, se non si sta andando a lavorare, e mi ha fatto scoprire che in Polonia ci sono tantissime cicogne.

Arriviamo a Vilnius in perfetto orario, alle 17:25 dopo 7 ore e 30 minuti di viaggio. Prendiamo possesso di un bell’appartamento (Airbnb, vicino alla stazione, host Renata, 170 € per 2 notti) e poi, armati di indirizzo di casa e powerbank, andiamo ad assaggiare la città.

Molto nordica, ordinata con grandi palazzi color pastello.

Arriviamo alla piazza della Cattedrale dopo aver salutato, attraverso un’installazione in piazza del Municipio chiamata Portal, qualcuno in un’altra città dov’è installata la stessa cosa. È un’idea semplice: uno schermo ed una telecamera puntata su chi sta davanti all’opera. Sullo schermo sono proiettate le immagini di qualcuno che, chissà dove, ti sta vedendo sul proprio.

La Cattedrale è molto grande con un campanile ottagonale staccato dalla chiesa.

Ceniamo ad un’ora lituana, alle 19:15 (ah, sono anche un’ora avanti, quindi per il nostro orologio biologico sono le 18:15), da Etno Dvaras, non lontano dalla piazza. Io prendo i Cepelinai, patate lesse ripiene di carne, Laura la Šaltibarščiai, la zuppa nazionale lituana. È fredda, di barbabietole, kefir, cetrioli e uova sode. Rosa, come la pantera. Inquietante, ma buona.

Paghiamo (c’è l’euro!) e andiamo a digerire: saliamo sulla collina alle spalle della Cattedrale dove è eretta la Torre di Gediminas. Da qui si vede tutta la città ed anche un bel tramonto.

Ora si torna che c’è un pezzo di semifinale dei Mondiali: FranciaSpagna. ¡Vamos hermanos!

Giorno 7: esplorando Vilnius

Giornata intensa: per i nostri ritmi, che significano uscire alle 9:30 con colazione da fare.

La facciamo alla Boulangerie Vilnius. Una piccola bottega con la musica francese, croissant, pain au chocolat e caffè Lavazza. Lituano doc. Però, buona colazione.

Riprendiamo la strada per la Cattedrale e, appena imboccata, guardiamo la Porta dell’Aurora, l’unica rimasta in città. Custodisce, in una cappella sopra l’arco, una statua della Madonna molto venerata.

Ah, i lituani hanno resistito alla cristianizzazione fino al 1300, ma una volta mollato il colpo, i cristiani hanno recuperato. Ci sono chiese cattoliche ed ortodosse ogni 50 metri!

Sosta alla Chiesa dello Spirito Santo, bella fuori e dentro. Ci sono anche i corpi mummificati e, per fortuna, coperti di tre martiri.

Andiamo verso l’Università passando per quello che era il ghetto, totalmente “svuotato” dai nazisti. Erano chirurgici, questi animali.

Due passi nei cortili anonimi dell’Università ed arriviamo davanti al Palazzo Presidenziale dove vediamo uno schieramento di moto e macchine e capiamo che il Presidente sta uscendo. Decidiamo di aspettarlo, ma dopo un quarto d’ora ci stufiamo. Ci alziamo e andiamo, ma vediamo arrivare un plotoncino di guardie in alta uniforme. Allora esce per davvero! E torniamo indietro.

Qui si materializza la buona stella che ci ha già fatto ritrovare 5 volte (sì, 5 volte!) la macchina fotografica dimenticata in vari luoghi: torniamo dove eravamo seduti e lì, tranquillo e beato, vediamo lo smartphone di Laura, che non si era ancora accorta di averlo dimenticato.

Grazie picchetto d’onore che ci ha fatto tornare indietro e grazie buona stella, che io chiamo in un altro modo, ma non sarebbe educato scriverlo.

Segno che dobbiamo aspettarlo, questo Presidente. Abbiamo anche assistito ad un tamponamento tra le macchine di rappresentanza, imbarazzante.

Dopo 45 minuti di attesa, eccolo. Lui ed il Presidente lettone. Due, tre foto e via. Due cose rare: vedere un Presidente e ritrovare qualcosa che non si sapeva di aver perso.

Camminiamo un po’ per vedere un pezzo di storia che, dal centro città almeno, è stato cancellato: i 50 anni di dominio sovietico.

Andiamo a vedere il Museo delle vittime del genocidio. Dal ’40 al ’89 i russi hanno cancellato la lituanità, imprigionando prima i partigiani, poi i dissidenti. In questo palazzo, lasciato com’era, il KGB ha detenuto, torturato ed ucciso migliaia di persone. Il Museo è quel che è, pannelli e cimeli, ma poi c’è la parte delle celle e qui il cuore si stringe. C’è la sala dell’acqua: consiste in una vasca che d’inverno veniva riempita di 40-50 cm di acqua gelata, al centro una pedana di 50 cm di diametro su cui il prigioniero, con le mani legate dietro la schiena, doveva stare in equilibrio, pena cadere nell’acqua gelata. Solo a pensarla una cosa così…

Col cuore pesante usciamo e pranziamo, alle 14:30.

Torniamo alla Cattedrale dove verifichiamo l’austerità dell’interno ed il casino che fa l’organo enorme se chi lo suona sbaglia un tasto su due.

Andiamo alla Chiesa di Sant’Anna, gotica in mattoni. Curiosa e bella.

Poi si visita un posto unico: la Repubblica di Užupis. Un quartiere che nel periodo sovietico era malfamato, poi, negli anni ’90, un artista decide di stabilirsi qui e riunire altri come lui. Quartiere “bonificato”, ma non basta. Viene dichiarata Repubblica: il Parlamento si riunisce in un bar ed hanno anche stilato una bellissima Costituzione. Due articoli ad esempio:

“11. Ogni uomo ha diritto di prendersi cura di un cane, fino alla morte di uno dei due”

“24. Ogni uomo ha diritto di non capire nulla”.

Se volete leggerla tutta la trovate online, al fondo c’è l’elenco degli articoli in italiano. Leggetela, mette di buonumore.

Il quartiere mi ricorda Bussana Vecchia, in Liguria, ma meno sgarrupata.

Guardiamo l’angelo, una statua in bronzo eretta a custodia del quartiere e andiamo, seguendo un bell’itinerario a piedi, al Cimitero dei Bernardini. Un luogo meno funereo di quanto si pensi; si passeggia sul fianco di una collina, nel verde, tra le lapidi. La pace, va da sé, è assicurata. C’era anche un gatto stupendo!

Poi si scende su un bellissimo e bucolico lungofiume che costeggia la Vilnia (fiumiciattolo di Vilnius), luogo perfetto per innamorarsi, non fossi già arrivato come tale (Laura, come disse la Pina a Ugo Fantozzi, mi stima tantissimo).

Si torna ad Užupis per leggere la Costituzione affissa sui muri in tutte le lingue.

Le mie articolazioni si considerano soddisfatte, quelle di Laura no. Altra scarpinata prima lungo la Vilnia e poi su, ma su veramente, fino alle Tre Croci. Un monumento per ricordare il martirio di frati francescani venuti a cristianizzare i pagani lituani, che prima hanno risposto: “No, grazie” e poi li hanno accoppati.

Da qui c’è una bella vista, come quella di ieri con in più la vista sulla Torre di Gediminas, però, Laura, basta! Scendiamo.

Ceniamo di nuovo da Etno Dvaras e portiamo quel che rimane del corpo a casa.

Stasera seconda semifinale, ArgentinaInghilterra. Ieri la Spagna mi ha dato una gioia, ora confido in Messi!

Giorno 8: da Vilnius a Riga

Sveglia all’alba (5:30) oggi, dobbiamo prendere il treno per Riga.

Arriviamo in stazione con il treno (LTG Link, 14,40 € ciascuno) ad aspettarci. Prendiamo posto, sedili larghi e distanziati. Comodissimi!

All’arrivo spaccherà il secondo, da pendolare non ero abituato. Un viaggio veramente rilassante, su questo treno c’era tutto, le controllore passavano anche a vendere le cose del bar. Anche ai cani hanno pensato, con le ciotole per l’acqua all’ingresso.

A Riga dobbiamo aspettare un po’ per andare all’appartamento (Airbnb, Residenza Green Velvet, 154,70 € per 2 notti) e allora ci svacchiamo in un parco.

Poi si entra: spaziosissimo, ben curato. Siamo fortunati.

Ora si punta al centro: la prima cosa che vediamo è il Monumento alla Libertà, un siluro con una donna in punta che regge tre stelle dorate, alto 42 metri. Per le parole scolpite alla base avevano chiamato il più grande poeta lettone affinché donasse il suo talento e lui ha consegnato all’eternità questi versi altissimi: “Per la Patria e la libertà”. Sublime! A Laura la signora lassù, che presumo essere o la Patria o la Libertà, è piaciuta per l’espressione serena. Io sono rimasto colpito dal lirismo della dedica.

Pranziamo in un locale sulla strada principale e, usando un itinerario a piedi scaricato dal web, partiamo per un primo giro a Riga.

La prima impressione è di austerità quasi viennese, ma il centro medievale emana calore.

Prima tappa la Casa del gatto, tutta impalcaturata. Poi due cortili medievali: Konventa Sēta e Jāņa sēta. Bah…

Poi si arriva alla Chiesa di San Giovanni la cui facciata, alta, di mattoni dà su una strada larga 1,5 metri: impossibile vederla senza rischiare il torcicollo. Chiusa.

Per ora ho la bocca a disappunto.

Nella piazza successiva una singolare composizione dei Musicanti di Brema: le città sono gemellate.

Si gira l’angolo e… una facciata che si vede! Chiesa di San Pietro. Dominata da un campanile che svetta dal centro della facciata, altissimo. Ed è aperta e si visiterebbe per “soli” 8 €, optiamo di spenderli per due caffè al bar lì vicino.

Il centro è tranquillo, ma di cose proprio imperdibili per ora non ce n’è.

Ci dirigiamo verso il ghetto che, inutile dirlo, venne prima riempito e poi, diciamo, svuotato. Da 30.000 che erano ad inizio ’40 a 150 a fine ’44. Diamo un’occhiata alla Sinagoga, ma si paga anche qui per entrare. E non entriamo.

Si va alla piazza del Municipio dove c’è la Casa delle Teste Nere: una confraternita dedita alle feste e che sembra sia stata l’inventrice dell’Albero di Natale. Ubriachi, avevano addobbato un abete con dolci e salumi, poi li avevano mangiati ed infine lo avevano bruciato. Poi la tradizione è cambiata un po’.

Sulla piazza c’è anche il Museo dell’occupazione della Lettonia e dietro un monumento socialistissimo ai fucilieri lettoni. Sembra di essere a quei tempi con queste statue possenti ed austere in granito.

Ci riposiamo un attimo dopo aver dato un’occhiata al fiume. Poi, pian pianino, si va alla Cattedrale di Riga, senza facciata. Chi troppo, chi niente. Solo un campanile, enorme. Qui, crepi l’avarizia, entriamo anche se si paga (5 €).

Grande, seria e quasi vuota. Da menzionare l’organo, molto bello, uno dei più grandi del mondo.

C’è anche un bel chiostro. Non lo sapevamo, ma siamo 20 minuti oltre l’orario di chiusura, la signora dei biglietti è lì che aspetta solo che ce ne andiamo. Ce ne andiamo.

Continuiamo a camminare ed arriviamo al Castello di Riga, che non sembra un castello, ed alla Porta Svedese, che è un semplice arco sopra una strada.

Poco più avanti vediamo i Tre Fratelli, tre case medievali una di fianco all’altra, di annate ed architetture differenti.

Riga spero mi stupisca domani, le do un’altra possibilità. Siamo anche stanchi, questo forse influisce.

Pausa in un parco e poi cena da Province. Una zuppa in pagnotta per me, frittelle di patate per Laura. Buono? Sono troppo stanco, non mi pronuncio.

Ci ritiriamo, forse è meglio.

Giorno 9: l’architettura Art nouveau di Riga

Dai, vediamo se Riga mi entra nel cuore.

Cominciamo col dormire tanto: usciamo alle 10:30, scolazionati. Andiamo all’Innocent Café e, vista l’ora, ci hanno proposto uno stinco di maiale, io prendo l’ultimo croissant, Laura una panna cotta con mango. Ottimi cappuccini.

Ora si parte: vicino al Monumento alla Libertà c’è la Cattedrale della Natività di Cristo, una bella chiesa ortodossa con le cupole dorate. L’interno è bello e intimo, con decine di icone dorate. Una signora sta pulendo maniacalmente il pavimento e, poco più in là, una mamma con il figlio in braccio sta baciando un’icona e… bleach! Il figlio vomita a terra. Alla signora che pulisce verrà una sincope.

Oggi itinerario per scoprire quello per cui Riga è famosa: l’edilizia Art nouveau.

Arriviamo in Albert iela, nel “quartiere silenzioso”, una strada lunga 200 metri disseminata di edifici costruiti ad inizio ‘900. L’Art nouveau, spiegata male, si riconosce per l’abbondanza di stucchi e statue di donne e uomini, serissimi o urlanti, pavoni, draghi, sfingi e chi più ne ha, più ne metta. Non riesco a spiegare quel che c’è, è tanto. E bello. L’architetto principale è stato Michail Ėjzenštejn, padre di quello della canzone di Franco Battiato, Prospettiva Nevski:

“E gli orinali messi sotto i letti per la notte. E un film di Ėjzenštejn sulla rivoluzione”

Mi rimarrà in testa tutto il giorno.

Questi palazzi sono originali, possono suscitare qualche sorriso in chi (c’ero anch’io) non conosce l’ispirazione che sta alla base di questa architettura: nell’era industriale appena nata c’era voglia di bellezza ed un modo più spensierato di rappresentare le cose. Bellezza contro industrializzazione.

Questo quartiere è veramente silenzioso, anche le numerose Porsche che passano non fanno rumore, solo invidia. Qui i poveri non entrano.

Abbiamo anche visitato il Museo dell’Art Nouveau di Riga: un appartamento dell’epoca con arredi originali. Mi è piaciuto come gli spinaci bolliti e sconditi. Ma notevole, e si vede senza pagare (si nota che sono tirchio?), è la scala a chiocciola tutta decorata.

Mangiamo e continuiamo il nostro tour Art nouveau. Le case sono ovunque. Riga è entrata nel cuore, brava.

Dopo un bel vagabondare ci spaparanziamo su una panchina del bellissimo parco Bastejkalns. Ci staremo una bella ora e mezza, spaventati da un ragazzino che, lì vicino, ogni tanto, pensa bene di suonare per raccogliere fondi per la sua scuola di batterie! In un parco, bello bellino, col laghetto, le barche, i fiori, le panchine e… ratatan! Un bell’assolo di tamburi. Ottima scelta, non ho dato un soldo.

A malincuore, nonostante gli intermezzi da infarto, ci alziamo, prendiamo, io, una birretta e Laura una roba più triste e andiamo alla ricerca di un ristorante. Consigliati da Google andiamo da Salve, in piazza del Municipio. È semivuoto, vogliono solo pagamenti in contanti: prendiamo spunto dal nome del ristorante e, Salve, andiamo da un’altra parte.

Vicino al Castello Google ci manda da Zviedru vārti dove mangiamo: Laura pollo con riso e salsa al mango, io aringhe fritte con purè.

Le batterie atomiche di Laura le fanno dire: “Andiamo sul fiume?”. I miei ingranaggi a molle mi dicono: “È dalla parte opposta del centro”, ma il mio neurone servile mi fa dire: “Ma certo!”.

Ottima scelta, però. Arriviamo sul ponte sulla Daugava in tempo per vedere un bellissimo tramonto. Brava Laura.

A cena eravamo relativamente vicini all’appartamento, adesso siamo assolutamente lontani. Abbiamo modo di riconoscere altri due palazzi Art nouveau ed arriviamo. Ancora un po’ e non avrei neanche riconosciuto la Gioconda.

Riga, alla fine, mi sei piaciuta.

Domani ancora più a nord: Tallinn. Se non perdiamo il treno.

Giorno 10: da Riga a Tallinn

Veramente poco da raccontare.

Colazione tardi, ma c’erano ancora i croissant, nel bar di ieri e poi: stazione.

Treno per Tallinn (LTG Link, 30,70 € ciascuno) da prendere: Laura è pronta a combattere perché su questa tratta i posti non sono prenotabili. Assalto riuscito, nessun ferito.

Viaggio comodo, pranzo con le brioche salate prese al bar stamattina. Cambio a Valga che, come Gorizia, è divisa in due stati: Lettonia ed Estonia.

Viaggiare con Laura offre quasi sempre momenti esilaranti. Va alla toilette, poco dopo il treno si ferma in aperta campagna. Sento le porte scorrevoli aprirsi e la vedo superare i nostri posti ed andare a passo spedito non so dove. Poi si gira, mi vede e torna indietro. Si siede preoccupata e mi dice: “Volevo tirare l’acqua, ma ho premuto un tasto rosso. Ho sentito un cicalino suonare ed il treno si è fermato. Sarò stata io?”. Non lo sapremo mai, ma il vederla allontanarsi dal “luogo del delitto” quasi correndo mi fa ridere ancora adesso che lo scrivo. Ah, il treno è ripartito quasi subito.

Arrivati, puntuali, prendiamo possesso della camera prenotata all’Hestia Hotel Ilmarine (Booking, 199 € due notti con colazione) e andiamo alla ricerca del ristorante.

Scegliamo, come tanti, il Rataskaevu 16. Il tavolo ci verrà dato tra mezz’ora, vabbè, facciamo un giro e torniamo. E comincia a piovere…

Quasi incuranti il giro lo facciamo comunque. Guardiamo la bella piazza del Municipio e arriva l’ora del nostro tavolo: filetto di pollo con salsa di lamponi per Laura, per me alce arrosto con salsa di non so e cose a fette con una salsa color lampone. Mi piace essere preciso nelle descrizioni. Prima di tutto due fette del famoso pane nero lettone, spalmato di burro salato. Tutto veramente buono.

Due passi per digerire: siamo nei paesi baltici, ma il Baltico, finora, non l’abbiamo visto. Ci arriviamo per un tramonto post-pioggia veramente suggestivo, mentre una ragazza festeggiava, da sola con un ragazzo, il compleanno con corona, fascia e fuochi d’artificio. Tutto un po’ triste. Tanti auguri!

Domani andiamo alla scoperta della città.

Giorno 11: scoperta di Tallinn

Dopo una bella dormita, una bella colazione. Per dirla alla Fiorello/Califano, mi sono mangiato un ippopotamo ripieno di porco. Laura solo cose sane.

Seguiremo, di nuovo, un itinerario a piedi preso dal web che ci porta prima a Sant’Olav, una chiesa il cui campanile si vede da ovunque. Per entrare 10 €, ciao.

Proseguiamo verso la collina al belvedere di Patkuli. Lo dico qui ed immaginatelo per ogni posto che vedremo: a Tallinn arrivano le crociere che sfornano migliaia di auricolati, bandierina-seguenti che occupano ogni metro quadrato rendendo tutto molto poco intimo.

Sgomitando facciamo delle foto e ci dirigiamo verso un altro belvedere. Ma sbaglio strada. Arriviamo alla Cattedrale Aleksandr Nevski, sempre quello della Prospettiva Nevski di Battiato. Costruita per volere dello zar per la campagna di russificazione dell’Impero, ha resistito ai desideri di distruzione sia nel 1918, primo respiro di indipendenza dell’Estonia, che post 1990, alla conquista della definitiva indipendenza. Costava troppo buttarla giù. E meno male: è proprio bella con le sue cupole a cipolla.

Torniamo al belvedere mancato, foto e via. Se si riesce a guadagnare la ringhiera la vista è appagante: tetti rossi, guglie, mare e navi da crociera vuote.

Si scende sulle strade acciottolate ed arriviamo in piazza del Municipio. L’ippopotamo ripieno è stato digerito, si deve pranzare. Andiamo da PullaBakery: fate la fila, non ve ne pentirete. Fanno i cinnamon roll, dei dolci di pasta con cannella morbidissimi, buonissimi, sfornati al momento. Abbiamo anche preso due tranci di focaccia sostanziosi. Il tutto portato su una panchina della piazza. Ottimo pranzo.

Non rimane molto da vedere ed oziamo un po’. Un caffè, cattivissimo, in una bella caffetteria, la Maiasmokk, e facciamo l’ultimo tratto dell’itinerario.

Casa della Gilda delle Teste Nere (la stessa di Riga) che qui, come a Riga, hanno allestito il primo albero di Natale della storia. Se lo vedano tra di loro questo primato. Poi un complesso gotico di tre case affiancate chiamato Tre Sorelle, perché i fratelli sono quelli di Riga.

Guardando le previsioni sembra stia per piovere, molto. Allora decidiamo di andare in albergo qui vicino e di uscire quando smette, ma Laura vuole vedere, di nuovo, il Mar Baltico. Andiamo nello stesso posto di ieri: una costruzione tutta a gradini, enorme, orrenda e fatiscente. Scopriamo essere un padiglione costruito per le Olimpiadi di Mosca 1980. Qui facevano le gare veliche: a Mosca il mare non c’è…

Poi non vuoi andare laggiù dove c’è una spiaggetta a toccare l’acqua? C’è persino qualche temerario che fa il bagno. E così, come previsto, inizia a piovere.

Torniamo in albergo sotto la pioggia e… smette.

Vabbè, riposiamo un po’ e ripartiamo. Vogliamo visitare il quartiere di Kalamaja, con tutte le case in legno. Un tempo erano case di pescatori, ora sono abitate dalla fascia alta della società talliniana. Le case costano più di quelle del centro.

Ma, a parte questo aspetto sociale, è un bel quartiere con le case colorate, tutto molto ordinato. Chi è di Torino o la conosce un po’ mi capirà: sembra di stare alla Crocetta.

Continuiamo a camminare ed arriviamo a Telliskivi, dove una compagine di artisti ha occupato edifici industriali che ora sono pieni di graffiti, locali e tantissimi giovani. Mangiamo in uno di questi locali promettendo di lasciare libero il tavolo: stasera c’è la finale dei Mondiali ed il locale è tutto prenotato. Mangiamo roba non estone: dei waffle con sopra, io del pollo fritto, Laura del salmone.

Per andare in albergo la strada è lunga e noi l’allunghiamo! “Vogliamo” ancora passare dal centro. Metti che ci siamo persi qualcosa…

Non c’eravamo persi nulla: ora sono davanti alla tele a tifare per l’Argentina di Messi contro la Spagna per la finale dei Mondiali.

Giorno 12: da Tallinn ad Helsinki

Messi & co. hanno perso, ma almeno loro ai Mondiali c’erano…

Ultima giornata a Tallinn. Ieri siamo passati davanti al Museo del Mare e l’abbiamo eletto meta di oggi. Ed eccoci qua: è allestito negli hangar del vecchio porto per gli idrovolanti.

Il biglietto ha il suo prezzo (22 €, come gli Uffizi), ma all’interno, oltre a varie barche ed idrovolanti, c’è un intero sottomarino. Gigantesco. Gli si può girare attorno, salire sopra, ma, soprattutto, ci si può entrare dentro.

Vedere gli spazi angusti, le cuccette, i bagni, la sala da pranzo, tutto in un tubo largo 3 metri e lungo 40 è stato affascinante. Mi sono sentito Tony Curtis in Operazione sottoveste. Ma forse è un film che ricordo solo io che sono un dinosauro.

Torniamo in albergo per prendere i bagagli ed andare al porto. Dopo treno e aereo, mancava un mezzo di locomozione: la nave!

Si va ad Helsinki (Viking Line, 55,99 € totale): il porto di Tallinn è simile ad un aeroporto: con i gate, il tubo che permette ai passeggeri di passare dal gate alla nave: fighissimo!

Ci imbarchiamo su Gabriella e 2 ore e 50 minuti dopo siamo ad Helsinki.

Prendiamo, per la prima volta in vita nostra, un Bolt fino all’appartamento (Airbnb, host Lasse, 207 € 2 notti) che è un po’ fuori mano.

Preso possesso dell’appartamento, con qualche patema perché non trovavo la cassettina con le chiavi, andiamo in centro col tram. La Cattedrale luterana di Helsinki è esagerata: innalzata sopra una scalinata con 4 facciate, manco a scuola facevo i temi così lunghi. Non passa inosservata.

Mangiamo, svenandoci, da Savotta, sulla piazza e poi due passi verso il porto.

Ci sono pure le piscine, vabbè, col fresco che fa (abbiamo i giubbotti) saranno vuote, ed invece eccoli lì, incuranti di tutto a fare il bagno. Parlo di persone, non di trichechi!

Prendiamo al volo un tram che va nella direzione sbagliata, alla prima fermata saltiamo su quello giusto e… casa.

Giorno 13: alla scoperta di Helsinki

Colazione da Savy, un bel baretto gestito da giovani con i prezzi di Harry’s Bar in Piazza San Marco e poi, via, alla scoperta di Helsinki.

Il punto più a Nord che abbiamo mai raggiunto.

E infatti fa freddo. E pioviggina, ma non da farmi mettere su il muso che Laura conosce, e teme, molto.

Solito tram fino alla stazione ed iniziamo con la Biblioteca Nazionale della Finlandia (o Biblioteca Centrale Oodi). Una costruzione enorme, di vetro e legno con un design modernissimo.

Tre piani: piano terra bar, caffetterie e zone relax. Al primo piano allestimenti per lavorare: computer, stampanti 3D, plotter, sale riunioni. Basta prenotare, tutto gratuito. Al secondo piano la biblioteca, piena di… libri! Incredibile. Angoli lettura ed una zona dedicata ai bimbi con giochi e robe varie. Piena di gente.

Qui puoi passarci le giornate. C’è pure uno spazio, che sarebbe il mio per elezione, in cui puoi schiacciare un pisolino. C’è anche una bella terrazza. Si potesse leggere a voce alta, sillabando, sarebbe, per me, un bellissimo posto!

Usciamo un po’ scossi da questo luogo lontanissimo da quelli che noi dedichiamo ai libri. Forse è il momento che tolga Il Rosso e il Nero da sotto la gamba del tavolo…

Ora andiamo al parco qui vicino a dare un’occhiata alla Finlandia Talo (Finlandia Hall). Un centro congressi progettato a inizio anni ’70 da Alvar Aalto, il più famoso architetto finlandese. Un edificio lungo tutto ricoperto di marmo di Carrara. Un design che lo rende ancora attuale.

Il tempo tiene: dieci minuti e siamo in un altro posto uscito dalla testa di architetti visionari: Temppeliaukion kirkko. Arrivi e non vedi quasi niente. È una chiesa luterana scavata nella roccia, a pianta rotonda, sormontata da una cupola di rame. Molto, molto suggestiva.

Usciamo. Piove. Pazienza, il morale è alto!

Andiamo verso il quartiere di Kamppi, dove mangiamo un hamburger da Bastard Burgers.

In mezzo ad una piazza, tra centri commerciali, bar e locali vari c’è una roba alta, ovale, di doghe di legno. Un’altra creazione di archi-star: la Cappella del Silenzio (Kamppi Chapel). Questi architetti hanno pensato di creare questa chiesa in mezzo al casino, dove stare in silenzio. Un posto minimale. Paghiamo 5 €, entriamo e c’è… silenzio. Ma va? Scusate, sono poco spirituale. Ah, i banchi sono pure scomodi.

Esco con la faccia un po’ così. E piove. Tengo gli angoli della bocca sotto controllo.

Percorriamo la via Esplanadi ed arriviamo alla fontana della Havis Amanda. Una statua di bronzo di una bella ragazza che, adesso, ha un gabbiano in testa, vero, che contribuisce a “tingerle” i capelli.

Vediamo la costruzione in mattoni bianca e rossa del mercato e andiamo a dare un’occhiata. È piccolino, con tutti negozi mangerecci, ma noi siamo già sazi.

Però prendiamo un dolcino, il Tippaleipä. Di farina, fritto, croccante. Buono. È il dolce che qui si mangia il 1° maggio, e noi lo mangiamo il 21 luglio. Laura si beve un matcha. E usciamo.

Là, sulla collina, svetta la Cattedrale Uspenski. Bella, tutta in mattoni con le guglie dorate. Ortodossa.

Alessandro I, zar di Russia, contribuì a costruire due enormi chiese, questa e la Cattedrale luterana. Questa molto, molto più bella, secondo me.

Al ritorno verso il centro ripassiamo alla mega Cattedrale di Helsinki. Sta sopra ad una scalinata, simile a quella che sale Rocky. Io arrivo in cima ansimante senza paraparaparapara-papaaaa!

Torniamo a riposare a casa ed alle 20:00 andiamo da Zetor. Un locale stranissimo. C’è pure un trattore dentro. Ci dicono che hanno posto alle 22:00. Mangiamo un altro hamburger, va.

Helsinki. Un po’ distante, senza un vero centro città. Ho apprezzato le opere di design, ma rispetto alle città viste fin qui, un passo indietro.

Giorno 14: escursione a Suomenlinna e rientro a casa

Ultimo giorno. Lasciamo l’appartamento presto, per poter fare un’escursione prima di andare in aeroporto.

Depositiamo i bagagli alla stazione (6,90 € per 6 ore), colazione in un bar e andiamo verso il porto.

Ci imbarchiamo su un traghetto pubblico per andare all’isola di Suomenlinna. Abbiamo fatto ieri un biglietto per 24 ore che ci permetterà di andare con il treno in aeroporto e anche di usare questo battello.

L’isola di Suomenlinna, un arcipelago in realtà, ospita una fortezza costruita dagli svedesi nel 1770 circa, per difendersi dai russi, che la espugnarono, senza incontrare resistenza, nel 1808 e la useranno fino al 1917, data dell’indipendenza finlandese.

Questa fortezza si sviluppa su 6 isole collegate da ponti. Dopo 15 minuti di navigazione si sbarca e si inizia a passeggiare lungo il Percorso Blu ben segnalato.

C’è molta pace, ci sono anche delle casette di legno abitate da circa 800 residenti. Tutto molto bucolico, non fosse per un gruppo di giapponesi decisamente rumorosi. Avrò tempo per arrabbiarmi con loro.

La prima cosa che si vede è la chiesa, molto semplice e sulla cui cupola è stata montata una lampada così da fungere anche da faro. Quando si dice la luce divina…

Proseguiamo sulla strada acciottolata fino ad un cortile con una tomba. Avrei voluto fare delle foto, ma il gruppo di giapponesi invade il luogo a macchine fotografiche spiegate (gli stereotipi nascono da cose reali): persone che si mettono in posa mentre sto provando a fare delle foto, incuranti delle mie richieste di aspettare un attimo.

Io sono litigioso per natura e sto cercando qualcuno con cui battibeccare, ma loro semplicemente mi guardano, non capiscono e se ne fregano. Laura mi porta via…

Li precediamo su dei bastioni con dei cannoni russi puntati verso il mare, così faccio foto in libertà. Non li sopporto perché facendo foto, non mi lasciano fare foto. Sono un po’ in contraddizione, ma ho ragione io!

Non possiamo andare molto in fretta perché dobbiamo guardare dove mettiamo i piedi: sull’isola ci sono moltissime oche facciabianca che passano il tempo a brucare, sì, brucano come le mucche, ed a depositare ciò che è meglio non pestare.

Arriviamo alla fine della fortezza a quella chiamata King’s Gate, un portale di accesso dal mare.

Qui si materializzano nuovamente, forse teletrasportati, i giapponesi foto-ciarlieri.

Aspettiamo il nostro turno per fare una, una sola, foto: quando arriva, Laura si mette in posa e accorgendosi che sta arrivando una modella non richiesta le dice di fermarsi, non lo fa ed io mi arrabbio e ne dico parecchie. Penso: “Non capiscono, ma vedranno la mia faccia con occhi e denti di fuori…” La vedono ed uno di loro, sorridente, mi dice: “Volete una foto?”. Laura mi porta via, di nuovo.

Vabbè, parliamo dell’isola. Caruccia anche se è un luogo militare. Ma gli edifici sono poco possenti e la camminata è piacevole. C’è anche un sottomarino!

Torniamo alla terraferma, mangiamo del riso con verdura e carne di renna, io, senza la renna, Laura.

Ora c’è un volo da prendere!

Ma abbiamo un’ultima, piccola disavventura.

Saliamo sul treno, dopo aver recuperato i bagagli, ma l’altoparlante parla di un guasto e di un piccolo ritardo. 20 minuti dopo questo ce n’è un altro e decidiamo, con molti altri, di andarlo a prendere. Laura sfreccia fuori ed io mi attardo un attimo. L’altoparlante ora dice: “Il treno partirà immediatamente”. Le porte si chiudono e parte. Con me sopra e Laura fuori…

Sembrava la scena di Dottor Živago: io sul treno che batto sui finestrini chiamandola, lei, sgomenta, che guarda il treno allontanarsi con il suo amato (spero) sopra. Qui, però, non muore nessuno.

Attimi di panico, poi la chiamo e concordiamo che lei prenderà il treno su cui sarei dovuto salire anch’io, le spiego come fare i biglietti (i nostri li ho entrambi io) e che l’avrei aspettata all’aeroporto.

Quando la vedo laggiù, tutta sola, scendere con i bagagli avrei voluto una bella musica romantica e qualcuno che riprendesse il nostro ricongiungimento! È stato meno tragico di così, ma sono pur sempre italiano: si esagera.

In aeroporto cerchiamo di capire come ridistribuire i pesi dei bagagli molto più pesanti del consentito. C’è una bilancia: metti il bagaglio, sposta roba in un altro, pesa l’altro che adesso pesa troppissimo. Dopo un po’ decidiamo di rischiare.

All’imbarco non ci hanno degnato di uno sguardo (volo Finnair HelsinkiTorino, 237 € due passeggeri con due bagagli a mano).

Ok. È finita.

Conclusioni

13 giorni, 7 città, 6 mezzi di trasporto usati, 7 se si considerano anche i piedi. Viaggiare in treno ed in nave è stato rilassante. L’aereo agita sempre un po’ per i controlli. Le mie pillole:

  • Venezia stupenda, soprattutto perché ci siamo stati con Marco. La Biennale è un’esperienza in cui si va a sensazioni ed emozioni. Il significato delle opere, per me, va in secondo piano.
  • Cracovia giusto assaggiata, comunque ha una bella atmosfera e tantissima gente.
  • Varsavia colpisce per come è rinata. Distrutta nella Seconda guerra mondiale e ricostruita fedelmente. E poi, la tragedia del ghetto, ferita insanabile. Si merita un po’ di pace.
  • Vilnius mi ha colpito molto. L’abbiamo girata bene, rilassati, ammirando le chiese, i panorami dalle colline e la Repubblica di Užupis.
  • Riga. Anche qui molta pace e l’architettura Art nouveau che è ovunque. Grazie per avermi fatto canticchiare Battiato.
  • Tallinn la più antica. Con le strade acciottolate, i belvedere e la Cattedrale Aleksandr Nevski. Purtroppo i crocieristi la rendono troppo affollata. Alla sera torna ad essere godibile.
  • Helsinki è quella che ci ha colpito meno. È una città con meno storia delle altre. Ma le opere di design sono comunque, la Biblioteca su tutti, notevoli.

Il cibo: un po’ ovunque dimenticabile. Ma ho mangiato l’alce e la renna. I costi aumentano con la latitudine. In Polonia si spende poco, in Finlandia troppo. Ora non vedo l’ora di farmi inondare di entusiasmo da Kira-la-cana che impazzirà nel rivedermi. Laura starà un po’ più distante.

Spese

  • Hotel: 1.319,50 €
  • Viaggi: 726,63 €
  • Cibo, mostre e altro: 1.968,08 €
  • Totale: 4.014,21 €

Distanze

  • Passi: 307.352 (pari a 220 km)
  • Treno: 1.975 km
  • Aereo: 2.786 km
  • Nave: 82 km
  • Auto: 4 km
  • Tram/Bus: 35 km
  • Totale: 4.862 km

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