Vermont in fiamme

Trekking nella stagione del “foliage”

  • di Kingsize
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

Non è stato per assaporare vini d’annata né per ammirare capolavori di grandi artisti. Non sono partito per osservare culture esotiche né per incontrare personaggi originali. Stavolta ho messo la smania dell’esploratore e la passione per l’arte da parte: cercavo un’emozione più intima, avevo bisogno d’un risveglio dei sensi. Sono partito per ritornare a casa, da me. Bramavo una purificazione dei sensi, un’esfoliazione della mente, un azzeramento delle intenzioni per una revisione dei progetti. Per eliminare qualche maschera che mi si era appiccicata addosso, dovevo spegnere tutto e accendere un’altra luce. Senza, ovviamente, tradire la bellezza, uno dei pochi sine qua non della vita. Una collana di trek nell’autunno del Vermont me ne ha dato l’occasione.

Stamane, sull’autostrada, all’orizzonte è apparso il profilo di una città. Di passaggio in passaggio, le istruzioni del navigatore si facevano più frequenti, più complicate. Tornavo nel campo di battaglia. Sottopassaggi, rotonde, uscite, e poi la destra, la sinistra in un sistema che ha perduto la strada. La strada si faceva invece sempre più chiara montagna dopo montagna, camminata dopo camminata. Per il contatto iniziale coi panorami del New England abbiamo scelto il Notch Train che da North Conway arriva alla Fabyan Station attraversando macchie, torrenti e un antico trespolo di legno che sovrasta uno strapiombo. Una carrozza aperta, che viene aggiunta al convoglio nei giorni di bel tempo, permette di fotografare liberamente, ma occorre coprirsi bene. La ferrovia, un lascito del passato, uno dei tanti che rende questa regione degli Stati Uniti così deliziosamente rétro, serviva una miniera e torna in funzione per il turismo ogni anno, tra giugno e ottobre. Un paio d’ore di macchina traversando foreste e villaggi di rigattieri – notevole sopra tutti Bethlehem – ed ecco il Vermont. La fauna che mi accoglie al Fairbanks Museum spazia dal dinosauro all’armadillo, ma è soprattutto la ricchissima collezione di uccelli impagliati a farne un luogo imperdibile. Non avevo mai visto un colibrì immobile, né quadri composti con insetti o con ali di farfalla. Lungo le vetrine della balconata del primo piano dell’enorme locale, tutto in legno massello, si affollano tante altre raccolte e curiosità, da bambole d’epoca all’armatura d’un samurai. Chi ha portato il mondo a St. Johnsbury è tal Franklin Fairbanks, e alla famiglia Fairbanks, che qui fece la propria fortuna, questa città di provincia deve tutto: Horace Fairbanks fece costruire una stupenda biblioteca con annessa una piccola pinacoteca per la quale, oltre a tele americane, commissionò, a beneficio della cittadinanza che non avrebbe mai visto gli originali, copie dei quadri che aveva ammirato all’estero. E’ una stupenda realizzazione di architettura vittoriana con interni in quercia, noce e frassino, un capolavoro di falegnameria ora gelosamente custodito come monumento alla fede ottocentesca nella cultura e, assieme alle chiese di varie denominazioni allineate lungo il corso, dà un’aria nobile e impettita al centro della città. Ce lo dicono in tanti, che l’azione di una singola persona può fare la differenza, ma in questa società che si accanisce a toglierci il discernimento e la libertà è un’impresa improba andare controcorrente. Eppure, meravigliandosi ai risultati di chi ci riesce, ci si rende conto che non è impossibile una presa di posizione più decisa e coraggiosa, per lasciare il mondo migliore di come l’abbiamo trovato. La geografia dell’America è punteggiata dai nomi di questi grandi di provincia, e le loro storie son motivo di vanto. Come quella di Alexander Twilight, un nero così attratto dalla cultura, alla quale si era dedicato all’inizio da autodidatta, che finì coll’acquisire una rilevante posizione sociale e creò, a dispetto dell’indifferenza dei suoi concittadini e delle istituzioni, un convitto per i giovani di Brownington e circondario, dove oggi sono in mostra gli oggetti e la storia dei centri della zona.

L’Old Stone House Museum testimonia la forza di un’idea, anzi, di un ideale, un’eredità amorevolmente curata dai volontari che illustrano ai visitatori gli edifici del comprensorio, a cui hanno recentemente aggiunto una fedele ricostruzione del fienile. Questa forte passione per il sociale scoppia in uno stupefacente fuoco d’artificio a Glover, poco a sud. A dispetto del fatto che si proclamino il paese degli uomini liberi, gli Stati Uniti – ingenui e bacchettoni – hanno ancora una mandria di vacche sacre: tra queste, la politica. La comune di Peter Schumann, fondata nel 1963 col nome di Bread and Puppet Theatre, inscena manifestazioni, cortei e spettacoli di critica e di denuncia. I corridoi di un enorme pagliaio come ce ne sono parecchi, nel Vermont, ospitano a piano terra disegni, maschere, sculture, teatrini e costumi in una fantasmagoria visionaria. Al primo piano la monumentale navata mi assale con la medesima potenza della Cappella Sistina – moltiplicata per dieci. Le nicchie sono popolate da mostruosi personaggi, messinscena grotteschi, gruppi allegorici e pitture aggressive che coprono ogni superficie in un horror vacui totalizzante. Il sovraccarico sensoriale mi toglie il fiato e vengo travolto dalla violenza di quell’esplosione di colori, da quello stile brutalista e da quella sintesi genialissima di tutto quel che chiamiamo arte: quadri, figure plastiche, fumetti, folklore, costumi, scenografie. Vederli in azione dev’essere una rivelazione

  • 3862 Visualizzazioni
  • Stampa
  • Invia ad un amico

Commenti
  1. Nessun utente ha ancora commentato. Se sei un utente registrato puoi usare questo form per dire la tua!

Per scrivere su Turisti Per Caso devi prima registrarti!


Entra con il tuo account social