Tutto il fascino di Ventotene

Qui vissero schiavi, esiliati, carcerati e confinati, tutta gente che vide il sole a scacchi

  • di cappellaccio
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 1
    Spesa: Fino a 500 euro
 

Ogni giorno mi si avvelena il sangue di fronte alla prospettiva di essere obbligata a lavorare finché campo. Anche quando sono a casa un accenno di malessere spinge il mio cervello stanco a darsi da fare dietro pensieri brutti e mi riaffiora alla mente un verso di Ungaretti: “La vita si sconta vivendo”. Insomma, me ne sto come un detenuto in attesa dell’ora d’aria. O meglio, di un “pallone” d’aria, una mongolfiera di quelle che si lanciano per la festa di Santa Candida e all’idea di sollevarmi in cielo già mi sento pervadere da un’ondata di sollievo: mi pare di volare, libera come il vento, perché per tre giorni le sbarre che mi trattengono miracolosamente cedono e si piegano alla mia volontà. Adesso il tempo mi appartiene, non sono più in uno stato di schiavitù. Mi butterei a pesce nel blu del mar Tirreno per raggiungere il prima possibile Ventotene, una zattera di tufo, con un’ossatura di basalti e trachiti, minuscola come il pianeta de’ Il piccolo principe.

LA VISITA ALLE CISTERNE ROMANE

Una volta arrivata, però, torno con i piedi per terra, anzi li metto sottoterra, visto che vado a visitare un’ingegnosa opera idraulica con impianti di raccolta e distribuzione dell’acqua piovana: le cisterne romane. E bang! Una scoperta che è una mazzata mi ghiaccia la favella in gola. A Ventotene molti furono coloro che videro il sole a scacchi: schiavi, esiliati, carcerati e confinati. Questo mondo a sé, spuntato in seguito a un gargarismo della Terra, che era stato battezzato dai Greci Pandoteira, cioè dispensatrice di ogni ricchezza, all’epoca di Augusto diventò un cantiere nel quale migliaia di schiavi sgobbavano per realizzare un progetto dell’imperatore: una lussuosa villa -servita da un porto per consentire alle navi di approdare e scaricare i materiali-, con terme, piscine e fontane, che aveva bisogno di una quantità esagerata di acqua dolce per cui fu necessario costruire pure un acquedotto composto da sei serbatoi. Due di questi si conservano ancora e sono la cosiddetta “Grotta Iacono” di 700 mq e quella più imponente, dei Carcerati, di oltre 1.200 mq. Quando pioveva l'aria risuonava del ruscellare delle acque che dal compluvium confluivano verso l’impluvium, dopodiché si andavano a depositare in gallerie rivestite con una malta idraulica resistentissima, il cocciopesto, ottenuta riciclando cocci di anfore, tegole e mattoni frantumati e miscelati con calce, pozzolana e sabbia. Parliamo di tunnel artificiali, scavati a mano dagli schiavi, ora vuoti, dove si entra per andare a rivangare vecchie storie. Innanzitutto a circa 4 metri di altezza si nota una linea orizzontale: era il livello che il liquido non doveva superare poiché era l’ossigeno presente nella volta a permettere all'acqua di non imputridire e questo era un primo sistema di depurazione, a cui si aggiungeva la decantazione e infine il metodo più curioso, l'impiego dei capitoni, ossia dei pesci pulitori, che si nutrivano di tutti i microorganismi che crescevano lungo le pareti, mangiavano le larve degli insetti, ma soprattutto nuotando facilitavano l'ossigenazione, evitando il ristagno. Se le anguille morivano era un allarme grosso, occorreva accertarsi se l'acqua si poteva bere senza rischi o meno.

Ma come faceva l'acqua dal centro di Ventotene ad arrivare dove serviva? I Romani ragionavano in grande, infatti dalla cisterna dei Detenuti partiva un condotto unico che a un certo punto si diramava: una parte di esso, sfruttando un lieve declivio, convogliava l'acqua alla villa e al porto commerciale -dove le imbarcazioni autorizzate facevano scalo per ricevere un rifornimento di acqua potabile-; l’altro tratto del cunicolo portava l'acqua alla peschiera-ninfeo, collocata sotto all’attuale faro. Perché alla peschiera? Columella, un illustre teorizzatore dell’itticoltura, si era accorto che alle foci dei fiumi i pesci erano più numerosi, in quanto attirati da una minore quantità di sale. Quindi la ricetta era semplice: nella peschiera si stemperava la salsedine di mare con l’ausilio dell’acqua dolce, i pesci ne erano attratti, penetravano nelle vasche e venivano catturati.

Osserviamo ancora l’interno della cisterna: la prima modifica drastica nel suo uso avviene con la caduta dell’Impero romano, quando perde la propria funzione, si svuota, si asciuga e si trasforma in un nascondiglio per la popolazione, terrorizzata dalle scorrerie dei pirati. Va detto anche che già attorno al V-VI secolo ospita dei monaci. Di quel periodo restano delle edicole votive, dei simboli e crittogrammi. Tuttavia solo nel 1768 le sorti di Ventotene cambiano radicalmente per opera del re di Napoli, Ferdinando IV di Borbone, che ordina di colonizzare le Isole Pontine e di edificare a spese delle casse allodiali. Come primo provvedimento invia cento detenuti ai lavori forzati: manodopera a costo zero. Li tirano fuori dalle prigioni campane, li mandano a Ventotene e li rinchiudono nella cisterna detta appunto dei carcerati. Sicuramente sono messi sotto chiave di notte, ma di giorno si spaccano la schiena nella parte settentrionale di Ventotene, estraendo blocchi di tufo dal promontorio di Punta Eolo, che adesso ha pareti lisce e squadrate. La maggior parte degli edifici di Ventotene è stata costruita con questo materiale. Innanzitutto viene eretta una fortezza dotata di cannoni -che oggi è il municipio-, poi una chiesa, le famose rampe a zigzag che uniscono il porto a Piazza Chiesa e la strada carrabile che rasentando il faro collega il porto a Piazza Castello. Sorgono le prime case e il paese incomincia a prendere forma. Eppure manca qualcosa: come reclutare il primo nucleo di coloni? Non è semplice convincere qualcuno a traslocare su un'isola quasi abbandonata, con detenuti e guardie. Il sovrano pensa alla capacità lubrificante di alcune garanzie e dunque emana un decreto col quale promette a tutti coloro disposti ad accettare la sfida un'abitazione, terra ed esenzioni dalle tasse. Una bella mossa da parte del Borbone che dà sì gli appezzamenti, ma da disboscare, permette sì di costruire, però non consegna alcun alloggio già pronto; la dispensa dall'obbligo di pagare i tributi viene invece rispettata per un po' di tempo. Anche le famiglie sbarcate sull’isola per abitarvi adoperano le cisterne: come stalle e cantine.

Ricapitolando, un legame fra questi ambienti ipogei a più navate e l’acqua esiste solo in epoca romana, poi diventano un ricovero per eremiti e contadini, successivamente una gattabuia per i condannati, un rifugio antiaereo durante la Seconda guerra mondiale, infine stalle e cantine fino a una trentina d’anni fa. Il fatto che fossero privati fino al 1986 spiega il motivo per cui varie persone hanno lasciato sulle pareti la propria firma: con l’autorizzazione del proprietario non si commetteva un reato. La firma più antica è quella di uno storico di Formia, Pasquale Mattej, risalente all'8 luglio 1847. Più in alto si legge: "Oggi, 3 settembre 1923, visitata dai Carabinieri Reali Nardelli Filippo e Gargano Giulio"

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