Gorizia, viaggio nella “Nizza asburgica” tra i sentieri del Carso e le memorie della Grande Guerra

Un viaggio nella memoria per non dimenticare
Scritto da: fabri979
Aquileia

Da molto tempo avevo pensato ad un viaggio nelle zone di combattimento della Prima guerra mondiale sul nostro fronte orientale, e ora sono maturi i tempi, complice il fatto che, dopo una meticolosa ricerca, sono riuscito a trovare il luogo di sepoltura del bisnonno di mia moglie, scomparso nel 1915 e del quale era scomparsa ogni traccia. La scoperta è stata possibile grazie all’intervento del competente Ufficio della Difesa per la Tutela della Cultura e della Memoria, in quanto il soldato non compariva negli elenchi causa un errore di trascrizione. Organizziamo un fine settimana e via.

Diario di viaggio a Gorizia e dintorni

Giorno 1: partenza e l’arrivo a Gorizia

Partenza. Ci mettiamo in macchina in prima mattinata, e dopo aver transitato per la E45, A14, A13, A4 ed eA34 giungiamo finalmente a destinazione: il B&B ai confini dell’Impero, ricavato in un appartamento signorile dentro un bel palazzo d’epoca costruito ai tempi dell’Impero Asburgico, ed appartenente ad una ricca famiglia di origini ebraiche. All’ingresso del portone carrabile una pietra d’inciampo ricorda una signora della famiglia deportata ed uccisa ad Auchwitz nel 1943.

Siamo in Corso Italia a Gorizia, ad un quarto d’ora a piedi dal centro, ed appena terminato il Check-in facciamo due passi per sgranchirci le gambe dopo le cinque ore trascorse in auto, fortunatamente senza intoppi. Il caldo si fa sentire (36°C), così ci fermiamo a concederci un gustoso gelato lungo il percorso, e chiedo a due ragazze del posto indicazioni per raggiungere l’Ossario di Oslavia, che aprirà fra poco. Queste mi guardano stralunate, dicendomi che devo andare in Slovenia, ad un paio di chilometri, perché da queste parti non c’è nulla di quello che cerco.

Rimango alquanto allibito, ma mi siedo al tavolino e tramite il telefono constato che il Sacrario si trova a soli 2,9 Km dal punto in cui mi trovo, ma sarà solo la prima di una serie di “anomalie” che mi faranno ripensare alle nozioni di storia che ho appreso a scuola.

Il Sacrario di Oslavia

Appena rinfrescati prendiamo l’auto e, superato il fiume Isonzo ci dirigiamo verso quota 513 del monte Calvario, sulla strada che conduce al Sabotino, senza mai incontrare una sola indicazione stradale; sembra veramente che questo Monumento non esista. E invece c’è, appena dietro una curva con un misero parcheggio che potrà contenere si e no dieci autovetture. Davanti al cancello una lapide a sezione quadrata ricorda i morti dei volontari Giuliani, e dietro, in mezzo a due file di cipressi, una imponente scalinata conduce alla sommità del colle, dove una torre che sembra un bastione ospita l’ingresso del Sacrario, collegato a tre torri minori che occupano i vertici dell’area triangolare.

L’impatto è forte: 21.000 loculi disposti lungo le pareti interne del torrione, dei corridoi e delle gallerie sotterranee che collegano le torri recano i nomi di altrettanti caduti identificati, mentre tre grandi cripte, una per ogni torre minore, raccolgono i resti di 36000 soldati ignoti, per un totale di 57200 soldati italiani e 559 austro-ungarici.

Dopo un attimo di smarrimento compare un militare, il custode, al quale chiediamo lumi per non perderci in quel labirinto: in base alle informazioni in nostro possesso ci conduce nel sotterraneo della torre Langoris dove, nella camera circolare e seguendo un ordine alfabetico, riusciamo finalmente, dopo oltre un secolo, a rendere omaggio alla memoria del bisnonno di fronte alla lapide che porta il suo nome (errato, con quella “L” mancante che lo ha reso ignoto ai propri familiari in tutti questi anni). Il posto è veramente bello, l’architettura del complesso da l’idea di una fortezza, ed il panorama è magnifico; si respira una sensazione di protezione e di pace. A poca distanza si vede l’abitato di Nova Gorica, che disturba gli occhi con i suoi palazzoni colorati in perfetto stile socialista-stalinista, ma il verde dei monti circostanti appaga.

Piazza della Transalpina e la serata

Gorizia, viaggio nella “Nizza asburgica” tra i sentieri del Carso e le memorie della Grande Guerra 

Terminata la visita di un’oretta (sono le sedici, si chiude), scendiamo a valle e raggiungiamo la famosa Piazza della Transalpina, la piazza che divide Italia e Slovenia tramite una semplice riga. Mi siedo sui resti del muro con i piedi in Italia, e con una semplice rotazione di 180° mi ritrovo ora a pestare il suolo Sloveno. Non so per quale motivo, mi aspettavo un luogo di svago e di incontro, con tanti bar e tavolini all’aperto, magari con tanta musica, invece sono in un luogo che è stato trasformato in monumento alla libertà ed alla libera circolazione. Nel centro della piazza è collocata, a livello del suolo, una insegna metallica che indica il vecchio confine, mentre sul pezzo di muro lasciato a memoria una targa per lato reca l’iscrizione “Comune di Gorizia Comune di Nova Gorica Insieme in Europa 1 maggio 2004).

La stazione ferroviaria, rimasta dalla parte slovena, risale all’epoca degli Asburgo, ha un aspetto austero e sembra la facciata di una reggia: gli interni sono stati lasciati come in origine, tutto pulitissimo e ordinato, ed a percorrere l’atrio della biglietteria, sostare nella sala d’aspetto, sembra di fare un salto a ritroso nel tempo. Una vecchia, nera locomotiva a carbone, parcheggiata in un binario morto, ne da una ulteriore conferma.

È tempo di tornare al nostro alloggio, perché il pomeriggio volge al termine e siamo abbastanza cotti (anche dal sole). Una volta sistemati, ci concediamo uno spritz in totale relax ad un bar vicino al centro, aspettando l’ora di cena. Abbiamo prenotato, su consiglio del gestore del B&B, alla Trattoria Turri in località Sant’Andrea, e quando arriviamo in loco ci troviamo in mezzo ad una bolgia dantesca che ci fa mal pensare sulla opportunità della scelta, ma in quattro e quattr’otto veniamo sistemati e serviti in tempi più che accettabili: lubjianska (due fettine di carne che racchiudono formaggio e prosciutto, il tutto panato e fritto) e pollo fritto, la specialità della casa, con patate, sempre fritte, e in tecia per una variazione sul tema, con ottimo vino bianco locale. Porzioni abbondanti che non siamo riusciti a finire e limoncello a fine pasto (ci voleva) offerto dalla casa. Prezzo onestissimo tanto quanto la nottata agitatissima.

Giorno 2: visita di Gorizia e i suoi musei

Facciamo colazione nella sala nobile ad un tavolo apparecchiato con porcellane ricercate di un’epoca che desta nostalgia, e poi ci rechiamo in centro, in piazza della Vittoria, all’appuntamento presso l’Ufficio del Turismo per la visita guidata (gratuita) della città. Siamo un gruppo di dieci persone, con una guida (Maura) molto preparata (è una professoressa) che ci fa presagire una mattinata molto interessante.

Dopo la doverosa introduzione sulla storia della città iniziamo la visita con la chiesa di sant’Ignazio, proprio di fronte, per poi immergerci nelle vie e piazze del vecchio quartiere medievale. Saliamo successivamente al castello, superando la prima cinta muraria transitando per la porta Leopoldina, e ci ritroviamo nel Borgo Castello, dove in mezzo ad abitazioni signorili risalta la Cappella di Santo Spirito; raggiungiamo poi la cittadella attraverso la porta sormontata dal leone di San Marco, dove dagli spalti merlati l’occhio si perde sulle valli e sui monti circostanti. Sono trascorse due ore in un battibaleno, e ci congediamo dalla nostra guida non prima di esserci complimentati con lei.

Una riflessione sulla storia della città

Mi intrattengo un attimo per domandarle il perché in città sembra che non esista il Sacrario Militare, in quanto non è menzionato da nessuna parte. La risposta, dopo, mi appare ovvia:

oggi questa è zona di frontiera aperta, ma sino a fine secolo scorso era terra di confine; in poco più di un trentennio oggi eri friulano o sloveno e domani ti ritrovavi italiano, e qualche anno dopo avveniva il contrario. Fino alla prima guerra mondiale i vari gruppi etnici convivevano sotto le ali dell’aquila asburgica; poi sono arrivati gli italiani, che hanno bombardato e distrutto la città, poi Mussolini che ha voluto italianizzare queste lande cambiando i cognomi e proibendo l’uso delle lingue locali, cancellando così l’identità delle persone; e infine gli jugoslavi che hanno eretto il muro e separato le comunità. Le centinaia di migliaia di soldati sono morti invano, ma hanno sconvolto la vita di generazioni, quindi da queste parti non sono enfatizzati come eroi, ma solo come poveri diavoli strumento di disegni ed ambizioni più grandi di loro, e sono di conseguenza dimenticati.

Parole che fanno riflettere; finora avevo solo considerato l’esodo forzato delle popolazioni del litorale adriatico di lingua italiana.

Il Museo della Grande Guerra e il Duomo

Torniamo nel Borgo e decidiamo di visitare il Museo della Grande Guerra (ingresso 3,00 euro con sconto socio Coop) e il percorso indicato ci fa passare attraverso camminamenti fedelmente ricostruiti, con tanto di sibili di proiettili e deflagrazioni di esplosivi.

Innumerevoli oggetti recuperati da ambo gli schieramenti costituiscono una cospicua collezione, ma la cosa che mi lascia interdetto è la dotazione di armi bianche per il combattimento ravvicinato: baionette con lame triangolari o seghettate che non permettono il rimarginarsi delle ferite, daghe (si, le corte sciabole dei romani), mazze ferrate di tipo medievale, tirapugni irti di chiodi, e armi di ogni tipo ingegnate, personalizzate ed adattate alle caratteristiche personali del soldato che si trasformava in bestia selvaggia. Per finire, i lanciafiamme, veri prototipi, bombe ad orologeria per il fante servente, ma comunque in grado di realizzare un getto di fuoco a oltre venti metri, a seconda della pressione dell’aria compressa contenuta in sgangherati serbatoi spalleggiati. La visita è sicuramente interessante, una presa di coscienza sulla follia.

Scendendo dal colle ci imbattiamo nel Duomo, la Cattedrale consacrata ai Santi Ilario e Taziano, meritevole di una breve visita.

Escursione ad Aquileia

Gorizia, viaggio nella “Nizza asburgica” tra i sentieri del Carso e le memorie della Grande Guerra 

Rientrati in alloggio, ci diamo una rinfrescata e partiamo alla volta di Aquileia, distante una trentina di kilometri, dove giungiamo dopo circa mezz’ora. Ci fermiamo nel grande parcheggio all’inizio del paese, di fronte all’info point dove acquistiamo il biglietto cumulativo per la visita dell’area della Cattedrale (12,00 euro), che dista un centinaio di metri.

La Basilica Patriarcale ha il pavimento totalmente mosaicato, mi sembra di aver capito il più grande dell’Europa occidentale, una cripta decorata con pregevoli affreschi ed una seconda, detta degli scavi, dove si possono vedere altri mosaici su una pavimentazione di epoca precedente. In questa chiesa nel 1921 avvenne il rito di Aquileia, quando fu scelta la salma che, poi traslata a Roma all’Altare della Patria diventerà il Milite Ignoto. Di fronte alla chiesa c’è l’ingresso del Battistero, che comunica con la “sala a sud”, anch’essa oggetto di mosaici. Uscendo dal Battistero, sotto la torre del campanile si trova il Cimitero degli Eroi, dove si trovano le tombe della signora Maria Bergamàs, la madre che scelse, fra undici, la bara che sarebbe stata trasferita a Roma, e quelle dei rimanenti dieci ignoti.

Andiamo oltre e giungiamo alla Domus–Palazzo Episcopale, dove da un corridoio sopraelevato si possono ammirare pavimenti a mosaico su due diversi livelli, ed al piano di sopra si può accedere alla sala multimediale e visionare un filmato riepilogativo dei monumenti dell’area. Terminiamo la visita con la Domus di Tito Macro, una villa romana della quale sono rimasti il perimetro e le suddivisioni delle zone interne che definiscono il rango del proprietario. Lungo il tratto che ci riporta al parcheggio abbiamo ancora il tempo di visitare un’area di resti di case ed oratori romani, quindi torniamo a Gorizia costeggiando la zona del foro romano e del porto fluviale.

La sera ci rechiamo in centro con l’intento di prendere un aperitivo e cenare in uno dei tanti locali che pullulano lungo le vie, ma senza prenotazione l’impresa si rivela ardua; alla fine riusciamo a trovare un tavolo, ma oltre all’aperitivo, dobbiamo accontentarci di una pizza, buona senza dubbio, ma troppo costosa rispetto allo standard che abbiamo appurato sinora.

Giorno 3: il Sacrario di Redipuglia e il rientro

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Facciamo colazione nel nostro ambiente ottocentesco e ci prepariamo al rientro. Torniamo ad Oslavia per un ultimo saluto al bisnonno quindi, con una piccola deviazione di venti chilometri raggiungiamo l’enorme Sacrario di Redipuglia, con i suoi gradoni disposti con effetto prospettico a salire verso la cima, dove tre croci vegliano sui caduti. All’ingresso, a dare il benvenuto ai visitatori, l’enorme sarcofago del Duca d’ Aosta, Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, comandante della III armata, mentre al centro della prima fila una grossa targa ricorda che lì ci sono le spoglie di Margherita Kaiser Parodi, crocerossina ventunenne medaglia di bronzo, unica donna presente nel sacrario, in compagnia di più di 100.000 soldati.

Il caldo oggi è veramente opprimente, e dopo pochi passi rinunciamo a percorrere la lunga scalinata che conduce alla vetta. A sinistra prima dell’uscita visitiamo ciò che resta della trincea blindata, uno scavo rinforzato e protetto da una copertura di cemento, che rende perfettamente l’idea di come si combatteva in spazi così angusti. Riprendiamo l’auto e ci dirigiamo verso l’autostrada, il viaggio per rendere onore alla memoria degli eroi è concluso.


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