In viaggio nello Yemen, ossia Welcome to Yemen

Siamo a SANA’À! Piove. Oddio, a dirla tutta c’è un tempaccio davvero inaspettato: piove a scrosci, tira un forte vento, fa freddo ed il cielo è illuminato da frequenti lampi. Saremo davvero atterrati a Sana’à, capitale dello Yemen, giù giù ...

  • di rossparente
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in gruppo
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

Siamo a SANA’À! Piove. Oddio, a dirla tutta c’è un tempaccio davvero inaspettato: piove a scrosci, tira un forte vento, fa freddo ed il cielo è illuminato da frequenti lampi. Saremo davvero atterrati a Sana’à, capitale dello Yemen, giù giù nella penisola Arabica, in basso a sinistra? All’aeroporto veniamo a lungo trattenuti, uno dei componenti del gruppo ha lavato il passaporto in lavatrice. Risultato: la foto sembra posticcia e il passaporto manomesso. Mentre aspettiamo che la controversia si appiani ho tutto il tempo per guardarmi attorno. L’aeroporto non ha niente di notevole, potrebbe essere un qualsiasi aeroporto di un non specificato paese arabo non troppo ricco. Ma ecco i primi yemeniti, tutti uomini e alcuni bambini, che si aggirano in attesa di non so cosa. Gli uomini, alcuni in pantaloni e altri in tunica o futah, non sono belli, portano tutti il pugnale rituale, la jambia (il solo fodero perché in aeroporto non si entra armati), ma non hanno facce che incutono timore e si mostrano premurosi e attenti verso i bambini e le bambine che portano con sé. Ci siamo: si sono decisi a far entrare Alberto, hanno dovuto far da garanti il corrispondente ed una viaggiatrice del gruppo, ma finalmente possiamo venir fuori e andare a Sana’à. In realtà il nostro albergo è fuori città, in un palazzotto di nuova costruzione che non ci fa una bella impressione, ma si può andare a dormire.

L’albergo non è bello, ma è pulito e la dormita è stata piacevole. Hanno servito la colazione all’ultimo piano di questo palazzotto, in una sala che si apre con ampie finestre sulla città. La Sana’à vecchia è però lontana, il panorama che si gode dall’alto non è particolarmente affascinante, anche se è reso esotico da qualche palma e dai minareti che spiccano alti sull’abitato. Ma ecco la solita marmellata di fragole, chissà perché immancabile sulle tavole delle colazioni di mezzo mondo.

Finalmente ha inizio il giro, la temperatura è buona e quasi in orario siamo partiti per la nostra prima visita: il wadi DAR la nostra meta. Il gruppo si muove con tre mezzi, due fuoristrada ed un pick up che ci accompagneranno per tutto il viaggio. La vista dall’alto di questo letto del fiume in secca non ci riserva forti emozioni. E’ qui però che avvengono i nostri primi contatti con i bambini yemeniti che per pochi soldi ci offrono uova sode, da insaporire in una granulosa mistura gialla, foto con fucile e anche l’emozione di esplodere alcuni colpi. Scendiamo nel wadi, il percorso al suo interno è più interessante: ecco si vedono i primi villaggi e la nostra guida, Salah, si ferma per farci visitare il DAR ALHAIR PALACE. E’ il palazzotto, costruito su uno spuntone di roccia, che si vede nella prima di copertina della Lonely, è la foto cartolina dello Yemen. Saliamo su per delle alte e strette scale per visitare i diversi ambienti, il palazzo si sviluppa in altezza come tutte le costruzioni tipiche di questo paese. Interessanti le nicchie frigorifero dove gli abitanti del palazzo tenevano, sospesi a dei ganci, gli alimenti in fresco. Bella la sala per la masticazione del qat, il mafrai, che posta all’ultimo piano tra tappeti, cuscini e larghe finestre offre un’ampia vista sulle case e sul verde wadi. Questo sito, oltre i tanti turisti, ospita bellissimi piccoli mici che sembrano essere in ottime condizioni. Eppure nella guida è scritto che nello Yemen gli animali non hanno una vita facile e che troppo spesso vengono maltrattati. Invece eccoli qua: tanti mici che in ottima salute giocano a rincorrersi o si dedicano a ristoratrici pennichelle. Un piccolo gatto, con una macchia sul muso che gli disegna dei baffetti che ricordano quelli di Hitler, dorme all’interno di una foglia di fico d’india che lo accoglie come una culla: belli questi contrasti cromatici creati dal bianco e nero del gatto e dal verde brillante della foglia

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