I pomeriggi a Caracas

“I pomeriggi a Caracas” Il <a href='/viaggi/mappamondo/menu.asp?paese=venezuela'>Venezuela</a> descritto da Cosmo de La Fuente (www.cosmodelafuente.com), un brano tratto dal libro “Ancora una volta ho perso il treno”, in anteprima per il nostro sito! Verso le 16 mi sedevo nel giardino del ...

Il Venezuela descritto da Cosmo de La Fuente (www.Cosmodelafuente.Com), un brano tratto dal libro “Ancora una volta ho perso il treno”, in anteprima per il nostro sito!

Verso le 16 mi sedevo nel giardino del patio di casa, il sole era caldo e a volte soffiava una leggera brezza che faceva ondeggiare leggermente e monotonamente le foglie delle piante che erano cresciute audaci al clima tropicale.

Il sole accecante mi costringeva ad arricciare il naso, erano momenti di semplice serenità che non posso dimenticare.

Da lontano la musica arrivava a colorare quei pomeriggi che non avevano niente di particolare e che non sapevo sarebbero rimasti nella mia mente per sempre.

Quante volte ho ricordato quei momenti ...Moltissime, ogni volta che sentivo la rabbia impadronirsi di me.

Quando il male mi costringeva a letto, lontanissimo da Caracas, migliaia di km, il mio ricordo andava a quei momenti lontani ma presenti.

Il profumo dei fiori esotici mi ipnotizzava e capivo di essere un’umile creatura nel posto più recondito della Terra.

Quando finalmente mi ritrovai in Italia, nell’ombelico del mondo, dimenticai quei pomeriggi e non sapevo che presto quel semplice ricordo sarebbe ritornato fortissimo a rammentarmi di essere una piccola e insignificante creatura.

Viaggiai molto, partendo da Milano andai in America e poi in Oriente e tornai ancora in Italia, ma inconsciamente udivo il richiamo di quel patio tranquillo dove le foglie ondeggiavano stanche.

Solo una volta decisi di andare a visitare quella zona del mondo che si chiama ‘Canaima’, in Venezuela, quel posto mi trasmise l’impotenza e la piccolezza del genere umano. Cosa importava cosa stessero facendo i grandi del mondo mentre passeggiavo e mi inerpicavo nella foresta amazzonica. Ero solo e sicuramente in quella zona non sarebbero cadute bombe dal cielo, certamente no.

A Caracas lavorava Chavez, in qualche modo ci stava ingannando ma come saperlo in anticipo? Soprattutto cosa importava in quel momento? Quanti anni vissuti chiusi nella gabbia di una vita stilata dal resto del mondo. La scuola, il lavoro, il matrimonio e poi trovarsi soffocati in un vortice di cose tutte sempre uguali. Sarà la mia anima indigena ma non ci riesco a vivere in questo modo.

Che bello tornare ad essere un ragazzo di strada, un po’ di musica vicino alla fontana del paese, due passi e lavorare solo per sfamarsi. La voce amica dei campesinos oppure dei miei compagni d’avventura giornaliera, dalle favelas ai grattacieli del centro.

A cosa serve lottare per avere molti soldi? Meglio aspettare il Natale a Caracas, quando le donnine cominciano a preparare le ‘hallacas’ e quando le minitiendas si vestono a festa per mostrare ai turisti gli oggetti dell’artigianato locale.

Non m’importa se a vincere le elezioni sarà Romano oppure Silvio, se Bush deciderà che questa volta Chavez non la passerà liscia, non m’importa più, è ora che il fiume arrivi nel suo mare. Ho bisogno di avventura di ritrovarmi ancora a ‘Los Roques’ per calpestare la sabbia figlia del corallo, nella solitudine più assoluta e nella sicurezza di non sentirsi nessuno, niente di niente. Umile spettatore dello spettacolo fermo della natura, e se in quel preciso istante arrivasse la fine del mondo sarei pronto ad entrare nel mio mare per sparire per sempre.

Le palme ondeggianti della spiaggia di Higuerote si presentavano all’improvviso, dopo l’ultima curva a bordo della vecchia macchina americana di papà ed eccole tutte in fila, spettinate e allegre

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