Nella città delle 1000 chiese ce n’è una che ospita alberi d’arancio e la porta in legno più antica al mondo

I colli di Roma sono 7, si sa sin dai tempi della scuola; all’Aventino, il più a sud, il più nascosto, ma osiamo pure, il più nobiliare e suggestivo, si lega una storia particolare. L’etimologia è incerta, eppure misteriosa e affascinante; c’è chi dice che il suo nome derivi dall’avena, che, su questo colle, veniva coltivata in grande quantità, chi da ab advectu – letteralmente, galleggiante sull’acqua – in virtù delle paludi che lo circondavano; e poi c’è l’ipotesi più affascinante: ab avibus; da qui, infatti, sarebbero giunti gli uccelli che, dal Tevere, partivano per dare gli auguri a Remo.
L’Aventino è uno scrigno di storie, leggende e monumenti; su questo colle si dispiega l’epopea di Roma, il suo lungo viaggio nel tempo, dall’Antichità al Medioevo, dai rifugiati, che ivi si assommarono durante i tragici anni delle invasioni barbariche, al silenzio dei mitrei, dallo sfarzo delle basiliche paleocristiane, alla vista che, su tutta la Città Eterna, si può godere passeggiando e affacciandosi dal giardino degli aranci.
Qui passarono barbari, re, imperatori, attori, da Anco Marcio e Traiano a Ottone III di Sassonia, che, durante il suo soggiorno a Roma, proprio sull’Aventino scelse di risiedere; Nino Manfredi e Giacomo Matteotti; addirittura Ercole, che, secondo la tradizione, passò su questo colle per sconfiggere il gigante Caco, il quale terrorizzava la popolazione romana. Sull’Aventino non mancano chiese, edifici civili e testimonianze del primo cristianesimo a Roma: Santa Prisca con il suo mitreo; la chiesa dei santi Bonifacio e Alessio; Sant’Anselmo; il Priorato dei Cavalieri di Malta, con il celebre “buco nella serratura”; e poi lei, la protagonista del nostro articolo, Santa Sabina.
Prima di addentrarci nella descrizione di questo autentico gioiello paleocristiano, è utile sottolineare che non solo l’Aventino, ma anche l’adiacente colle, e cioè, il Palatino, gode di un insieme di testimonianze storico-artistiche ragguardevoli; nello specifico, per quanto concerne la comunità cristiana, un unicum è il graffito di Alessameno, uno degli unici esempi che – beninteso, al di là delle persecuzioni –, risultano essere irridenti nei confronti del cristianesimo primitivo, una religione tacciata, alle origini della sua diffusione, di onolatria, con Cristo raffigurato in croce con una testa d’asino.
Ma torniamo al nostro oggetto d’interesse, Santa Sabina, e addentriamoci fra i suoi marmi, la sua storia, e i misteri che, al suo interno, si celano.
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La struttura e la porta lignea più antica del mondo
Costruita agli inizi del V secolo per volere del sacerdote Pietro d’Illiria e dedicata alla martire romana Sabina, questa basilica è in assoluto uno degli esempi meglio conservati dell’architettura paleocristiana, non solo a Roma, ma in tutta Italia. Avete presente l’architettura paleocristiana? Edifici enormi, la cui sontuosità interna faceva da contrappunto all’austerità degli esterni, spesso a tre o cinque navate con un ampio quadriportico antistante destinato ad accogliere le grandi masse di fedeli, nonché i catecumeni, coloro che dovevano ancora ricevere il battesimo
Di questi esempi ne sono rimasti pochissimi, e, se sono rimasti, nei secoli sono stati ampiamente rimaneggiati; bene, Santa Sabina è un esempio mirabile di questa architettura, riecheggiando, in tutto il suo splendore, di quelle che furono le antiche basiliche costantiniane, le quali, sostituendo le domus ecclesiae – le case in cui, oltre alle catacombe, i primi cristiani si riunivano –, tradussero in pietra, in tutto il loro sfarzo, la capillare diffusione del cristianesimo a posteriori dell’editto di Milano (313 d. C.)
Santa Sabina non presenta una facciata, proprio perché, come detto, è preceduta da un ampio nartece, superstite di quell’antico quadriportico cui abbiamo accennato prima. Ed è proprio qui, prima di entrare, che si assommano i punti di maggiore interesse e pregio. Nello specifico, oltre a una serie di affreschi e a lacerti marmorei, si segnalano il portale ligneo e l’arancio di san Domenico, di cui accenneremo in seguito.
La porta di Santa Sabina, in cipresso, costituisce il più antico esempio di scultura lignea giunta sino ai nostri giorni. È datata al V secolo e, fra i 18 riquadri incisi sulla sua superficie – che rappresentano scene del Vecchio e Nuovo Testamento –, si segnala la più antica raffigurazione della crocifissione di cui si abbia testimonianza, considerando che, negli edifici catacombali – anteriori e solo in parte coevi a Santa Sabina –, non si hanno risultanze di questo particolare tema iconografico, preferendo i primi cristiani mettere in scena il tema della salvezza attraverso altri simboli, quali il pesce o l’ancora.
Alla porta, molto probabilmente, lavorarono artisti d’ispirazione differente, fondendo a caratteri maggiormente classicheggianti quelli popolari, molto diffusi nel periodo tardo-antico. Al di là della crocefissione, sono di grande interesse i temi dell’Ascensione sulla sommità del Monte degli Ulivi; la moltiplicazione dei pani e dei pesci; Cristo intento a rimproverare Tommaso, nonché, fra le più belle, che, per il loro plasticismo, sembrano prendere vita e uscire dal legno, le storie di Mosè.
L’arancio di San Domenico
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Siamo nel 1219, ben sette secoli dopo la costruzione della basilica, e papa Onorio III – lo stesso che, qualche anno dopo, approverà la regola francescana –, decide di affidare Santa Sabina ai domenicani, e, in particolare, al suo fondatore, Domenico di Guzmán. Bene, ora però la domanda sorge spontanea, cosa c’entrano le arance con i domenicani? Fu proprio Domenico di Guzmán, intorno al 1220, a portare dalla Spagna – in cui erano parecchio diffusi, anche e soprattutto grazie all’influenza araba –, un germoglio di arancio amaro da far impiantare nel chiostro dell’abbazia
L’arancio riveste nel medioevo una simbologia particolare? Non lo sappiamo con certezza; le sue interpretazioni variano da simbolo di redenzione e salvezza, a quello di purezza e verginità, in riferimento, anzitutto, ai suoi frutti, le zagare
È indubbio però che Domenico portò, oramai quasi 1000 anni fa, un ramo di arancio nel chiostro dell’abbazia, da cui, in seguito, nacque un albero ancora oggi visibile grazie a un buco nel muro che si trova nel nartece – come vedete, non siamo ancora dentro Santa Sabina –.
Questo arancio, neanche a dirlo, oltre a essere considerato l’albero più antico di Roma, è altresì rivestito da un’aura miracolosa; gli alberi rinati da quest’ultimo, infatti, avrebbero continuato a dare frutti squisiti In conclusione, secondo la leggenda, furono proprio le arance dell’albero di Domenico che, una volta candite, furono donate nel 1379 da Caterina da Siena a papa Urbano VI.
Il lapis diaboli e i mosaici di Santa Sabina all’Aventino
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Entriamo finalmente nella basilica, ma, prima di addentrarci fra i suoi marmi e lo sfavillio dei mosaici, narriamo un’altra curiosità relativa a san Domenico: il lapis diaboli, letteralmente, la pietra del diavolo. Ad osservare una pietra nera appoggiata su una colonna non ci sarebbe nulla di strano, eppure, a questa è legata una storia assai curiosa. Leggenda vuole, infatti, che, proprie mentre era intento a pregare su una lastra contenente alcune ossa di martiri, a Domenico venisse scagliata una pietra dal diavolo – chiamata per questo Lapis Diaboli, ossia “pietra del diavolo” –, che avrebbe mandato la lastra in frantumi. A memoria di questo evento, la pietra è stata posta sopra una colonna tortile, ed è plausibile che essa provenga dall’antico tempio di Giunone Regina, su cui la basilica venne edificata
Guardiamoci attorno adesso; ci si sente persi in un mare di pietre, fra le luci gialle e pastose che filtrano dal cleristorio e le conferiscono delle tinte arcobaleno. Davanti a noi ci sono tre navate, larghe, gigantesche, di ampio respiro anche grazie al soffitto a cassettoni. Delle tre, quella centrale occupa prepotentemente lo spazio; le colonne scanalate terminanti con capitelli corinzi – di riutilizzo –, inframezzate dagli archi a tutto sesto e dalla magnifica decorazione in opus sectile – con marmo serpentino, numidico e porfido rosso –, donano alla struttura un anelito di pace e libertà, tanto che, senza bisogno di troppe suggestioni, qui sembra davvero di passeggiare su un ritaglio di paradiso
Con ogni probabilità, originariamente ricoperta di mosaici, la basilica conta, ad oggi, un solo elemento musivo, sito nella controfacciata; un unico elemento, certo, ma che già di per sé vale la visita al sito. Si tratta di un mosaico che – oltre a specificare, su lettere d’oro, la data di fondazione della basilica e il papa sotto il quale avvenne l’edificazione, Celestino I –, ripercorre la storia del cristianesimo delle origini. Nell’opera, infatti, troviamo ai lati due donne, le due Ecclesiae, quella nata ex gentibus, dai gentili, e cioè, i pagani, e quella ex circumcisione, a indicare, invece, la comunità ebraica.
Cosa stanno a significare questa due scritte? Semplicemente, che la chiesa di Cristo è nata dall’unione dei pagani – beninteso, convertiti –, e dalla comunità ebraica, da cui originariamente anche Gesù proveniva. Da ultimo, per un riferimento storiografico, è utile sottolineare che questa formula fu definitivamente ratificata durante il Concilio di Gerusalemme, svoltosi a cavallo del 48 e del 50 d.C., dunque, agli albori della nascente comunità cristiana.

