Non eravamo mai stati in Sardegna, ma dopo 12 giorni di viaggio ne abbiamo capito la vera anima

Abbiamo viaggiato in lungo e in largo durante la nostra vita, ma mai avevamo preso in considerazione di visitare la Sardegna, troppo legati all’idea che sull’isola ci si recasse solo per andare al mare e a noi le classiche vacanze al mare (ombrellone, sdraio, bagno, ombrellone, sdraio) non ci sono mai piaciute. Durante l’inverno, però, mi viene in mente di dare un’occhiata alla possibilità di visitare la Sardegna meno turistica, ovvero la costa ovest, il Sinis, il Sulcis e prende così corpo un itinerario on the road di una decina di giorni insieme a Fabio, mio marito e a mio fratello Mario. Visti i costi elevati di un’auto a noleggio (€ 1300,00), optiamo per viaggiare in nave imbarcando la nostra auto. Troviamo però subito una difficoltà: fino alla fine di maggio, la nave viaggia solo di notte e, cosa che non amo affatto, dormiremo in una cabina.
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Diario di viaggio in Sardegna
Giorno 1 – Imbarco da Civitavecchia
Intorno alle 18:30 partiamo alla volta di Civitavecchia per rispettare l’orario previsto di imbarco alle 20:30: la nave Vincenzo Florio della Compagnia Tirrenia salperà alle 22:30 per Olbia e sarà perché c’è il ponte del Primo Maggio ma la nave è strapiena, dal nostro oblò vediamo che ancora intorno alle 23:00 salgono auto. Poi finalmente la nave si muove e riusciamo pure a dormire un po’.
Giorno 2 – Alghero
Arriviamo alle 06:30 a Olbia accolti da una bella giornata di sole e un mare di un blu intenso. Saranno lunghe le operazioni di sbarco perché solo verso le 08:00 riusciamo a recuperare l’auto. Intorno alle 10:00 siamo già ad Alghero, prima tappa del nostro itinerario, percorrendo una bella strada comoda in mezzo a colline verdi senza incontrare nessuno e già percependo che queste zone non sono densamente abitate.
Senza difficoltà troviamo l’elegante palazzina bianca dell’Alkira Lodge in Via Tzu Terrat e prendiamo possesso dell’appartamento Daku: grande cucina a vista con saloncino, due camere da letto, due bagni, una cameretta che utilizzeremo per tenere i bagagli e soprattutto una grande terrazza attrezzata che è una meraviglia, tutto nuovo e di buon gusto. Ci accoglie Antonella con tutta la sua simpatia e disponibilità. Ci sistemiamo e poi è già ora di pranzo: siamo fuori del centro storico e riprendiamo l’auto per raggiungerlo, parcheggiando nella zona del porto, sul Lungomare Barcellona, dove c’è solitamente ampia disponibilità. Siamo comunque un po’ stanchi del viaggio e decidiamo che a pranzo è sufficiente mangiare un’insalata: troviamo un ristorante molto grande (e chiaramente turistico, ma va bene così) in Piazza Civica, dove si affacciano il Palazzo d’Albis ed altri edifici storici, e poi ci riposiamo un po’ in appartamento.
Il pomeriggio è dedicato a gironzolare per Alghero per conoscere il suo centro storico medievale iniziando dalla Torre di Sulis, la fortezza che racchiude la città e prende il nome da Vincenzo Sulis, rivoluzionario del XIX secolo che vi fu imprigionato per ventidue anni. Proseguiamo per Via Carlo Alberto fino al Complesso di San Francesco, un antico monastero in stile gotico-catalano fondato alla fine del 1300 ma ristrutturato a fine Cinquecento e poi visitiamo la Cattedrale di Santa Maria Immacolata, proseguendo verso la Chiesa di San Michele con la sua bella cupola rivestita di maioliche colorate finché, cogliendo il suggerimento di Antonella, ceniamo da Sa Mesa in Via Principe Umberto 57. Buon indirizzo sicuramente.
Giorno 3 – Spiaggia della Pelosa, Castelsardo
Oggi ci dirigiamo a nord di Alghero per vedere la Spiaggia della Pelosa, situata sulla punta nord occidentale, forse la più famosa della Sardegna per le sue acque calme e cristalline che a me personalmente hanno ricordato le spiagge di Creta. Il mare è turchese fino a digradare verso l’azzurro intenso, la sabbia finissima e bianca così da creare un contrasto spettacolare. C’è parecchia gente sulla spiaggia e bisogna sapere che dal 1° giugno, qui come in molte altre spiagge dell’isola, l’ingresso sarà contingentato e limitato a 1500 persone al giorno, prenotabile su una apposita Applicazione. L’idea di quanta affluenza possa esserci è data anche dalla linea ininterrotta di parcheggi. Meglio esserci andati in questa stagione per apprezzare a pieno l’ambiente. Di grande effetto è la Torre della Pelosa, una torre aragonese del XVI secolo che sorge sull’omonimo scoglio di fronte alla spiaggia. E’ la prima di tante torri spagnole che incontreremo lungo tutta la costa occidentale, facenti parte del sistema difensivo contro le incursioni, come anche la Torre di Capo Falcone che comunicava con le torri dell’Asinara e di Stintino fino a Castelsardo attraverso precisi segnali luminosi.
Ci dispiace lasciare questo posto ma abbiamo un programma da rispettare il più possibile. Dopo pochi chilometri siamo già sulla Spiaggia delle Saline, anche essa molto caratteristica per via del suo litorale formato da piccoli ciottoli bianchi levigati che contrastano con l’azzurro del mare, in un contesto più selvaggio, circondato dalla natura mediterranea: la spiaggia prende il nome dall’antica attività delle saline presenti nella zona.
Riprendiamo l’auto per fermarci poi a Stintino, piccolo borgo fondato il 14 agosto 1885, quando il Governo Regio Italiano decise di istituire sull’Isola dell’Asinara una stazione marittima sanitaria e una colonia penale agricola: fu così che le poche famiglie residenti all’Asinara, pastori sardi e pescatori anche di origine ligure, vennero deportati forzatamente e successivamente fondarono un nuovo insediamento chiamato “Isthintini” non molto distante dalla Tonnara presso cui trovarono lavoro. Nel 1904 venne fondata la Cooperativa Pescatori di Stintino, ad oggi la più antica cooperativa in Italia nel settore della pesca: la località, pur ormai ad alta vocazione turistica, mantiene un impianto semplice e una identità marinara. Avremmo voluto visitare il Museo della Tonnara che dicono meriti perché racconta un tempo che non c’è più: arriviamo che ha appena chiuso ma riaprirà alle 15:30 quando noi saremo già ripartiti da Stintino. Ci fermiamo a mangiare da Skipper sul lungomare Cristoforo Colombo e poi proseguiamo per Castelsardo: siamo nella regione storica dell’Anglona.
Castelsardo è arroccato sul promontorio che guarda il Golfo dell’Asinara ed è stato inserito nella lista dei Borghi più belli d’Italia. Si parcheggia l’auto fuori del paese lungo una strada che si affaccia sul mare e si accede tramite scale al suo centro storico, fatto di vicoli lastricati e piccoli cortili dove espongono i loro lavori le anziane donne del paese che mantengono viva la tradizione millenaria di intrecciare cestini colorati di palma nana. Visitiamo dapprima la Concattedrale di Sant’Antonio Abate, posta in posizione scenografica a picco sul mare: l’edificio che vediamo adesso è un rifacimento seicentesco di una chiesa più antica così come antico è il suo campanile con una cupola rivestita di maioliche colorate, ricavato da una torre delle mura. Alla chiesa è collegata una cripta, un ambiente suggestivo in cui appunto è stato allestito il Museo delle Cripte che ospita oggetti liturgici, reliquiari, dipinti a cui si accede unicamente con una visita guidata.
È la volta ora della Chiesa di Santa Maria delle Grazie che risale al 1300 e si distingue per l’assenza di una facciata tradizionale e per l’ingresso posto lateralmente: all’interno ospita il Cristo Nieddu, ossia il Crocifisso Nero perché realizzato in legno di ginepro nel 1300 e portato in processione durante le calamità naturali. Ma l’attrazione più importante di Castelsardo è il maestoso Castello dei Doria che oggi ospita alcuni musei, tra cui il Museo dell’Intreccio Mediterraneo, appunto dedicato al lavoro dei cestai. Noi lo visitiamo volentieri soprattutto perché dalla terrazza più alta si gode di un panorama a 360° sul Golfo dell’Asinara: spettacolare!
Riscendiamo verso il parcheggio attraverso ripide scalinate e case in pietra e dopo pochi chilometri ci fermiamo per ammirare una autentica curiosità: la Roccia dell’Elefante, un masso di trachite color ruggine, staccatosi dal monte Castelluzzo e modellato nel tempo dagli agenti atmosferici, alto circa quattro metri e che ha una forma simile a quella di un elefante con la testa, la proboscide e le zampe che lo fanno sembrare un elefante seduto; al suo interno custodisce delle tombe prenuragiche, la cosiddette Domus de Janas.
Saremmo voluti andare a Sedini, un paese di 1300 anime rimasto praticamente intatto nel tempo con le sue importanti Domus de Janas ma troviamo una interruzione stradale che non ci consente di proseguire: la variante ci avrebbe allungato troppo il tempo di rientro ad Alghero.
Ceniamo ottimamente da La Piccola Cucina in Via Sant’Agostino 44, piuttosto vicino al nostro appartamento.
Giorno 4 – Capo Caccia
Stamattina faremo un’escursione in traghetto per andare a visitare le Grotte di Nettuno che si trovano a ventiquattro chilometri da Alghero, nel cuore del Promontorio di Capo Caccia. Le Grotte si possono raggiungere anche via terra ma solo attraverso una scalinata, la cosiddetta Escala del Cabirol, di ben oltre seicento scalini: improponibile per noi, soprattutto per la risalita.
Alle 09:30 siamo già al porto: facciamo i biglietti con la Compagnia Navisarda per l’escursione delle 10:00 che prevede il rientro alle 12:30. Il costo è di € 18,00 a persona a cui si aggiungono altri € 18,00 per il biglietto di ingresso alle grotte che si ritira in un chiosco proprio davanti all’imbarco. All’arrivo, il gruppo che sbarca viene affidato ad una guida che conduce attraverso ambienti scenografici quali la Grande Sala che ospita le acque del Lago salato Lamarmora, uno dei più grandi d’Europa e l’Acquasantiera, una stalagmite di circa due metri alla cui sommità l’acqua piovana raccolta serve come abbeveratoio per gli uccelli che nidificano nella zona. Facendo molta attenzione al suolo scivoloso, si scende nella Sala delle Rovine e poi nella cosiddetta Reggia dove è possibile ammirare degli imponenti colonnati che sembrano reggere il soffitto. Si passa poi nella Sala Smith in onore del capitano inglese che agli inizi dell’Ottocento fu uno dei primi ad entrarvi: in questa sala si trova il Grande Organo, la colonna più grande di tutte le grotte. Si prosegue per la Sala delle Trine e dei Merletti, così chiamata perché formata da piccole e fitte colonne e poi il percorso termina con la visita della Tribuna della Musica, una specie di balcone da cui ammirare dall’alto le zone sottostanti. Poi si fa il percorso a ritroso per rimbarcarci sul traghetto in partenza.
La visita merita sicuramente di essere fatta anche se è un po’ troppo affrettata perché bisogna fare spazio ai turisti del traghetto successivo in arrivo e non c’è modo per sostare o aspettare: la particolarità di questa grotta è proprio quella di aprirsi sul mare e bisogna calcolare bene i tempi degli arrivi e delle partenze. Coloro che sportivamente sono scesi per la scalinata, si trovano anch’essi direttamente nella grotta.
Alle 12:30 siamo di nuovo al porto di Alghero e, pranzato velocemente in Piazza Civica, ci riposiamo in appartamento per poi ritornare nel pomeriggio a Capo Caccia per ammirare questa volta la zona dall’alto e raggiungere il Faro che ovviamente non è visitabile essendo zona militare, spaziando con lo sguardo lungo tutta la costa di Alghero, conosciuta come la Riviera del Corallo: vediamo così l’imbocco della Escala del Cabirol dall’alto, di grande scenografia. Sulla strada di ritorno ad Alghero, ci fermiamo ad ammirare dall’esterno del sito il Villaggio Nuragico di Palmanova e poi, una volta in città, salendo nei pressi del Forte della Maddalena, facciamo tutto il giro ad anello del Bastione Magellano incontrando la Torre di Sant’Elmo, la Torre di San Marco e quella di San Giacomo.
Ci è piaciuto molto il centro storico di stile catalano di Alghero dove gli abitanti parlano l’algherese che risulta proprio una variante del catalano.
Finiamo la serata con una ottima cena da Il Pesce d’Oro in Via Catalogna 12.
Giorno 5 – Bosa, Cabras
Stamattina dobbiamo lasciare Alghero e il nostro confortevole appartamento: il clima è cambiato in nottata e oggi il cielo si presenta coperto anche se fa caldo. La prima tappa dello spostamento sarà Bosa distante da Alghero solo quarantasei chilometri. Ma il tempo per arrivarci risulterà lungo perché tutta la strada, (la SP 105 prima e la SP 49 poi), viaggia sospesa tra mare e montagna ed è impossibile non fermarsi nelle numerose piazzole per vedere le spiagge che si susseguono, una più bella dell’altra: sono quasi tutte però inavvicinabili, come per esempio la piscina naturale color verde smeraldo di Cala Cumpoltittu che si raggiunge dopo un percorso a piedi in discesa tra la vegetazione. Ogni modo godiamo dei magnifici panorami fino ad arrivare a Bosa, il paese famoso per le sue case colorate che si affacciano sul fiume Temo. Parcheggiamo facilmente sul lungofiume e subito ci troviamo davanti il Ponte Vecchio di Bosa, bellissimo ponte in pietra risalente al 1871 che è stato inserito tra i trenta ponti più belli d’Italia. Lo attraversiamo e ci dirigiamo verso la Chiesa di Sant’Antonio che è però in restauro: su questa sponda del fiume si trovano anche le Antiche Concerie, chiamate in sardo San Conzas, uno dei luoghi più importanti della provincia di Oristano, dichiarate monumento nazionale nel 1989. Purtroppo troviamo chiuso essendo lunedì e la cosa ci dispiace parecchio perché all’interno ospitano le vasche di immersione per le pelli al piano terra e le stanze per la rifinitura al primo piano; l’ultima conceria venne chiusa nel 1962 ed oggi, in uno degli edifici, è stato allestito il Museo delle Conce che conserva anche vecchi macchinari ed oggetti appartenuti agli operai.
Riattraversiamo il fiume godendo del colpo d’occhio delle case colorate abbarbicate sul fianco della collina e ci addentriamo nell’antico quartiere medievale di Sa Costa, attraversato da Corso Vittorio Emanuele II, dove si svolge la vita commerciale della cittadina. Visitiamo la Cattedrale dell’Immacolata Concezione, settecentesca ma risalente alla fine del 1300, con le cupole ricoperte di maioliche colorate e il campanile in arenaria rossa. Poco più avanti, la Chiesa di Nostra Signora del Rosario, anch’essa di antica datazione se pur rimaneggiata più volte e in Piazza Costituzione la fontana Sa Funtana Manna.
Lasciamo Bosa e nel primo pomeriggio arriviamo a Cabras dove alloggiamo nel B&B Domo Laguna in Piazza Stagno. Siamo ormai nel Sinis, la zona che più mi è piaciuta.
Cabras è famosa proprio per il suo grande stagno che per estensione e rilevanza della biodiversità è una delle più importanti aree umide della Sardegna e comunica attraverso canali naturali ed artificiali con il mare.
Il B&B si affaccia proprio sullo stagno e qui abbiamo per la prima volta la percezione di essere in una Sardegna “minore” ma autentica. Mi spiego meglio: arrivando a Cabras, in un primo momento, si rimane delusi: una sfilza di casette basse tutte uguali, senza fronzoli, strade quasi deserte e pochi esercizi commerciali. Anche il nostro B&B segue questo schema: una casetta semplice, con un cancelletto che si apre su un piccolo cortile, delle stanze al pianterreno e una scala esterna per accedere al piano superiore. Poi, capiamo che l’architettura del Sinis è questa, deriva da una tradizione di produttori di bottarga e pescatori quando la vita in queste zone era veramente difficile. Oggi queste case, all’interno, sono state ristrutturate, sono molto grandi ed eleganti: lo possiamo constatare quando Giorgia, che gestisce il B&B, ci apre la porta della sua casa dove faremo la colazione e ci spiega che all’interno queste case sono molto ampie e profonde, realizzate intorno a cortili interni, proprio come le domus romane. Anche le nostre stanze, Pernice e Giglio e i relativi bagni sono molto grandi e accoglienti, arredate con telerie e oggetti dell’artigianato locale.
Poiché è ancora presto, decidiamo di andare ad Oristano, distante solo pochi chilometri. Raggiungiamo Piazza Eleonora d’Arborea al centro della quale si erge la statua della famosa giudicessa che tiene in mano la Carta de Logu, promulgata dal padre Mariano IV e di importanza storica fondamentale perché conteneva le prime norme giuridiche che disciplinavano lo stato sardo. Poco più avanti, visitiamo la Cattedrale di Santa Maria Assunta, la più grande della Sardegna, eretta nel 1131 su una struttura paleo bizantina e su sepolture paleo bizantine riemerse nel sagrato della chiesa. Francamente la città non ci suscita particolare interesse, vivace e popolata sì ma niente di più. Ovviamente queste sono sempre considerazioni personali.
Tornati a Cabras, ceniamo in un ristorante consigliato da Giorgia, Attilio in Corso Italia 34, piuttosto gettonato e che ci soddisfa sicuramente, dove assaggio per la prima volta gli spaghetti alla bottarga, per cui la località è famosa.
Giorno 6 – Penisola del Sinis
Oggi ci dedicheremo all’esplorazione della Penisola del Sinis, un luogo che offre esperienze indimenticabili tra natura, storia e cultura. La prima tappa è Tharros, distante solo tredici chilometri da Cabras. Tharros è stato un villaggio nuragico, una colonia fenicia e un porto cartaginese. È stato anche una città romana, un capoluogo bizantino e la prima capitale del giudicato d’Arborea. Oggi quel che vediamo sono i resti di tanta storia, spesso di non facile interpretazione. Ma per me imperdibile!
L’arrivo dei Cartaginesi e la fondazione della città segnano un momento importante dell’attività coloniale in tutto il bacino occidentale del Mediterraneo. D’altra parte, il luogo era strategico per le comunicazioni e i commerci e i Cartaginesi riadattarono ai loro scopi l’antico villaggio nuragico: sul punto più alto della collina, che oggi si raggiunge dopo una discreta salita, venne impiantato il tofet, tipico santuario punico a cielo aperto in cui i resti incinerati di bambini erano deposti all’interno di urne in terracotta, talvolta accompagnate da stele in arenaria. Proviene proprio da queste sepolture e da alcune necropoli poco distanti la maggior parte dei manufatti (ceramiche, terrecotte, gioielli, amuleti, scarabei) custoditi presso musei nazionali e stranieri.
Scenografico, affacciato sull’azzurro del mare, potete fotografare il cosiddetto “tempio delle semicolonne doriche”, importante luogo di culto della città. Con la conquista romana della Sardegna, Tharros assume tutte le caratteristiche delle città romane, con le strade in basolato, un sofisticato sistema fognario, ben tre impianti termali e l’acquedotto i cui resti sono ancora visibili.
Si accede a questo angolo di storia, sospeso tra cielo e mare, lasciando l‘auto in un grande parcheggio: dopo un tratto piuttosto lungo in salita, reso però incantevole dall’affaccio sul mare dove trova la Spiaggia di San Giovanni in Sinis a cui non possiamo accedere perché sono in corso dei lavori di manutenzione, si arriva alla biglietteria dove conviene fare il biglietto cumulativo da 11 euro con il Museo Civico che si trova a Cabras. Poco distante dalla biglietteria, su una altura che sovrasta l’area archeologica, si può visitare la Torre Spagnola di San Giovanni in Sinis da cui si gode della vista su tutto il Golfo di Oristano, ma vi consiglio di raggiungere, passando sotto la torre, il Faro di Capo San Marco: la camminata è piuttosto lunga ma non vi pentirete affatto di aver preso questa decisione. Si procede, spesso in salita, su un sentiero comunque comodo, su una striscia di terra dove avrete il mare a destra e a sinistra, in mezzo a piante di ginepro, di lentisco, di mirto, in un ambiente ancora poco battuto e di una bellezza indescrivibile per poi arrivare al Faro, ancora attivo, che occupa la punta estrema del promontorio a strapiombo sul mare.
Ci fermiamo per pranzo nel punto di ristoro davanti al parcheggio, gustando un gelatone artigianale veramente buono e poi riprendiamo il nostro percorso, constatando con dispiacere di non poter visitare la piccola Chiesa romanica di San Giovanni in Sinis, nell’omonimo caratteristico borgo, perché chiusa per restauro: veniamo a sapere che il restauro dura già da anni ed un vero peccato anche per il turismo locale perché la chiesa è considerata una delle più belle e imperdibili della Sardegna.
Visitiamo a questo punto la Spiaggia di Is Arutas, fantastica, nota anche come “spiaggia dei chicchi di riso”: abbagliante, quasi accecante la sua sabbia bianca mista a piccoli granelli di quarzo dai mille colori. A seguire, scendiamo più volte dall’auto per vedere una serie di spiagge, una più bella dell’altra fino alla Spiaggia di Mari Ermi di una bellezza disarmante, selvaggia, racchiusa tra alte dune e vegetazione marina: la spiaggia è protetta alle spalle da uno stagno esteso venti ettari e nello specchio d’acqua vivono numerose specie di uccelli marini, tra cui il fenicottero rosa. Di fronte alla spiaggia, si staglia la forma caratteristica dell’Isola di Mal di Ventre, in campidanese Malu Entu, ‘cattivo vento’, per via dei repentini cambiamenti del meteo, un paradiso naturalistico, dove sbarcano le tartarughe marine e i cui fondali celano relitti di tutte le epoche, tra cui un relitto romano di trentasei metri affondato tra l’80 e il 50 a.C.
Non ancora paghi di tanta bellezza, a pochi chilometri di distanza, ci fermiamo a San Salvatore in Sinis, un piccolo villaggio medievale sorto in un’area sacra sin dall’età nuragica che ci riporta veramente indietro nel tempo, dove sono stati ambientati anche parecchi film western e che si anima solo a settembre, quando vi si tiene la tradizionale Corsa degli Scalzi: la borgata medioevale, il cui aspetto attuale risale al dominio spagnolo, deve il nome alla Chiesa di San Salvatore, che sorse nel 1600, su un santuario preistorico scavato nella roccia. Infatti, sotto la navata sinistra, da una scaletta si accede ad un importante ipogeo (Ipogeo di San Salvatore) dove si trovano tracce di pratiche religiose dal Neolitico in poi (passando per la civiltà nuragica, punica, romana, paleocristiana e islamica). Vi si accede solo con visita guidata a orari stabiliti.
Ritorniamo a Cabras e concludiamo la nostra giornata con la visita del Museo Civico Giovanni Marongiu che è stata una autentica sorpresa. In un allestimento che niente ha da invidiare a più grandi e conosciuti musei, accoglie i famosi Giganti di Mont’e Prama, grandi statue provenienti da una necropoli lungo il fianco del Monte Prama, appunto, che raffigurano arcieri, pugilatori, guerrieri e risultò una scoperta eccezionale per la particolarità dei manufatti. Il museo ospita anche i reperti provenienti dal tofet di Tharros e tanto altro ancora. Un sito da non perdere assolutamente.
Siamo veramente soddisfatti di quanto abbiamo potuto ammirare oggi e concludiamo con una ottima cena da The Garden in Piazza Azuni: poi, mentre camminiamo per Cabras per tornare nel nostro B&B, considero che questa cittadina, a prima vista insignificante, ha un fasciano incredibile proprio per le sue case basse, le stradine e il silenzio che invece racconta molto, tradizioni e cultura, ancora tutto autentico.
Giorno 7 – Costa Verde
Con gran dispiacere dobbiamo lasciare Cabras e oltretutto è anche un tempo un po’ incerto ma questo non ci impedisce di scendere e risalire dall’auto ogni volta che uno scorcio è interessante o si aprono delle piazzole a strapiombo sulle falesie. La prima tappa è la Spiaggia Torre dei Corsari, dominata da imponenti dune di sabbia, una location unica veramente. Siamo nella cosiddetta Costa Verde e le dune sono una costante del paesaggio ma qui, come intorno alle spiagge di Piscinas e Scivu (più avanti), hanno creato un vero e proprio ambiente sahariano. Lo scultore è il vento di Maestrale che con la sua azione incessante dà energia al mare per accumulare sulla costa la sabbia, poi la spinge verso l’interno, formando delle soffici colline modellandole in continuazione. La bellezza di questi luoghi consiste anche nella vegetazione che ricopre nonostante tutto le dune: crescono ginepri, lentischi e in primavera le dune si colorano con le violacciocche, i gigli marittimi e i papaveri della sabbia.
Proseguiamo per la Spiaggia di Funtanazza a cui però non si può accedere, forse non è ancora la stagione adatta, e poi la Spiaggia di Portu Maga: consideriamo ogni volta che fortunatamente questa parte della Sardegna non è ancora stata invasa dal turismo di massa ma che quelli che prima erano piccoli borghi in prossimità del litorale, ora sono stati stravolti da una edilizia tutta uguale e in alcuni casi non consona all’ambiente, ma d’altra parte indispensabile per accogliere seconde case e residence dedicati ai turisti.
Lasciamo il litorale e percorriamo una lunga strada in mezzo ai monti, un ambiente particolare per la sua fitta vegetazione e ci troviamo al Villaggio minerario di Montevecchio, una vasta area che comprende edifici abitativi e dirigenziali, oltre ad impianti in mezzo a zone boschive.
La miniera, particolarmente ricca di risorse e di filoni metalliferi di piombo e zinco, fu utilizzata almeno a partire da metà Ottocento con le concessioni date alle società Montevecchio e Pertusola. L’attività continuò tra alterne vicende fino alla cessazione avvenuta nel 1991.
Purtroppo non abbiamo potuto fare la visita guidata che ci dicono molto interessante ma abbiamo comunque potuto ammirare dall’esterno alcuni edifici simbolo della miniera (direzione, ospedale, scuola, chiesa di Santa Barbara, dopolavoro), realizzati in stili diversi secondo i differenti periodi di edificazione.
Proseguiamo per il nostro itinerario che ci porta, con una deviazione, alla Miniera abbandonata di Ingurtosu, altro sito fantastico, visitabile su prenotazione il sabato la domenica e con orari che non si incastrano facilmente. Finalmente, oggi è stata un po’ lunga, arriviamo a destinazione: Buggerru, altra località fino ad oggi a me sconosciuta ma che si rivelerà di grande interesse. Siamo nel Sulcis Iglesiente.
In via Roma ci attende Michele, l’eclettico gestore di Casa Leone dove abbiamo prenotato l’appartamento Elicriso: ottima sistemazione, due belle camere da letto, un grande salone soggiorno-cucina, due bagni, al pianterreno di una casa tipica ristrutturata. Ci sistemiamo e siccome intanto è uscito un bel sole, andiamo alla scoperta di questo strano paese, allungato sulla via principale, che finisce direttamente sul porticciolo e su una ampia spiaggia.
Il paese, caratterizzato da casette disposte a ventaglio, si trova sullo scenografico sbocco a mare di un’impervia valle, il canale Malfidano, che ha dato il nome alla più importante miniera della zona, come avremo modo di sapere meglio quando la visiteremo.
Ceniamo ottimamente da La Privilegiata in Via Roma 98 e poi ci ritiriamo nel nostro appartamento per un meritato riposo.
Giorno 8 – Buggerru, Nebida
Visiteremo stamattina la cosiddetta Galleria Henry, la miniera a cielo aperto posta a cinquanta metri sul livello del mare, al di sopra dell’abitato di Buggerru e che attraversa per circa un chilometro l’altopiano di Panu Sartu. La galleria è oggi un suggestivo labirinto, messo ovviamente in sicurezza, che ha la particolarità di affacciarsi, di tanto in tanto, sullo strapiombo del mare in fondo alle falesie: la galleria è stata realizzata per il trasporto dei minerali dai cantieri di estrazione alle laverie di Buggerru per mezzo di un treno a vapore.
Ci guida un ragazzo molto preparato che ci racconta la storia della miniera (tra l’altro, il suo bisnonno è morto proprio lì) e viene fuori che Buggerru è il paese dei primati in Sardegna: agli inizi del Novecento, il paese contava quasi ottomila abitanti e aveva un cinema (lo inaugurarono proprio i fratelli Lumiere), un teatro (il Perrier, tuttora esistente), un ospedale con annessa farmacia, la scuola elementare divisa in una sezione maschile e una femminile e dotata di biblioteca e soprattutto una società straniera che sfruttava i giacimenti minerari nei dintorni. In quel periodo il paese veniva chiamato “petit Paris” ovvero “piccola Parigi” in quanto i dirigenti minerari, che si erano trasferiti nel borgo con le rispettive famiglie, avevano ricreato un certo ambiente culturale. Dall’altra parte, invece, c’erano i minatori che lavoravano in condizioni disumane, sottopagati e costretti a turni di lavoro massacranti, spesso vittime di incidenti mortali sul lavoro: si organizzarono ad un certo punto in una sorta di sindacato che arrivò a contare 4.000 iscritti. La domenica del 4 settembre 1904, proprio a seguito di rivendicazioni sindacali per fatti gravissimi che si erano succeduti, i titolari della miniera fecero intervenire l’esercito, che fece fuoco sugli operai uccidendone quattro e ferendone molti altri. Questo fatto fu decisivo per la proclamazione del primo sciopero sindacale in Italia.
Ancora: a Buggerru fu immatricolata la prima automobile di tutta la Sardegna, di proprietà della Società Mineraria Malfidano con la targa 13-1 (dove 13 indicava la provincia di Cagliari e 1 la prima vettura registrata).
Di fronte al porto, in Via Marina, ancora oggi possiamo vedere l’edificio della ex Centrale Elettrica, una delle prime in Sardegna, attiva dal 1896 per alimentare gli impianti della miniera ma anche per illuminare l’abitato, che per questo fu soprannominato la “Piccola Parigi”. La storia di questo posto mi ha affascinato, al di là delle bellezze naturalistiche che offre al turista. Terminata la visita alla Galleria Henry, prendiamo l’auto e dopo solo una decina di chilometri, ci fermiamo a Cala Domestica, una baia incastonata tra imponenti falesie calcaree e circondata da dune ammantate dagli arbusti della macchia mediterranea: è la spiaggia che più mi è piaciuta tra quelle visitate in questo viaggio e dove tornerei se decidessi di fare una vacanza stanziale in Sardegna. E’ intima, raccolta, quasi una piscina con acque turchesi e calme, sorvegliata dalla Torre Aragonese dall’alto di una falesia.
Lasciamo Cala Domestica e proseguiamo per Nebida, poco distante: al bivio per Nebida, andando a destra si raggiunge Porto Flavia, la famosa miniera che sbocca direttamente sul mare ma che noi non visitiamo perché è abbastanza faticosa per i molti gradini e cunicoli. Porto Flavia si affaccia sulla Spiaggia di Masua, altra piscina naturale di fronte al faraglione cosiddetto del Pan di Zucchero, il più grande del Mediterraneo che meglio vedremo tra poco dall’alto. Questo tratto della costa del Sulcis è veramente spettacolare!!
Nebida è un ex villaggio minerario che conserva ancora tante tracce dell’antica attività come la Laveria La Marmora, incastonata sul declivio che si affaccia sul mare. Lo stabilimento veniva usato per la cernita, cioè per la separazione dei minerali dalle rocce comuni, attività svolta soprattutto dalle donne (a Buggerru, nella zona della marina, c’è un monumento alle cernitrici). Ai primi del Novecento, il paese aveva tremila abitanti, la gran parte occupati nella miniera da cui si estraeva soprattutto zinco.
Lasciata l’auto ad un parcheggio, dopo pochi metri inizia il percorso ad anello lungo il promontorio su cui è stato realizzato il Belvedere di Nebida, una passeggiata che permette di dominare un lungo tratto di costa con un panorama incredibile sulla laveria, sul Pan di Zucchero e sugli altri faraglioni minori. Assolutamente da fare se siete in zona o meglio programmate proprio di andarci perché ne vale la pena.
Ci rifocilliamo nel bar vicino al parcheggio e poi torniamo a Buggerru per riposarci un po’ in appartamento: ma presto siamo di nuovo in marcia e raggiungiamo Iglesias, distante circa quaranta chilometri. E’ sicuramente una bella città, a me è piaciuta più di Oristano: nel Medioevo era chiamata “Villa di Chiesa” per le tantissime chiese che vi furono costruite e somiglia molto ad una città spagnola, risentendo della presenza dei catalani durante la loro dominazione. Fu fondata nel corso del 1200 dal Conte Ugolino della Gherardesca interessato all’estrazione dell’argento, tanto che tutta la zona fu chiamata Argentaria. Partendo da Piazza Quintino Sella, il nostro itinerario tocca le maggiori chiese, le piazze più nascoste, la Cattedrale di Santa Chiara, il Teatro Electra, la Chiesa della Vergine Purissima nel quartiere “Sa Costera”, il nucleo più antico della città medievale.
Ritorniamo a Buggerru molto soddisfatti dell’intera giornata e andiamo a cena da Galleria 13 in Via Diaz 18, di proprietà del gestore del nostro appartamento e finiamo veramente in bellezza: lo reputeremo forse il miglior ristorante della vacanza.
Giorno 9 – Cagliari
È ora di lasciare anche il Sulcis per l’ultima parte della nostra vacanza che ci condurrà a Cagliari percorrendo quasi tutta la Costa del Sud. Senza sosta, si susseguono grandi spiagge come quella di Tuarredda, dalla sabbia fine e bianca,con accesso a numero chiuso nel pieno della stagione turistica. Si distende per oltre mezzo chilometro all’interno di un’insenatura fra Capo Malfatano e Capo Spartivento, nel territorio di Teulada ed la spiaggia che più mi è piaciuta di questo tratto di costa. Poi troverete la Spiaggia di Cala Cipolla, la Spiaggia di Su Giudeu e la Spiaggia di Chia, belle per la loro estensione e vastità ma, a mio parere, inserite in un paesaggio meno scenografico di quelli visti finora.
Si arriva poi a Santa Margherita di Pula da dove si possono raggiungere, in una manciata di chilometri, le rovine di Nora, la prima città sorta in Sardegna, uno dei centri più importanti in età fenicia, punica e romana.
Entro le 15,30 dobbiamo essere nel nostro alloggio a Cagliari perché poi scatta la ZTL e non potremmo più entrare. Arriviamo puntualissimi e ci sistemiamo al Flower Rooms in Via Macomer 26, accolti dalla gentilissima Alessandra che ci offre anche un vassoio di dolci per il benvenuto e tante informazioni utili al nostro soggiorno: fondamentale, ci indica un vicino parcheggio multipiano in Via Alessandro Manzoni dove, di notte, lasceremo l’auto al costo di € 10,00.
Presto siamo già alla scoperta di Cagliari partendo ovviamente dal monumento simbolo della città, il Bastione Saint Remy: lo raggiungiamo velocemente perché il nostro B&B è praticamente in centro, da Piazza Garibaldi si percorre tutta la Via Garibaldi e siamo già arrivati. Dalle terrazze di questo bastione si vede tutta Cagliari a 360°. Poi vediamo la Torre medievale dell’Elefante e la Cattedrale di Santa Maria Assunta, costruita in forme gotico-romaniche con la bella facciata ricostruita in forme pisano-lucchesi, con pietra calcarea del colle di Bonaria nel 1931. Siamo nel Quartiere Castello: troviamo poi la Torre di San Pancrazio e il Bastione di Santa Croce. Scendiamo infine nella zona che i cagliaritani chiamano La Marina. Sul lungomare, via Roma, si affacciano bei palazzi ottocenteschi porticati e lì la città si protende come una quinta sul Golfo degli Angeli.
Ceniamo proprio qui alla Marina, da Antica Cagliari in Via Sardegna 49, consigliato da Alessandra e poi ci aspetta una camminata un po’ faticosa in salita per ritornare a casa, nel Quartiere Villanova.
Giorno 10 – Barumini
Stamattina andiamo a Barumini, distante da Cagliari una sessantina di chilometri per visitare il sito nuragico più famoso della Sardegna, Su Nuraxi, dichiarato Patrimonio Unesco nel 1997. Siamo nel Medio Campidano, al centro di una regione storica chiamata Marmilla e che fin dalla preistoria fu il sito principale di un territorio ricchissimo, all’epoca densamente abitato come dimostra il fatto che nei dintorni si trovano le rovine di più di trenta nuraghi. Gli scavi archeologici che portarono al suo ritrovamento furono condotti alla metà del Novecento dall’archeologo Giovanni Lilliu, che ha riportato alla luce questo nuraghe complesso, interamente realizzato in blocchi di basalto, composto da un bastione con una torre centrale (alta diciotto metri) e quattro angolari, con intorno un labirinto di cinquanta capanne, pozzi e cisterne che coprono un’epoca dal XVI secolo a.C. al VII d.C.
Riusciamo ad inserirci nella visita guidata delle 11:00 ed abbiamo così la possibilità di esplorare tutte le parti del nuraghe, anche attraverso scalini e pertugi apparentemente improponibili. Una visita affascinante soprattutto perché ci ha permesso di venire a contatto con una civiltà piuttosto ignorata.
Terminata la visita, con lo stesso biglietto, si può accedere alla Casa Zapata che si trova ai margini del borgo di Barumini. Arriviamo giusto in tempo per la visita delle 12:30 e ciò che ci viene presentato è altrettanto interessante se non di più.
Casa Zapata è una bella villa di Baroni aragonesi, costruita a metà del 1500 che unisce lo stile spagnolo dell’epoca a quello rinascimentale italiano: alla morte di don Lorenzo Zapata, senza lasciare eredi diretti, la villa fu abitata sporadicamente cadendo progressivamente in rovina fino alla morte della vedova, Donna Concetta nel 1980, quando il Comune di Barumini si accordò con gli eredi di quest’ultima per ristrutturare la villa e destinarla ad accogliere i reperti archeologici riportati alla luce da Lilliu. La sorpresa fu grande: si scoprì così che la villa era stata a suo tempo costruita utilizzando per le fondamenta i resti di un nuraghe che si rivelò di grande pregio, una struttura complessa costituita da una torre centrale e tre torri perimetrali, divenuto esso stesso al centro della musealizzazione e che ancora oggi è oggetto di scavo e di studi. Fu chiamato “Su Nuraxi ‘e Cresia” per la sua vicinanza con la Chiesa della Beata Vergine Immacolata Concezione che si trova proprio davanti all’ingresso della villa e che fu fatta costruire dagli Zapata in forme tardo gotiche.
La visita consta nella descrizione degli ambienti archeologici visibili attraverso passerelle di vetro su cui si cammina tranquillamente, mentre nelle sale adiacenti è stato egregiamente disposto il materiale ritrovato. Un museo da non perdere.
Visitiamo anche la Chiesa romanica di San Giovanni Battista, poco distante dalla villa, la Chiesa di Santa Tecla e la Chiesa di Santa Lucia con un portico seicentesco e il campanile a vela.
Ritorniamo a Cagliari perché vorremmo andare al Poetto, la famosa spiaggia della città, ma la visita sarà di pochi minuti perché tira un forte vento ed ogni tanto pioviggina: questo però ci permette di costeggiare lo Stagno di Molentargius dove vediamo una buona quantità di fenicotteri.
Ci riposiamo un po’ nel B&B poi ci addentriamo nel Quartiere Villanova attraverso strade suggestive, molto spagnole in verità, con i balconcini in ferro battuto, strette e lunghe: giriamo senza una meta, per il semplice piacere di godere di questa bella città.
Ceniamo nei pressi del B&B da Il Gufo Sardo in Via Salvatore Farina 30, un piccolo locale a conduzione familiare, una delle migliore cene della vacanza.
Giorno 11 – Villasimius
Oggi abbiamo deciso di esplorare la costa a est di Cagliari percorrendo la Strada Statale 125 (Orientale Sarda) per circa sessanta chilometri che ci porterà a Villasimius. La litoranea tocca delle spiagge bellissime e superate Capitana e Cala Regina, si arriva in un luogo magico, la Spiaggia d Mari Pintau e già il nome stesso la dice tutta: il mare sembra proprio un dipinto con le tonalità in tutte le sfumature del turchese e dello smeraldo. La spiaggia è circondata dagli arbusti profumati della macchia mediterranea: si lascia l’auto in un piccolo parcheggio sulla Statale e poi si scende per un breve tratto lungo un sentiero nella macchia che sbuca sulla spiaggia. Certo la spiaggia è piuttosto ampia ma manca la possibilità di fermarsi con l’auto. Ci sono però altre spiagge, come Geremeas, Kal’e Moru e Baccu Mandara che sono belle e comode per il parcheggio. Non riusciamo a trovare il modo di scendere a Porto Sa Ruxi, ma lo ammiriamo dall’alto, spiaggia immensa e incastonata fra scogliere e pareti rocciose, un po’ più difficile da raggiungere o meglio, faticosa poi per la risalita. Ogni modo, dall’alto il panorama è meraviglioso e forse si gode anche di più.
Arriviamo a Villasimius per l’ora di pranzo e approfittiamo di una piadineria per mangiare qualcosa di sfizioso: la cittadina è una delle più gettonate dal turismo di massa ma francamente non ci ha entusiasmato. Ripercorriamo a ritroso tutta la Statale 125 e, dopo un breve riposo, completiamo la conoscenza di Cagliari visitando il Quartiere di Stampace, iniziando da Piazza Yenne e proseguendo con le sue belle chiese: la Chiesa di San Michele, la Chiesa di Sant’Anna e la Chiesa di Sant’Efisio. Un bel tour che ci riporta poi in serata a cenare di nuovo da Antica Cagliari.
Giorno 12 – Posada, Budoni
È l’ultimo giorno di permanenza sull’isola ma l’imbarco da Olbia per Civitavecchia è alle 20:30, pertanto abbiamo tutta la giornata davanti e possiamo prendercela comoda. Torniamo al Poetto ed oggi, giornata serena e cielo azzurro ci fanno gustare la spiaggia in modo diverso dall’ultima volta.
Imbocchiamo poi la Statale 131 che attraversa tutta l’isola in verticale: intorno all’ora di pranzo siamo già in Gallura e superato Nuoro la strada si addentra in un paesaggio montuoso di grande bellezza finché ci fermiamo a Posada, un piccolo borgo annoverato tra i più belli d’Italia, arroccato su una rupe sovrastata dai ruderi del Castello della Fava. Il mare è comunque a due passi e facilmente accessibili sono tutta una serie di spiagge che si riempiono a dismisura in alta stagione.
Pranziamo in un localino rustico a Posada, poi raggiungiamo dapprima la spiaggia di Budoni ed infine la spiaggia di San Teodoro, una delle località più gettonate della Sardegna orientale: si tratta de La Cinta, una spiaggia a mezzaluna lunghissima, di sabbia fine e soggetta a prenotazione dal 1 giugno al 30 settembre.
Il paese di San Teodoro ci lascia del tutto indifferenti in quanto quasi completamente composto da seconde case per vacanze, senza una propria identità. È arrivato il momento di raggiungere Olbia di cui vorremmo fare una capatina nel centro storico: non riusciamo nell’intento e ci accontentiamo di visitare la bella Basilica di San Simplicio, vicina al parcheggio, il più importante monumento religioso della Sardegna nord orientale: in Gallura sono rari gli esempi di architettura romanica, eppure a Olbia si trova la basilica meglio conservata di tutta la Sardegna, edificata per volontà dei giudici di Gallura, tra fine XI e inizio XII secolo. Dapprima, nella seconda metà dell’anno 1000, furono costruiti abside, pilastri, colonne e parte di mura e navate; in una seconda fase (primi decenni del 1100), furono edificati copertura e completate navate e muri perimetrali; infine, fu eretta la facciata e ultimata la copertura.
Intorno alle 20:30 siamo già sulla Nave Vincenzo Florio che ci riporterà a casa: la notte passerà tranquilla e a metà mattina di martedì siamo a casa a disfare le valigie e a pensare al prossimo viaggio.
Conclusioni
Che dire ancora? Che la Sardegna è veramente una bella terra, paesaggi marini ma anche dell’entroterra notevoli, città interessanti e gente disponibile e cortese, buon cibo mentre sono state una piacevole sorpresa le strade, anche quelle secondarie, in ottimo stato. Sicuramente preferisco la parte occidentale dell’isola, più selvaggia e meno turistica: ho percepito la vera anima dell’isola nel Sinis e nel Sulcis e Cagliari mi ha favorevolmente impressionato.
