Tra campane e spiagge lacustri, questi 3 giorni ci hanno fatto scoprire il lato più intimo e speciale del lago di Garda

Come festeggiare il compleanno a Rovereto e dintorni
Scritto da: letisutpc
Tra campane e spiagge lacustri, questi 3 giorni ci hanno fatto scoprire il lato più intimo e speciale del lago di Garda

Per festeggiare i 50 anni del mio compagno ci siamo regalati una breve vacanza a Rovereto, costruendo un itinerario di visita che tenesse conto di alcune nostre passioni ovvero arte, storia, giardini e trekking urbano.

Per farlo abbiamo utilizzato l’ultima edizione della guida verde del Touring sul Trentino e la guida verde pocket Trentino: Trento, Rovereto e le valli. La scelta di questa meta è partita anche questa volta da una suggestione artistica, ovvero la visione del catalogo della mostra di Anselmo Bucci esposto nel bookshop del nostro museo cittadino.

Sfogliando le pagine del catalogo ci siamo innamorati dei dipinti di questo artista di origine marchigiana che ha vissuto la boheme parigina assieme a Modigliani, Picasso e Utrillo, ha poi fatto parte del “plotone degli artisti” assieme a Boccioni, Marinetti, Funi e Sironi, documentando con i suoi quadri ed incisioni la 1. Guerra Mondiale. Tornato in Italia ha partecipato, nel primo dopoguerra, al gruppo 900 di Margherita Sarfatti, per poi staccarsene per divergenze politiche. Ha documentato, nel secondo dopoguerra, la rinascita delle città italiane, in particolare Milano, dopo la devastazione della guerra. Uno dei suoi quadri (il ponte sul Metauro), per inciso, fa parte della collezione Verzocchi dei Musei San Domenico di Forlì, quindi il cerchio si chiude e siamo pronti a partire.

Diario di viaggio a Rovereto e dintorni

Giorno 1 – MART, museo Depero

Rovereto è raggiungibile in tre ore dalla Romagna, traffico autostradale permettendo. Nelle prime ore del pomeriggio siamo già sotto l’inconfondibile cupola del MART, dove la mostra ha luogo. Avevamo già visitato questo bel museo più di dieci anni fa, Rovereto invece l’avevamo solo vista di sfuggita, un buon motivo per approfondire la conoscenza. Grazie alla Trentino card richiesta nel b&b in cui alloggeremo, l’ingresso a questo museo e a tutti quelli che visiteremo nei prossimi giorni sarà gratuito, ottimo!

La mostra di Bucci non delude le nostre aspettative ed alcuni quadri sono veramente splendidi e ci fanno viaggiare fra le vie di Parigi e le trincee della grande guerra, per poi portarci in una Milano dove cresce ancora l’erba, parafrasando Celentano, ma dove è già visibile la trasformazione in metropoli.

Anche il tempo fuori dal museo è in trasformazione, dal rumore dei tuoni che ci giunge ovattato e che ci invoglia a rimanere qui e a visitare prima la collezione permanete del Mart, poi la seconda mostra temporanea dal titolo “Giacomo Balla, lo stile dell’avanguardia”, una serie di quadri, disegni, abiti, arredi provenienti dalle collezioni appartenenti alla scomparsa stilista Laura Biagiotti ed al marito.

In questo pomeriggio piovoso e freddino rimane tempo anche per la visita ad un altro museo, unico nel suo genere, la casa d’arte futurista Depero. Per raggiungerla dobbiamo attraversare tutto il paese, addentrandoci per le vie strette della Rovereto medievale, tutto un susseguirsi di bei palazzi, dimore storiche, fontane e fontanelle a cui dedicheremo tempo nei prossimi giorni. Il museo Depero è l’unico museo futurista italiano, se si esclude la casa Balla di Roma che mi risulta essere temporaneamente chiusa al pubblico. Sui due piani di questo palazzo c’è tutto il mondo dell’artista, dai mobili ai libri imbullonati, dai burattini coloratissimi agli altrettanto colorati arazzi eseguiti dall’inseparabile moglie Rosetta, ai manifesti pubblicitari, uno fra tutti, il più famoso, quello del Campari.

L’opera che mi è piaciuta di più è stato il plastico della New York futurista in cui l’autore ha ricostruito la città secondo la sua visione, con tante annotazioni su persone e luoghi e lo stupore di chi arriva per la prima volta a New York da un piccolo paese italiano. Quando usciamo ha per fortuna smesso di piovere, ma la temperatura è notevolmente precipitata.

A pochi passi dalla casa futurista ci affacciamo casualmente nell’atrio di un antico palazzo e scopriamo un altro posto incredibile, l’associazione culturale “Quei del Marti” che ha dato vita all’unico museo al mondo dei medici condotti, come ci assicura con orgoglio il simpatico medico in pensione che ci offre un’estemporanea visita guidata. Le due bellissime stanze (con affreschi quattrocenteschi alle pareti) raccontano la storia dei medici di base dall’epoca romana ad oggi, con tanto di esposizione di ferri del mestiere via via sempre più tecnologici. In un angolo è stato ricreato uno studio medico dell’inizio del secolo scorso.

Una curiosità: il termine medico condotto deriva dal fatto che questi medici venivano contattati nelle sedi universitarie e “condotti” dove c’era bisogno di loro. Tutto molto interessante, se passate da queste parti non mancate di dedicare un po’ del vostro tempo a questo piccolo gioiello.

Il pomeriggio sta per volgere al termine, è ora di fare il check-in nel nostro b&b immerso fra ulivi e vitigni a pochi minuti dal centro. La prenotazione della cena richiede invece un po’ più d’impegno in quanto pare che questa sera tutti i ristoranti roveretani che avevamo attenzionato siano al completo, ma non ci facciamo scoraggiare e con un po’ di pazienza troviamo posto al ristorante “La brace”, sulla via Gardesana, un posto molto grande ma effettivamente pieno di gente per essere un giorno feriale.

Le proposte del menù sono accattivanti ed i maccheroncini alla Alfio, preparati in maniera scenografica al nostro tavolo all’interno di una forma di parmigiano, hanno una marcia in più. Quando rientriamo al b&b soffia un bel venticello e ci addormentiamo sotto il piumino cercando di seguire, senza troppo interesse, la partita inaugurale dei Mondiali americani.

Giorno 2: Arco, Riva del Garda

Al nostro risveglio la giornata è splendida, così come la colazione con torte e biscotti fatti in casa gustati con un’impagabile vista sulle montagne. Oggi il nostro itinerario ci porterà prima ad Arco e poi a Riva del Garda. La scelta di Arco ha una motivazione sentimentale: il babbo, allenatore di calcio, veniva ogni anno qui a disputare un torneo giovanile e quando tornava a casa raccontava di questa cittadina con toni entusiastici e lui non era facile alle emozioni, così a me è rimasta la curiosità di scoprire le origini di questa passione.

Un altro motivo per visitare Arco è la presenza del museo dedicato ad uno dei suoi cittadini più illustri, Giovanni Segantini, pittore divisionista che ci è sempre piaciuto. Appena raggiunto il centro, raccogliamo la sfida di arrampicarci fino al castello finché le temperature non sono troppo elevate, visto che la giornata si preannuncia caldina. In 20/25 minuti siamo in vetta e dal parco ai piedi del maniero la vista spazia su tutta la pianura circostante, fino al lago di Garda. Eccolo là lo stadio: chissà dove avrà alloggiato il babbo assieme alla squadra, chissà se erano venuti fin quassù ad ammirare il panorama, magari di corsa, per allenarsi. Purtroppo nessuno può rispondere ai miei interrogativi, non mi resta che viaggiare con la fantasia.

Invece di visitare il castello, ce ne stiamo beatamente seduti su una panchina a farci scaldare dai raggi di un sole ancora tiepido: ma quanto si sta bene? La discesa ci porta poi sulla piazza principale di Arco, Piazza III novembre, dominata dalla grande collegiata dell’Assunta, da tanti bar e gelaterie e da una marea di cicloturisti di origine teutonica.

Percorriamo il corso principale, intitolato a Segantini, diretti proprio verso l’omonimo museo dove ci aspetta una grossa delusione: invece delle opera del pittore divisionista troviamo una mostra dedicata all’aeropittura futurista. La visitiamo lo stesso, tanto è gratis, ma la nostra delusione è notevole. Per consolarci, attraversiamo il quartiere medievale di Stranfora, il cuore più antico di Arco, con tanti vicoletti ed un antico lavatoio ancora funzionante ed arriviamo all’Arboreto arciducale, un’oasi di pace voluta dall’arciduca Alberto d’Asburgo, che negli anni 70 dell’800 si fece costruire una villa con annesso un parco di piante tipicamente mediterranee, che ben si adattavano alla mitezza del clima lacuale. La presenza dell’arciduca fece da calamita per l’arrivo ad Arco di un’élite vacanziera di gran classe che fece la fortuna di questa minuscola cittadina. La sconfitta degli austriaci nella Prima Guerra Mondiale portò alla confisca di questa proprietà ed il suo passaggio al demanio italiano.

La villa ed il suo giardino versarono presto in uno stato di abbandono fino al 1993 quando il comune di Arco ed il MUSE di Trento se ne fecero carico. Un botanico dell’Università di Innsbruck venne incaricato di realizzare un arboretum il più possibile simile a quello dell’Arciduca: opera perfettamente riuscita, tanto che oggi l’area vanta la presenza di circa duecento specie vegetali: alberi monumentali, palme, agavi e yucca, una piccola giungla di bambù ed uno stagno con carpe, pesci rossi e ninfee. Fra i fiori tante rose, bouganville, papaveri californiani, ortensie e dentro le serre profumatissime camelie. La villa dell’arciduca è stata ristrutturata ed oggi ospita un hotel. Il posto è veramente magico, allietato dal cinguettio dei tanti uccellini che si rincorrono fra gli alberi e con la splendida visione del castello in lontananza.

È a malincuore che ci alziamo da una comoda panchina per proseguire il nostro itinerario che ci porterà a Riva del Garda. Prima però c’è tempo per un maxi cono gelato, il nostro pranzo, da mangiare lungo via Segantini, dove i ciclisti sono più numerosi dei pedoni tanto che il loro passaggio è regolamentato dalla presenza un vigile urbano. Il mio babbo aveva proprio ragione, Arco è un posto speciale dove lasciare un pezzettino di cuore! Riva del Garda, al contrario, non ci entusiasma più di tanto: carina sì, curata anche, ma niente di più. Facciamo una passeggiata in riva al lago e per le vie del borgo, poi ritorniamo alla nostra auto e di nuovo a Rovereto percorrendo la bella strada litoranea che passa da Torbole.

A scanso di equivoci abbiamo già prenotato il ristorante per la serata, dove approdiamo dopo una breve sosta al b&b dove veniamo accolti dal profumo di una crostata di albicocche e di una torta glassata appena sfornate, che meraviglia!

Giorno 3: il chilomet delle meraviglie

Questo è il titolo di un opuscolo trovato nel nostro b&b: andiamo a scoprirle insieme? Per comodità percorreremo il percorso al contrario, partendo dal MART invece che dal museo della città. Sotto la grande cupola di vetro del MART trova posto anche la biblioteca Tartarotti: faccio la bibliotecaria, posso lasciarmela sfuggire?

Percorrendo il lungo corso Bettini con i suoi bei palazzi settecenteschi, incontriamo subito il teatro Zandonai, primo teatro del Trentino, intitolato all’omonimo compositore roveretano. In fondo al corso, sulla sinistra, al posto dell’antico Albergo della rosa dove soggiornò anche Goethe, adesso sorge un ristorante di pokè … eh, i tempi cambiano! Da piazza Rosmini con all’angolo il bel palazzo della Cassa di Risparmio, ci addentriamo fino a Piazza Cesare Battisti, dominata da una piccola fontana del Nettuno, poi gironzoliamo fra i negozi di via Roma. Tutte le vie sono adornate con coloratissimi ombrelli che invogliano a proseguire il passeggio. Una sosta per un caffè alla rinomata caffetteria Bontadi poi via lungo via della Terra dove subito prima della casa futurista svoltiamo a sinistra per raggiungere il castello che ospita il museo della guerra.

La nostra visita dura 2 ore e mezzo e ci conduce dalle guerre del 1800 alle due sanguinose guerre mondiali attraverso ambienti bellissimi e splendidamente allestiti con ogni sorta di materiale. Dalle divise alle armi di ogni tipo, di terra, di mare e d’aria (sì, c’è anche un aereo), dalle attrezzature agli oggetti di uso quotidiano appartenuti a soldati ed ufficiali.  Ci sono foto, documenti, filmati, testimonianze dell’orrore che ha attraversato (e tutt’ora attraversa) la storia dell’umanità. Un focus particolare è dedicato ai tre martiri trentini della Grande guerra (Cesare Battisti, Damiano Chesa e Fabio Filzi) e alle vicende dei profughi trentini nel periodo successivo al primo conflitto. Dall’alto del castello vediamo la cupola inconfondibile del Sacrario militare di Castel Dante, ultima dimora di circa 20 mila soldati sia italiani che austriaci che persero la vita nella grande guerra.

Sul colle di Miravalle si trova invece la campana dei caduti, conosciuta come Maria dolens, che ogni sera alle 21 suona implacabile i suoi 100 rintocchi, un monito contro le guerre. La campana, di cui troviamo un calco in gesso mentre ci avviamo verso la fine della nostra visita, fu costruita fondendo il bronzo dei cannoni delle nazioni che parteciparono alla guerra del 15-18. Quella che attualmente si trova sul colle di Miravalle è la terza versione datata 1965: la prima non aveva un bel suono mentre la seconda non riusciva proprio a suonare per via di un difetto strutturale.

Gli ultime sale del MUSE sono dedicate ad una mostra temporanea sulla Seconda guerra mondiale, la lotta partigiana in Trentino e gli internati militari italiani che non aderirono alla Repubblica di Salò. Questo museo è davvero bello e ben fatto, tanto di cappello! Sulla via del ritorno facciamo una sosta al Bar diverso, all’inizio di Corso Bettini, gestito dalla stessa cooperativa del b&b dove abbiamo soggiornato: gentilezza ed affabilità le loro carte vincenti. La nostra breve vacanza si conclude qui; torniamo a casa con tanta bellezza dentro agli occhi e altrettanta curiosità di scoprire, in futuro, altre meraviglie di questa bellissima regione.


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