A due passi dal Pantheon c’è una delle chiese più incredibili di Roma: il suo segreto è lontano dagli sguardi

Francesco De Luca, 16 Giu 2026
a due passi dal pantheon c'è una delle chiese più incredibili di roma: il suo segreto è lontano dagli sguardi

Il gotico, quello stile architettonico che, sorpassando il romanico e precedendo la capillare diffusione degli edifici rinascimentali, sorse nell’Europa occidentale a partire dal XII secolo – nello specifico, dalla Francia settentrionale –, presentava un’architettura alta, slanciata, quasi a voler sfiorare coi marmi il soffitto del cielo. Due sono gli intenti che portarono alla nascita del gotico in Francia, e, in generale, in Europa settentrionale, dall’Inghilterra al Brabante, dalla Sassonia alla Germania tout court : le architetture, infatti, lungi dal rappresentare unicamente una lode a Dio, esprimevano, al contempo, il fiorire di quella capacità tecnica dell’uomo sviluppatasi a posteriori dell’anno 1000, e, dunque, dalla commistione dei due intenti, il nuovo pensiero della Chiesa, intenzionato a trovare un compromesso fra la fede e lo spirito razionale, in altri termini, la riconciliazione fra la religione cristiana e il razionalismo classico.

Ce lo ricordiamo dai libri di scuola; ciò che garantì alle cattedrali gotiche lo slancio verso il cielo – a dispetto del precedente stile, quello romanico, che presentava una struttura più massiccia e orizzontale –, furono una serie di soluzioni ingegneristiche particolarmente innovative per l’epoca: le volte a crociera, gli archi rampanti e quelli a tutto sesto, deputati a scaricare il peso, nonché i pilastri, destinati a sostenere lo sviluppo verticale; a ciò si aggiunge la presenza del cleristorio, una serie di vetrate policrome distribuite internamente al perimetro delle cattedrali, il cui intento, oltre a rappresentare, assieme al giudizio universale affrescato sulla controfacciata, una metafora del paradiso celeste, era quello di agevolare l’ingresso della luce solare, in edifici che, vista la posizione geografica, presentavano sovente un clima piuttosto rigido al loro interno.

In Italia – non considerando il fiorire dell’austero stile basilicale francescano, domenicano e cistercense, che, in buona parte, risulta essere una rielaborazione di quello gotico –, quest’ultimo non ebbe una particolare diffusione, contando, invero, il mantenimento dell’architettura romanica e in seguito rinascimentale; già, ma quali sono le reali motivazioni? Furono essenzialmente 3 i motivi che, in Italia, non permisero la diffusione del gotico francese:

  • Questione di clima: il tepore, tipico dell’area mediterranea, avrebbe creato all’interno della basilica una sorta di “effetto serra”, che, al contrario, negli edifici romanici, era evitato grazie a piccole finestre e al mantenimento di murature spesse, che, in aggiunta, garantivano la conservazione delle pitture ad affresco
  • Una radicata tradizione classicheggiante, in particolare romana, paleocristiana e romanica, che prediligeva l’orizzontalità e le spesse murature – sinonimo di stabilità –, superfici adatte, inoltre, ad ospitare le decorazioni parietali
  • Sebbene, come detto, fu solo grazie ai cistercensi, ai domenicani e ai francescani che si diffuse il gotico in Italia, questa fu solo una tiepida reinterpretazione; per questi ultimi, infatti, le cattedrali avevano uno scopo meramente predicativo, e proprio per questo si presentavano come austere, spoglie, essenziali, lontane dallo stile ampolloso e fastoso che contraddistingueva il gotico francese.

Nonostante ciò, in Italia si contano alcuni edifici derivanti da questo stile: per citare i più celebri, il Duomo di Milano; la Basilica di San Francesco ad Assisi, che unisce elementi gotici e romanici; la Basilica di Santa Maria Novella a Firenze; il Duomo di Orvieto. Dopo questo breve inquadramento storico-artistico, volgiamo però l’attenzione verso Roma, oggetto del nostro articolo. Nella Capitale, non considerando i resti della Basilica di San Nicola a Capo di Bove e, soprattutto, il pregevole ciclo di affreschi dell’Aula gotica dei Santo Quattro Coronati, non si attesta la presenza di chiese gotiche, se non una, e cioè, Santa Maria sopra Minerva. È lì allora, fra il rione Pigna e le colonne del Pantheon, che dobbiamo addentrarci.

Santa Maria sopra Minerva, l’unica (o quasi) chiesa gotica di Roma

santa maria sopra minerva

Ci troviamo fra il Pantheon e il rione Pigna, nel cuore pulsante di Roma, non lontani dal Campo Marzio, una delle aree più importanti e sacre dell’antichità. È la zona in cui, nel 717 a. C., la tradizione vuole che Romolo ascese al cielo, dedicata a Marte, dio della guerra, e, perciò, deputata allo svolgimento degli addestramenti legionari e, in generale, militari. Osservandola dall’esterno, Santa Maria sopra Minerva già lascia a bocca aperta: l’obelisco, la facciata rinascimentale, le testimonianze delle esondazioni del Tevere impresse nella pietra.

Ma partiamo dall’inizio; perché sopra Minerva? Il tutto deriva dal toponimo Minervum, termine utilizzato, già a partire dall’VIII secolo – molto prima che sorgesse l’attuale chiesa –, per designare un piccolo oratorio dedicato alla Vergine Maria, edificato sui resti di alcuni templi pagani. Anticamente, infatti, l’area del Campo Marzio ospitava parecchi edifici di culto, fra cui quello di Iside, dea della fertilità, e di Minerva Calcidica, già al tempo indicato, per l’appunto, come Minervum.

L’obelisco, che troneggia sull’omonima piazza – della Minerva –, è di fattura egizia, risalendo infatti al IV secolo a. C. La sua provenienza, Eliopoli, lo accomuna all’obelisco del Pantheon, trasportato, anch’esso come quello della minerva, dall’Egitto per decorare il tempio di Iside al Campo Marzio. L’obelisco, che poggia su un curioso basamento raffigurante un elefantino su progetto del Bernini, risulta essere uno dei più bassi di Roma, inserendosi, tuttavia, nel conteggio dei 13 obelischi presenti nell’Urbe, la città che ne conta di più al mondo.

Osservando l’esterno di Santa Maria sopra Minerva salta all’occhio un’altra curiosità: alcune incisioni ornate con scritte, linee e manine decorative. Queste stavano a indicare il livello raggiunto dal Tevere durante le esondazioni; nello specifico, se ne segnala una del 1557, occorsa sotto il pontificato di Paolo IV, una del 1422, la più antica, durante il pontificato di Martino V, e una del 1870, la più recente, sotto il regno di Pio IX e nel pieno dell’annessione di Roma al neonato Regno d’Italia. L’esondazione che registrò il livello più alto è invece del 1548, che, stando all’idrometro di Ripetta, testimonia un’altezza di 17,2 metri.

Un monumento di sintesi tra il Gotico e il Rinascimento

L’apparenza, si sa, inganna; questo è il caso di Santa Maria sopra Minerva, la cui facciata in stile rinascimentale tradisce l’aspettativa del visitatore, il quale, una volta entrato, può godere di uno degli spettacoli più singolari che si possano ammirare nelle chiese della capitale. La costruzione della basilica, iniziata nel 1280, risente degli influssi domenicani, i quali ricevettero i proventi per la costruzione da parte di papa Bonifacio VIII; l’ispirazione per la costruzione venne dalla Basilica di Santa Maria Novella a Firenze, anche se, bisogna dirlo, lo stampo domenicano risulta lampante, in virtù dei molteplici snellimenti architettonici, ben evidenti in relazione all’esempio fiorentino. L’interno, infatti, si caratterizza per uno stile alquanto sobrio: tre navate scandite da possenti pilastri, archi a sesto acuto, e volte a crociera, la cui decorazione nella navata centrale sorprende il visitatore, ricordando, fra i pennacchi che si aprono nelle nervature dei costoloni, il cielo stellato di stampo giottesco sito nella cappella degli Scrovegni a Padova.

Da Michelangelo alla Cappella Carafa, l’evoluzione di Santa Maria sopra Minerva

santa maria sopra minerva

Continuiamo il nostro viaggio all’interno della basilica, gettando un occhio alla miriade di cappelle che si aprono lungo le due navate laterali. Nello specifico, si segnalano la cappella Carafa, una delle più importanti testimonianze di epoca rinascimentale a Roma, affrescata dal toscano Filippino Lippi, all’epoca, poco più che trentenne, e dedicata alla Vergine e a san Tommaso D’Aquino; la cappella dell’Annunziata, con un’annunciazione del pittore Antoniazzo Romano; la cappella Aldobrandini, ad opera di Giacomo della Porta, e con affreschi firmati da Cherubino Alberti.

A lasciare a bocca aperta, e a rappresentare uno degli elementi di maggior pregio della Basilica, è il Cristo Portacroce di Michelangelo Buonarroti. Quest’ultimo, nonostante durante quel periodo – inizio del XVI secolo – avesse un contratto vincolante con i della Rovere per lavorare al monumento funerario titolato a papa Giulio II, non disdegnava altre commissioni artistiche. È in questo periodo – siamo fra il 1519 e il 1520 – che Michelangelo riceve, su commissione, il Cristo, da collocare all’interno di Santa Maria sopra Minerva.

Interamente scolpito in marmo, la torsione del corpo suggerisce la ricerca del movimento e dell’armonia tipiche della scultura rinascimentale; Cristo è raffigurato nel gesto di abbracciare una croce di eguali dimensioni – simbolica, di dimensioni differenti da quella del martirio –, frattanto che, nella mano sinistra tiene la spugna con cui, in croce, gli venne porto l’aceto per la medicazione. Nato come nudo michelangiolesco, alla scultura venne aggiunto, dopo il Concilio di Trento e per mere questioni di pudore, un drappeggio in bronzo dorato atto a coprire le parti intime.

Da ultimo, non mancano pregevoli esempi funerari; nello specifico, si segnalano la lastra del Beato Angelico, fra i massimi rappresentanti del rinascimento italiano, e i resti di Santa Caterina da Siena – colei che, nel 1379, donò 5 arance candite a papa Urbano VI, provenienti dal più antico albero di arance attestato e sito in santa Sabina all’Aventino –, di cui mancano un dito e il teschio.


Francesco De Luca
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