Zanzibar magica, sapore d’Africa fra spiagge da sogno

Una settimana di caldo inverno per assaporare i piaceri dell’isola tanzaniana. Tra spiagge di un bianco accecante e acque turchesi, tra profumi inebrianti di spezie e paesini imbastiti di paglia e fango, alla scoperta dell’amicizia pura di cui i Masai ...

  • di Francesca Vinai
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

1. Hakuna matata, l’isola che non conosce stress

2. Il villaggio di pescatori di Nungwi

3. A spasso nella piantagione di spezie

4. Stone Town… un’esperienza tutta africana

5. Aragoste sulla lingua di sabbia nell’oceano

6. Prison Island, isola delle tartarughe

7. Souvenirs di amicizia vera

1. “HAKUNA MATATA”, L’ISOLA CHE NON CONOSCE STRESS

Dopo un viaggio iniziato a Milano e durato più a lungo del previsto, per via di un ritardo inatteso durante lo scalo romano, atterriamo in una mattinata di luglio a Stone Town, capoluogo di Zanzibar.

Arcipelago composto da due isole maggiori, Unguja e Pemba, e da un gran numero di isolotti che affiorano dalle limpide acque dell’Oceano Indiano, Zanzibar emerge al largo delle coste tanzaniane.

Come poggiamo piede sull’isola di Unguja, facciamo esperienza del caldo inverno africano, fatto di sole fortissimo, mitigato da una piacevole brezza, e di polvere rossa.

Code all’aeroporto di Stone Town per il visto d’ingresso e subito ci impattiamo con la grande ospitalità e simpatia degli zanzibarini, oltre che con la logica della “mancia facile”, alla quale peraltro eravamo preparati.

Il jambo! con cui siamo accolti ci entra subito in testa, diventando in breve la parola jolly del nostro soggiorno, semplice e spassosa, da esclamare con il sorriso negli occhi a chiunque si incontri.

L’ora di viaggio su un piccolo pulmino da Stone Town a Nungwi - paesino sulla punta settentrionale dell’isola, vicino a cui sorge il resort in cui soggiorneremo - ci permette di addentrarci nel cuore vero dell’isola, tra paesini imbastiti di paglia e fango, piccoli e chiassosi mercati, visini sorridenti di teneri bimbi, lunghi abiti colorati e veli sul capo delle donne, a ricordarci l’animo musulmano di Zanzibar.

Tra le casette appollaiate sulle strade polverose il rosso è il colore dominante. Non solo quello della terra o degli abiti, ma anche quello della Coca-Cola, il cui marchio troneggia in ogni dove - muri, cartelloni e manifesti. Invasione americana in terra africana, simbolo della galoppante globalizzazione? Non solo questo. La riverenza con cui gli zanzibarini ne parlano ci fa capire quanto sia forte il mito dei simboli occidentali qui, inneggiati a status symbol di una modernità tanto ricercata quanto stridente con la quotidianità isolana.

Una quotidianità fatta di pause, chiacchiere e sorrisi - quelli che cogliamo tra gli uomini al lavoro durante il nostro viaggio in pulmino e nei giorni a seguire - che accompagnano l’allungarsi delle ombre. Un tempo lungo, da non misurare mai per non spezzare l’incanto. Nessuna fretta, nessun problema. Insomma, hakuna matata.

Ben presto facciamo nostro questo stile di vita. Ci abbandoniamo ai ritmi lenti dell’isola, alle maree che ritirano e innalzano ciclicamente il mare, al sole che percorre il cielo australe da oriente a occidente passando a nord, anziché a sud.

Ci facciamo cullare dalla brezza di quest’inverno tanto accogliente e trascorriamo la prima giornata zanzibarina in tutta tranquillità, fra sedute di sole, passeggiate in spiaggia e bagni in uno specchio d’acqua cristallino, incorniciato da sabbia bianchissima e ombrelloni di paglia.

Ma anche lunghe chiacchierate con i Masai, i guerrieri posti a guardia del resort. Pelle color ebano, eleganza innata, vesti rosse, armi in legno alla vita, non di rado accompagnate da un cellulare.

I Masai - ci raccontano loro stessi - provengono dalla Tanzania continentale, abitano le terre fresche degli altipiani vicini al Kilimangiaro, nella zona di Arusha, dove vivono di allevamento in piccoli villaggi, difendendo le proprie mucche dagli attacchi dei grandi predatori, leoni in primis.

Sono cristiani, orgogliosi delle proprie tradizioni e della propria terra - di cui decantano le virtù non senza una nota di nostalgia - ma anche con tanta voglia di conoscerci e confrontarsi con noi.

Affamati di aneddoti, restiamo incantati dai loro racconti entusiastici di vissuto quotidiano. Il tutto sul promontorio roccioso che domina la baia bianca di Nungwi, con il sole che a poco a poco si spegne nell’oceano per l’ultimo spettacolo della giornata

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