Le mie notti con Tamerlano

La seduzione millenaria dell’Uzbekistan

  • di Kingsize
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 4
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

Oh, è bella, bella, sì, vestita a festa per i turisti, ma spogliala, toccane i punti rilevanti e ti darà il meglio, ti sorprenderà per cosa è capace e ti mostrerà le sue grazie, nascoste dietro mura anonime. Questa terra desiderata da tutti, da tutti fatta propria, colla forza o per amore, fertile di frutta e d’ingegno, questa terra non conosce il mare perché non vi si parte ma ci si arriva. Questa terra esibisce con orgoglio le vestigia di mille battaglie ardite, di efferate crudeltà e di grandi amori, di potentati scomparsi e di commerci fiorenti. Sono queste le radici della solida onestà della gente, che risponde allo sguardo con occhi dall’indecifrabile colore, che sorride con volti europei, asiatici e orientali, che comunica inciampando in una cascata di consonanti e ride. Ride il bambinello sul treno veloce Samarcanda‑Tashkent che non parla ancora, ma fa notare al babbo una persona che entra in carrozza, lancia un gridolino e batte le mani con espressione compiaciuta quando accendono le luci ed è attento a tutto, come sapesse tutto, gli occhi tondi pieni di un’esperienza antica, la mimica eloquente come quella di un adulto. Ridono mostrando i denti d’oro le contadine in gita festiva, casacca nera della nonna fino alle caviglie e fazzolettone in testa. Ridono tutti perché anche se la corrente è andata via, gli spiedini continuano a cucinarsi sulla brace, cubetti di tenero montone che cogli anni faranno metter su a tutti chili pregiatissimi. Ridono gli uomini quando si incontrano, abbracciandosi a pudica distanza, e le donne che tessono un tappeto sedute vicine. Ridono i passanti dietro ai turisti che son così strani e non capiscono, non sanno come si vive, qui.

Qui è un paese che gode d’un felice periodo di ricostruzione dalla riacquistata indipendenza nel 1989, e indipendenza vuol dire volontà di riappropriarsi dell’antico credo musulmano, forzatamente soppresso durante l’occupazione sovietica; libertà di sostituire, nei nomi delle strade e nella mente delle persone, gli eroi russi con quelli nazionali e i caratteri cirillici con quelli latini; e possibilità di cambiare le alleanze minimizzando l’influenza sovietica per avvicinarsi all’Europa – anche se la seconda lingua rimane il russo. Pur delimitato dai confini speciosi imposti nel 1925, al momento della creazione dell’Unione Sovietica, a genti che hanno vissuto assieme da secoli in fluidità – gli Uzbeki stanziali, i Tajiki nomadi – l’Uzbekistan sorride scrivendo questa nuova pagina della sua plurimillenaria epopea restaurando e ricostruendo i siti per i quali i turisti continuano a far la spola tra Bukhara, Khiva e Samarcanda. Si ricostruiscono moschee e scuole coraniche come si è sempre fatto dopo che gli insulti del tempo e dei regimi le hanno rese impraticabili: la conservazione è un’idea occidentale del XX secolo. Le maestranze non sono sempre all’altezza, ma a giudicare dai minareti pendenti del Registan neanche i costruttori originali erano molto versati nel gettare le fondamenta e nell’uso del filo a piombo. Queste imperfezioni tecniche esaltano, piuttosto che umiliare, la frenesia decorativa che ha creato per Samarcanda la piazza più bella dell’Asia centrale, nucleo imprescindibile, attrazione irresistibile, gemma prediletta, visione celestiale. La definiscono tre madrasse – scuole coraniche per l’élite religiosa e politica – le cui facciate sono un tripudio di majoliche azzurre. La Tillya-Kari (la Ricoperta d’Oro) presenta motivi geometrici e vegetali incorniciati da un’epigrafe. Un cielo stellato stilizzato orna invece la Ulug Bek, l’università completata nel 1420 dove quel sovrano stesso insegnava matematica e astronomia. L’iscrizione in caratteri cufici recita: “L’altezza della facciata è due volte quella del cielo e il peso tale che la schiena della terra sta per cedere”. La Shir‑Dor sorprende con le figure di due tigri all’inseguimento di due cerbiatti. Dietro di loro, due soli raggianti dal volto umano glorificano forse il committente, il governatore Yalangtush, o, più probabilmente, rivelano la persistenza del simbolismo solare dello zoroastrismo nonostante il tabù riguardo l’arte figurativa dell’Islam, il credo che lo ha rimpiazzato. Recenti lavori di ripristino hanno restituito oggi la piazza com’era tre, quattro, cinque secoli fa, ora centro non più politico e commerciale ma di cultura e di storia. Le quattro possenti colonne che fiancheggiano le madrasse che si fronteggiano sembrano sorreggere il cielo. L’ambizione, la maestà e la meraviglia avranno impressionato tanto di più una volta, al tempo dei cavalli e dei carretti che la occupavano nelle foto d’epoca, nell’era dei pasciuti emiri in posa con emissari e ambasciatori di paesi lontani

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