La parte del sogno in cui nessuno dorme

Bentornati nella nostra rubrica, avventurieri! Dal titolo si intuisce già il tono di questo capitolo: meno leggero, un po’ tragico forse, ma necessario. È il momento in cui si smette di sorridere con facilità e si iniziano a fare i conti con ciò che si è scelto davvero. Le notti si allungano, le decisioni diventano reali e i dubbi trovano spazio, senza più restare in sottofondo. Ti rendi conto che la paura c’è, e questa volta non si può ignorare. D’altronde, che cos’è la vita senza qualche picco d’ansia? Ma torniamo a noi.
Avevamo dieci giorni per completare il bonifico. Dieci giorni per capire in fretta se quella scelta nascondesse qualche lato negativo, oltre a tutti quelli positivi che ormai conoscevamo fin troppo bene.
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Questioni di misure e collisioni di sinapsi
I tre giorni successivi alla scampagnata in Germania li abbiamo passati chini sui PC, a controllare ogni specifica del camion, cercando di immaginare la cellula che ne sarebbe uscita e capire se quelle misure potessero davvero funzionare per noi. Il risultato di questa collisione di sinapsi? Sì.
Badate bene: era un sì che, all’inizio, non era del tutto convinto, infatti la cellula che avremmo potuto costruire su quel MAN risultava più piccola rispetto a quella che avevamo in mente fino a quel momento. Questo limite, confrontato con tutti i lati positivi del camion, era praticamente solo un dettaglio. Così abbiamo iniziato a vederla diversamente: un mezzo un po’ più corto sarebbe stato anche più maneggevole alla guida. E così, uno dopo l’altro, i dubbi si sono dissolti come vapore in pentola. Abbiamo compilato il nostro bonifico. Anzi, i nostri bonifici.
Il primo passo concreto
Il primo lo abbiamo inviato un martedì mattina, eravamo entrambi con gli occhi fissi sullo schermo del telefono come se stessimo per premere il famoso pulsante rosso per far partire un razzo spaziale. È stato il momento in cui tutto ha iniziato a prendere forma, il primo gesto concreto verso il nostro obiettivo.
Si dice che un sogno resti tale finché non fai il primo passo, e noi quella sensazione l’abbiamo sentita tutta: le farfalle nello stomaco, un’euforia quasi palpabile e subito dopo lo stesso stomaco che si stringe, come su una giostra sospesa a mezz’aria un attimo prima della discesa. Perché stavolta, stava succedendo davvero. Subito dopo abbiamo inviato una mail al venditore, allegando la conferma del primo bonifico, per essere certi di bloccare il camion. Dopo qualche ora è arrivata la risposta, e con quella anche un po’ di tranquillità.
Reazioni diverse e un addio in cucina
I giorni hanno iniziato a scorrere e noi abbiamo continuato a lavorare: io facevo la pendolare per raggiungere la cucina dove avrei passato l’intera giornata; J, invece, girava in lungo e in largo per la Svizzera italiana, arrivando dai suoi clienti a sistemare anche le situazioni più improbabili. Eppure c’era qualcosa di diverso. Eravamo entrambi distaccati dalla realtà, come se una parte di noi fosse già altrove, già proiettata molto più in alto. Da quel momento non siamo più riusciti a tenercelo dentro, perché ormai aveva preso una forma troppo concreta per restare solo tra noi. Abbiamo iniziato a dirlo, prima a piccoli passi, sia in famiglia che al lavoro, dando un’infarinatura generale per preparare il terreno. Le reazioni sono state diverse: per qualcuno – soprattutto i nostri genitori – è stato uno shock; per altri invece, qualcosa di sorprendentemente stimolante.
A lavoro ricordo bene il primo momento in cui ne parlai. Eravamo in cucina, nel reparto pasta fresca, e stavo chiacchierando con lo chef: un ragazzo giovane, con un talento fuori dal comune, che ricordo sempre con affetto. Nemmeno a farlo apposta il discorso era finito sul futuro, lui mi raccontava cosa gli sarebbe piaciuto fare da lì a cinque anni, poi si è fermato e mi ha chiesto quali fossero i miei piani, e lì ho capito che non sarei riuscita a trattenermi, perché ormai avevo bisogno di dirlo ad alta voce. Adesso che quella cosa aveva preso forma, non aveva più senso tenerla per noi, anche per una questione di trasparenza, perché di lì a qualche mese avrebbero dovuto trovare il mio sostituto. Lo chef ne rimase dispiaciuto, ma fu felice per me, senza esitazioni. Nei suoi occhi si leggeva un equilibrio sottile tra l’entusiasmo per il passo che stavo per fare e la consapevolezza che qualcosa, lì dentro, sarebbe cambiato; è stato proprio in quel momento che ho capito di aver trovato il mio posto in quella cucina, un posto costruito giorno dopo giorno, e di esserne profondamente fiera.
La reazione dei clienti di J
J non era da meno, poco alla volta ha iniziato a dirlo anche ai suoi clienti, spiegando che nel giro di qualche mese avrebbe chiuso l’azienda per trasferirsi di nuovo in… Italia, e con quelli più stretti arrivava persino a raccontare tutto il progetto. Le reazioni erano le più diverse, c’era chi ne restava affascinato, chi completamente affranto all’idea della sua assenza e chi provava a fargli cambiare idea, ma alla fine la domanda era sempre la stessa: «E io come farò?» Dovete sapere che il servizio che J offriva era qualcosa di decisamente fuori dal comune, non solo per quello che faceva, ma per come lo faceva, con una gentilezza e una disponibilità che oggi sono sempre più rare, sia a livello professionale che umano. I clienti lo sapevano bene, ed è anche per questo che la loro reazione era così forte: non era semplice dispiacere, era qualcosa di più profondo, quasi uno smarrimento.
In soli quattro anni, partendo dal nulla più assoluto, avevamo trovato il nostro equilibrio, arrivando a ricevere un riscontro positivo e sincero dalle persone intorno a noi, ne eravamo davvero fieri. Ed è proprio per questo che la nostra scelta pesava ancora di più, ma mai abbastanza da farci vacillare.
Un silenzio preoccupante
Torniamo a quel momento, a quel bonifico sospeso; sì, perché nel frattempo J continuava a scrivere al venditore con una costanza quasi ossessiva, cercando conferme su tutto ciò che gli passava per la testa. Voleva sapere se i diversi pagamenti fossero arrivati, chiedeva dettagli sul ritiro e su come organizzarlo, si informava sui documenti necessari e, naturalmente, su ogni aspetto tecnico del camion. In realtà molte delle domande che gli poneva erano quasi superflue, tranne una: aveva chiesto la possibilità di lasciare il camion lì per un paio di mesi, finché non fossimo riusciti a completare il trasloco verso l’Italia, così da rendere anche il ritiro più semplice da gestire. Una richiesta che il venditore accettò, ma senza grande entusiasmo.
Ad ogni modo J continuava a scrivergli, più per cercare una costante conferma implicita che il venditore fosse ancora lì, presente, piuttosto che per reale necessità, come se bastasse una risposta per allontanare l’idea che tutto potesse trasformarsi in una truffa. Le risposte non arrivavano mai subito, a volte dopo un giorno, altre dopo due, altre ancora dopo tre, finché si è arrivati a quel momento in cui il silenzio ha superato i tre giorni, e lì qualcosa ha iniziato a incrinarsi davvero.
La paranoia delle suonerie e gli scenari peggiori
La cosa più assurda è che J fino a quel momento non mi aveva detto nulla di quelle conversazioni, si è sbottonato solo al quinto giorno, quando l’ansia non era più gestibile e aveva bisogno di uscire. La nostra mente galoppava più veloce del treno che prendevo tutte le mattine, e insieme a quella corsa cresceva anche il timore di aver preso un granchio, di esserci infilati in qualcosa di sbagliato, anche perché le recensioni online erano poche, quasi inesistenti, e per noi era molto più di un acquisto: lì dentro c’era il nostro obiettivo, la vita che volevamo costruire insieme.
Facciamo però un passo indietro e torniamo ad un punto che avevamo solo accennato, perché, come detto poco fa, avevamo già effettuato diversi bonifici fino a coprire l’intero importo, seguendo una condizione precisa del venditore che prevedeva anche quei dieci giorni per decidere, una richiesta che fin da subito non ci aveva convinti e che lasciava addosso quella sensazione difficile da ignorare, quella “puzza sotto al naso” che qualcosa non tornasse del tutto. Soprattutto per J, che con gli acquisti online ha una certa esperienza e sapeva bene quanto un pagamento completo e anticipato possa trasformarsi facilmente in un raggiro, ma il venditore non lasciava spazio a trattative: o così, o niente. Ci siamo fidati, perché nonostante tutto ci sembrava una persona per bene, ed è proprio questo il punto: ci siamo fidati davvero, fino in fondo.
La tensione era diventata quasi palpabile, bastava che il telefono vibrasse o squillasse e alzavamo entrambi lo sguardo di scatto, cercando di capire se fosse una mail, un messaggio o finalmente una risposta. A un certo punto avevamo raggiunto un livello di paranoia tale che abbiamo deciso di distinguere ogni singola notifica, impostando suonerie diverse per tutto, convinti che così avremmo avuto il controllo della situazione: in realtà stavamo solo dando ritmi diversi alla stessa attesa. Ovviamente non cambiava nulla e ogni volta era una delusione. Il tempo scorreva lento, quasi pressante, e non c’era nulla che potesse alleggerire quello stato di sospensione, se non una sua risposta, semplice, ma ormai sempre più lontana. Continuavamo a farci divorare dai pensieri. In gioco c’era sia il camion che la nostra credibilità, e non solo agli occhi degli altri: iniziavamo a chiederci se, avendo sbagliato questo, avremmo potuto sbagliare anche tutto il resto.
Pian piano anche le parole di J hanno iniziato a cambiare: da «magari tra oggi e domani risponde» a «forse abbiamo sbagliato», mentre le spiegazioni che cercavo per giustificare quell’attesa diventavano ogni giorno un po’ più difficili da trovare. Le nostre paure correvano verso gli scenari peggiori: immaginavamo il momento in cui avremmo dovuto dire ai nostri familiari di aver perso tutti i soldi investiti fino a quel momento nel progetto, di dover ripartire da zero, senza sapere nemmeno come.
Una mail improvvisa e un pizzico di destino
Poi, all’improvviso, arriva una mail: «Scusate il ritardo, ero via per lavoro». Nessun dramma, nessuna spiegazione articolata. Facemmo solo un respiro lungo e molto profondo, come se fino a quel momento fossimo stati in apnea.
In quei giorni abbiamo capito che la fiducia non è assenza di paura, ma la scelta di restare anche quando la paura fa rumore. È continuare a credere con gli occhi aperti, guardare i problemi in faccia e avere la forza di affrontarli. Quando hai la fortuna di farlo in due, ogni salita è un po’ meno dura… e ogni discesa diventa decisamente più divertente. Però abbiamo capito anche un’altra cosa, meno poetica ma tremendamente concreta: oltre alla fiducia, nella vita serve anche una certa benevolenza del destino. Comunemente denominata “botta di culo” o più semplicemente “fortuna”, e quando decide di stare dalla tua parte, conviene accoglierla senza fare troppe domande.
Nel prossimo capitolo? Vi racconteremo il momento esatto in cui quel sogno ha smesso di essere invisibile. Il momento in cui gli abbiamo dato un nome, perché finché qualcosa resta solo nella tua testa, rimane semplicemente un’idea. Quando lo chiami per nome… inizia ad esistere davvero.
