In Yemen per caso

Da 25 anni la neve non bloccava l’intera Toscana. Da agosto avevo prenotato per trascorrere una decina di giorni a Socotra, miraggio invernale da tempo rincorso. E quando l’aeroporto di Pisa viene chiuso e la compagnia di bandiera nostrana non ...

 

Da 25 anni la neve non bloccava l’intera Toscana. Da agosto avevo prenotato per trascorrere una decina di giorni a Socotra, miraggio invernale da tempo rincorso. E quando l’aeroporto di Pisa viene chiuso e la compagnia di bandiera nostrana non ci consente – per inefficienze e disservizi vari – di raggiungere Roma, il sogno è irrimediabilmente infranto. Infatti perdiamo il volo per Sana’a e il conseguente collegamento per Hadibu. A posteriori, posso tranquillamente affermare che la mia incavolatura (eufemismo!) è stata ampiamente ripagata, ma in quei frangenti era meglio girarmi alla larga.

Fortunatamente l’operatore torinese cui ci siamo rivolti, e che ha sede anche a Sana’a, ci rimedia su due piedi un giro dello Yemen, dalla capitale fino alla costa sud. Accettiamo. Per forza.

Ecco che ci ritroviamo in Yemen, per caso.

31.12 La Yemeniya airlines è il vettore aereo di un paese sulla via dello sviluppo, quindi pare adeguarsi. Il servizio è approssimativo, la cortesia del personale di bordo, anche. Comunque le ore di volo sono soltanto cinque. Inoltre partire con zero gradi (sì, perché anche la mattina del 31 nevica...) ed arrivare con 16, peraltro ad altezza 2400, è piuttosto piacevole.

Sbarchiamo dall’aeromobile nella fresca sera invernale e percorriamo a piedi i pochi metri che ci separano dalla sala del controllo. Occorre innanzitutto compilare la carta azzurra che viene consegnata all’ingresso; il visto può farsi immediatamente per 50 usd, basta cambiare al change che si trova subito sulla sinistra e poi ottenere il visto allo sportello adiacente. Occorre però ricordarsi che in periodo di ramadan le operazioni potrebbero non essere così celeri.

Di fronte a noi ci sono le postazioni arancio in cui l’addetto al controllo scruta i nostri passaporti. Tutto a posto. Passando tra una postazione e l’altra, attraverso un corridoietto, si raggiunge il ritiro bagagli che qualcuno, cortesemente, scarica per noi. Usciti nella sala arrivi, l’atmosfera cambia repentinamente. Sembra di aver fatto un salto all’indietro nel tempo o che, tra noi e la realtà yemenita, sia calato un velo trasparente che rende l’atmosfera rallentata. Predomina il non colore o, meglio, la monocromaticità: gli abiti, i visi, i capelli, tutto nel tono del marrone del grigio del nero, non ci sono colori vivaci, neanche nell’abbigliamento dei bambini che qualche padre si porta appresso. Quasi tutti vestono in maniera tradizionale: una giacca, la futa attorno alla vita, trattenuta dalla cintura più o meno riccamente decorata e nella quale è infilata la jambiya, il pugnale; intorno al capo, la kefiah. Non è quella in bianco e rosso vivo degli arabi sauditi, qui ha i colori stinti, smorti, scoloriti del tempo passato che non è ancora trascorso.

Siamo pronti per incontrare la nostra guida. Che non c’è. I vari gruppetti di europei se ne vanno alla spicciolata, recuperati da coloro che li attendono. Noi no. Già stiamo organizzandoci per cercare un taxi quando eccolo comparire all’orizzonte: è Omar, claudicante e affannato, che si profonde in scuse più o meno fasulle cui noi, per adesso ancora in buona fede, crediamo. L’effetto-rallentato di cui sopra la cancella il frastuono onnipresente del traffico di Sana’a. Sembra che il suo milione e mezzo di abitanti stia all’unisono suonando il clacson! Le frecce sono un optional per non parlare dei semafori: ne vedo due in un settimana. Alle dieci di sera è il rumore che ci avvolge: l’indomani ci renderemo conto di come le strade siano letti di fiumi e auto, le moto, le biciclette, i pedoni, foglie portate dalla corrente, senza sosta, senza regole. E’ quindi assolutamente sconsigliato guidare, se non altro per non creare un intasamento inestricabile

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