Roma, il segreto delle prime catacombe della storia nel cuore dell’Appia Antica

Sono il cuore della Città Eterna, un nugolo di sole – “tutta croste e luce”, come diceva Pasolini –, di pietre, sepolcri, resti di antichi templi, che rinfrancano lo spirito e sospendono il tempo a mezz’aria. Le catacombe di Roma ne rappresentano l’essenza di 2000 anni di storia, pagana e cristiana, secolare e spirituale, in cui la perpendicolarità della Capitale si riflette nella verticalità di san Pietro, della Torre delle Milizie, della colonna Traiana, e poi nell’orizzontalità degli archi del Foro, delle spesse e massicce murature delle basiliche paleocristiane, del complesso termale di Caracalla.
Il nostro sguardo si spinge poi verso l’Appia Pignatelli – e, con essa, l’Appia Antica –, perché è qui che si assommano le aree catacombali più importanti e misteriose di Roma; ma partiamo dall’inizio: cosa sono e quando si diffondono le catacombe?
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“Presso le cave”: l’origine e lo sviluppo delle catacombe di Roma
Ad catacumbas, letteralmente, “presso le cave”, era il toponimo utilizzato per indicare originariamente un’area presso l’Appia Antica in cui, ad oggi, si trovano le catacombe di San Sebastiano; Catacumbas, dunque, originariamente designava una zona in cui era presente un forte avvallamento del terreno, in questo caso specifico, interessato da cave di pozzolana. Successivamente, per il suo carattere ipogeo, questo termine transitò, attraverso un processo di identificazione, a designare questi particolari tipi di cimiteri sotterranei, per l’appunto, le catacombe, al cui interno, la disposizione classica prevedeva dei lunghi corridoi sotterranei – scavati dai fossores –, ai cui lati venivano disposti i loculi; non rari, tuttavia, qualora le famiglie fossero state abbienti, gli esempi di arcosoli – tombe monumentali –, e di cubicoli – camere sepolcrali affrescate –.
Due erano i luoghi in cui, prima dell’editto di Costantino (313 d. C.), e, dunque, della liberalizzazione del cristianesimo, si radunavano le nascenti comunità per intenti legati alla preghiera e al culto dei martiri: le domus ecclesiae – letteralmente, “casa della chiesa –, e le catacombe.
Le prime venivano solitamente concesse da alcuni proprietari terrieri o titolari di abitazioni, le quali divenivano, perciò, deputate al culto; le catacombe, per converso, si formarono come aree cimiteriali, sovente anch’esse concesse da proprietari di vigne o terreni; in tal senso, è il caso di alcune catacombe, come quella di Pretestato, Domitilla o Priscilla, che, infatti, non riportano il nome di un santo – Santa Tecla, San Callisto, Santi Marcellino e Pietro –, ma, al contrario, del proprietario che aveva donato il terreno per adibirlo alla realizzazione dell’area sepolcrale
Quando si iniziano a diffondere siamo ancora nel periodo del tardo impero, motivo per cui non dobbiamo incappare in un errore comune: le catacombe erano ben note alle autorità imperiali, le quali, infatti, concedevano lo sviluppo dell’area ipogea secondo una perimetrazione rigida e ben definita. In aggiunta, per motivi di igiene e di culto – e per una tradizione romana ben radicata –, essendo a tutti gli effetti dei cimiteri, le catacombe non potevano sorgere entro il pomerium (il confine sacro della città), varcando il quale addirittura l’imperatore doveva spogliarsi delle vesti militari
Tuttavia, non mancano eccezioni in cui queste aree sorsero all’interno delle Mura Aureliane poiché anteriori alla loro costruzione (270-275 d.C.): è il caso, ad esempio, del sepolcro degli Scipioni, dell’ipogeo degli Aureli e del colombario di Pomponio Hylas. Scendiamo ora sottoterra, e andiamo a visitare tre delle catacombe più misteriose, e tuttavia meno conosciute, di Roma.
Le catacombe di San Sebastiano e le impronte di Gesù
Questa volta le catacombe sono dedicate a un santo, San Sebastiano, militare al servizio dell’imperatore Diocleziano, che quest’ultimo ordinò di martirizzare per aver aderito alla fede cristiana. Prima di addentrarci nelle viscere della terra però, è qui doveroso dare un breve accenno della basilica che sulle catacombe troneggia, e cioè, la basilica minore di San Sebastiano, inclusa, fra l’altro – insieme a San Pietro in Vaticano, San Giovanni in Laterano, San Paolo fuori le mura, Santa Maria Maggiore, San Lorenzo fuori le Mura e Santa Croce in Gerusalemme –, nel computo delle 7 basiliche facenti parte dello storico percorso di pellegrinaggio che si svolge in occasione del giubileo
Risalente al IV secolo e anticamente dedicata alla memoria apostolorum dei santi Pietro e Paolo, all’interno di questa basilica si trovano due particolari molto curiosi: il busto del Salvatore, il Salvator Mundi, ultima scultura del grande protagonista del barocco italiano, Bernini, e le impronte di Gesù incise su marmo. La storia delle impronte di Gesù si lega a quella del Domine, quo vadis?
Proviamo a immaginare: Pietro è a Roma durante le persecuzioni di Nerone e se ne scappa per sfuggire al martirio; lungo la via Appia Antica, però, incontra Gesù. Alla domanda dell’apostolo Domine, quo vadis? – Signore, dove vai? –, la sonora risposta di Cristo: Venio romam iterum crucifigi – vengo a Roma per farmi crocefiggere una seconda volta –. Compreso il messaggio, Pietro torna indietro e affronta il martirio, facendosi però crocefiggere a testa in giù; ecco, le impronte di San Sebastiano suggellerebbero quel celebre incontro.
Intorno al 258, sempre in clima di persecuzioni – siamo sotto l’imperatore Valeriano –, le esequie dei santi Pietro e Paolo vennero ivi trasferite dal Vaticano e dalla via Ostiense, per poi ritornare, qualche secolo dopo, nelle sedi originarie; per quanto concerne le reliquie di San Sebastiano, queste vennero poste nel luogo d’interesse alla fine del III secolo, e successivamente trasferite, all’inizio del IX secolo, per paura di un assalto dei Saraceni, nella Basilica di San Pietro in Vaticano.
I graffiti millenari e i mausolei monumentali
Addentrandoci nelle catacombe di San Sebastiano, l’idea che si ha, nonostante ci si trovi sottoterra, è quella di un ambiente spazioso e addirittura accogliente, e questo perché, scendendo, ci si trova subito all’interno di un’ampia piazzola, entro la quale si aprono tre mausolei risalenti al II secolo e successivamente utilizzati dai cristiani; dei tre mausolei, di età tardo-imperiale, si segnalano, in particolare il primo, su cui insistono alcune pitture raffiguranti gli indemoniati di Gerasa e teste di Gorgonie – esempio di sincretismo fra arte classica e paleocristiana –, e il secondo, in cui troviamo un graffito con l’iscrizione greca Iesùs CHristòs THeù HYiòs Sotèr, vale a dire, “Gesù Cristo figlio di Dio Salvatore”.
Per quanto riguarda i vari sigilli presenti nelle catacombe – simboli di salvezza quali l’ancora o il pesce, ichthys in greco, il cui significato acrostico è appunto Iesùs CHristòs THeù HYiòs Sotèr –, vale la pena riportare alla mente una bellissima frase di Clemente Alessandrino, in grado di dare voce all’enfasi, così come agli ammonimenti imposti alla simbologia delle prime comunità cristiane: “quanto alle figure sul nostro sigillo, esse siano una colomba o un pesce o una nave spinta dal vento o una lira musicale, come quella che aveva Policrate, oppure un’ancora di nave come portava incisa Seleuco, o infine, se uno è pescatore, si ricorderà dell’apostolo e dei fanciulli salvati dalle acque. Ma non dobbiamo portare incisi i volti degli idoli, ai quali ci è stato vietato prestare attenzione, e neppure una spada e un arco, noi che perseguiamo la pace, né una coppa, noi che pratichiamo la sobrietà. Molti tra i debosciati portano addirittura incisi sui loro anelli i propri amanti o le concubine, quasi che non volessero avere neppure la possibilità di dimenticare mai le loro passioni erotiche, con questa costante rimembranza della loro lussuria”
Saliamo ora verso l’ambiente posto al di sopra della piazzola, i cosiddetti triclia; è qui che, coperti da una tettoia, si celebravano banchetti funebri in onore dei martiri; la parte sorprendente, però, sono ancora una volta i graffiti incisi su pietra. Più di 600 iscrizioni, incise dai pellegrini, riportanti invocazioni di grazie e protezione ai santi Pietro e Paolo.
Catacombe di San Sebastiano: come arrivare e informazioni utili
Le catacombe di San Sebastiano si trovano in via Appia Antica 136, a Roma. Per chi si muove coi mezzi pubblici, il modo più rapido per arrivarci dal centro città è prendere la Metro, linea A fino ad Arco di Travertino, e da qui l’autobus ATAC 660 fino alla fermata Basilica S. Sebastiano (ID: 74935). Il sito paleocristiano è aperto tutti i giorni, tranne il lunedì, dalle 9.15 alle 17.15. Il costo del biglietto di ingresso è di 10 euro (7 euro per under 17, studenti e religiosi, gratuito per under 7, invalidi e accompagnatori), comprensivo di visita guidata e acquistabile sul sito ceposto.it, dove si possono selezionare date e orari. È inoltre possibile anche unire a questa visita quella delle catacombe di San Callisto e del Carcere Mamertino, grazie al tour guidato promosso da Civitatis.com.
