Il paese delle mille e una notte

Arrivare a notte fonda in una città sconosciuta è sempre un po’ sconcertante, soprattutto se come noi non hai prenotato un albergo e non vuoi passare il resto della notte in aeroporto. Ma a Sanaa è fantastico: il taxi ti ...

  • di La Redazione
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in coppia
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

Arrivare a notte fonda in una città sconosciuta è sempre un po’ sconcertante, soprattutto se come noi non hai prenotato un albergo e non vuoi passare il resto della notte in aeroporto. Ma a Sanaa è fantastico: il taxi ti porta su strade deserte dal 21. Secolo direttamente nel passato, dal nostro mondo in quello delle 1001 notti. Ci fermiamo all’albergo Arabia Felix in pieno centro. Alle 3 di notte a parte qualche lampione ed alcune macchine parcheggiate non si scorge alcun segno della civiltà moderna. L’albergo stesso è una vecchia torre palazzo con delle porticine minuscole e delle scale altissime che a salirle ti viene il fiatone anche perché Sanaa si trova a ben 2.300 metri di altitudine. Prima di addormentarci sentiamo il primo canto del muedezidin e la magia è completa. La mattina il traffico lungo la via As-Sailah è intenso durante la stagione secca – nel periodo delle piogge questa strada si trasforma in un fiume, ma appena ci si addentra nei stretti vicoli della città vecchia ci si scorda completamente del nostro mondo per entrare in una città incantata. Sarà un caso, ma non incontriamo quasi nessun turista e tutti e gli Yemeniti sono vestiti con la tradizionale camicia bianca, il grande coltello tenuto in vita da una grossa cintura decorata, mentre le donne sono completamente coperte, anche in viso da una tunica nera, solo a volte allietata da un foulard colorato. Mentre i bellissimi palazzi di Sanaa attraggono subito per la loro eleganza e gli sgargianti colori delle finestre che di giorno proiettano giochi di luci all’interno delle case e la sera irradiano di colore le strade, le persone così diverse e soprattutto le donne, che come fantasmi neri si muovono veloci ed e si ritirano nei portoni al tuo passaggio, intimidiscono. Gli uomini con i loro coltelli e la guancia gonfia di quat dal pomeriggio fino a sera inoltrata mettono quasi paura. Ma sarà stata proprio la scoperta di questa persone la parte più importante del nostro viaggio. Una scoperta difficile, ostacolata da barriere linguistiche e culturali.

Già la prima impresa, ovvero trovare un ufficio di cambio, risulta più difficile del previsto. Non si va a cambiare i soldi in banca, ma in piccolissime botteghe, tutte in fila in una ben precisa via del centro storico. Per trovarla giriamo e rigiriamo per il labirinto di stradine del centro storico. Farsi capire in inglese è molto difficile ... ma per fortuna ci sono i bambini sempre pronti a seguire il turista per curiosità o per gioco. E nello Yemen sono moltissimi, la natalità è altissima - 6,5 bambini per donna - e salta ancora più agli occhi perché i bambini sono in strada a giocare e a correre, come ormai nelle nostre città non succede più. E sono loro a ricordarci che in fondo anche noi giocavamo a palla e a calcetto e che da bambini siamo tutti uguali con un solo desiderio: giocare e conoscere cose nuove. Così mentre gli adulti sono schivi le voci dei bambini ti seguono “What’s your name?”, “Where are you from?” “Foto?”. Così passiamo la giornata girovagando in questo museo a cielo aperto sotto un cielo terso, un sole splendente ed un aria frizzante caratteristica dell’inverno a Sanaa.

Il giorno seguente decidiamo di partire per Manakha, un villaggio nelle montagne Haraz a 90 km in direzione sud-ovest. Troviamo con relativa facilità una compagnia di autobus e da li partiamo, ma trovare Manakha non è così facile come pensiamo, infatti l’autobus non si ferma al bivio per il villaggio e ci porta oltre. A questo punto ci rendiamo conto di essere i soli turisti nell’autobus e gli unici a non parlare la lingua comune a tutti gli altri. Ma con un po’ di buona volontà si ottiene tutto: ci fanno scendere e risalire su un altro autobus che ci riporta al bivio, dove prendiamo un taxi con un conducente bambino che, assieme a suo padre, sta imparando a guidare. Quei dieci chilometri di strada tortuosa, avvolta in una fitta nebbia con il ragazzino al volante ed il padre accanto a lui che in tono concitato sembra dargli delle indicazioni e tra una frase e l’altra si mette alcune foglie di quat in bocca, ci resteranno impressi per sempre. Sembra uno di quegli incubi in cui sei partecipe di una scena, ma non puoi fare nulla per cambiare il corso degli eventi e così decidiamo di non guardare la strada e sperariamo di arrivare in fretta

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