Umbria in bicicletta

Alla ricerca del silenzio e dell’armonia della natura sulle strade di san Francesco nel "cuore verde d’Italia", in uno scenario ambientale dove l'arte e l'architettura appaiono inscindibili dal paesaggio

  • di cappellaccio
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 1
    Spesa: Fino a 500 euro
 

Affrontare questa cicloescursione di cinque giorni tra ondulate campagne ravvivate dalle fioriture primaverili significa scoprire il patrimonio culturale e paesaggistico per cui l’Umbria è celebre e che in parte ruota attorno alla figura di san Francesco.

Le mete di maggior interesse per gli intenditori d’arte sono Città di Castello, con la Pinacoteca comunale di Palazzo Vitelli alla Cannoniera, Assisi dove si rimane esterrefatti di fronte all’abilità di Giotto nel raffigurare le Storie del Santo nella Basilica di San Francesco, Spello che conserva nella chiesa di Santa Maria Maggiore le pitture parietali del Pinturicchio, Foligno per il meraviglioso ciclo di affreschi di Palazzo Trinci, Spoleto per la Camera Pinta all’interno della Rocca Albornoziana e l’Incoronazione della Vergine in cui palpita la creatività di Filippo Lippi nell'abside del Duomo, Montefalco per il complesso museale San Francesco, e ovviamente Perugia, il cui Nobile Collegio del Cambio esibisce uno dei capolavori assoluti del Rinascimento italiano, la sala dell’Udienza, interamente affrescata dal Perugino tra il 1498 e il 1500, per non parlare della Trinità e Santi di Raffaello nella Cappella di San Severo.

Ma questa ciclovacanza può altresì essere intesa come un “viaggio dello spirito” sulle orme del Poverello di Assisi e allora non bisogna tralasciare la visita dei luoghi dove il fraticello si ritirava in preghiera, come la Porziuncola o il tugurio di Rivotorto alle porte di Assisi, oppure la chiesa della Vittorina di Gubbio, davanti alla quale avvenne l’incontro col lupo.

Perugia costituisce la naturale base di partenza per un itinerario ad anello che si distende per poco più di 260 chilometri e che si chiude con un trasferimento in treno con bici al seguito della durata di una ventina di minuti dalla stazione di S. Maria degli Angeli di Assisi. Se pensiamo che in questa regione solo il 6% del territorio è pianeggiante comprendiamo immediatamente che pedalare in Umbria rappresenta un obiettivo estremo per coloro che non sono cultori della fatica. Per i ciclisti provetti invece forse è una bazzecola. Serve comunque una bicicletta con adeguati rapporti e va tenuto presente che si percorre qualche pista sterrata a grana grossa (per cui gli pneumatici stretti non sono adatti), tuttavia la maggior parte delle strade è asfaltata e a bassa densità di traffico. Un disagio che si dovrà mettere in conto, viste le frequenti variazioni di pendenza, è la necessità di spogliarsi prima delle salite e di rivestirsi per ripararsi dal freddo prima delle discese.

PRIMO GIORNO: DA PERUGIA VERSO L’ABBAZIA DI MONTE CORONA, UMBERTIDE E CITTÀ DI CASTELLO

Partendo dall’albergo Giò, in via Ruggero D’Andreotto, che sta nella zona ovest di Perugia, non lontano dalla stazione dei treni, si gira intorno alla città in senso orario, si lambisce il famoso arco etrusco e si seguono le indicazioni prima per Gubbio e poi per Montelaguardia, dove si arriva dopo una salita di due chilometri abbondanti. Qui è possibile sorprendere qualche scoiattolo mentre si arrampica sugli alberi e ascoltare il tipico tamburellare dei picchi sui tronchi. Nei pressi di Ponte Pattoli – siamo già a 14 km da Perugia - si vira a sinistra per Migiana in strada Ponte Pattoli Pieve San Quirico, che dopo un paio di chilometri si trasforma in una sterrata che costeggia il Tevere; dal lato sinistro si ammirano verdeggianti prati punteggiati di capre al pascolo. La strada bianca prosegue fino alla frazione di La Bruna, poco oltre la quale, acquattata ai piedi di Monte Corona, si incontra la Badia di San Salvatore, risalente all’XI secolo, che ha ospitato monaci Camaldolesi e in cui sono vissuti nientemeno che San Romualdo, tradizionalmente considerato il fondatore di questo cenobio, e San Pier Damiani. La torre campanaria ha una forma particolare in quanto è circolare alla base, endecagonale nel mezzo e ottagonale in cima. Il tempio sacro è costituito da una cupa cripta seminterrata a cinque navate, silenziosa e fredda quanto una tomba, in cui gli spazi sono scanditi da una selva di robuste colonne che sostengono volte a crociera, e da una chiesa superiore romanica, decisamente più luminosa dell’ambiente sottostante, che contiene un prezioso ciborio medievale.

Seguendo a ritroso la corrente del Tevere, che scorre abbastanza ampio e sinuoso, riprendo a pedalare verso Umbertide, dove di turismo non se ne vede molto, sebbene quando sbocco in piazza Mazzini mi venga da dimenarmi sul sellino per l’emozione di stare a contemplare l’imponente collegiata di S. Maria della Reggia e le torri possenti e quasi intimidatorie della Rocca, sotto le quali scorre il torrente Reggia, che un tempo fungeva da fossato delle fortificazioni medievali e che ora è bordeggiato da uno stupendo percorso ciclopedonale. Tramite via Stella mi immetto nella piazza Matteotti, vero e proprio salotto del borgo, su cui prospetta il seicentesco palazzo comunale. Un’altra zona monumentale è quella di piazza S. Francesco, caratterizzata dalla presenza di tre chiese in fila, una accanto all’altra: quella di Santa Croce, quella di San Francesco e quella di San Bernardino.

Lasciata l’antica Fratta – questo è il nome che Umbertide ebbe fino al 1863 - siccome desidero abbreviare la tappa odierna, da Niccone, anziché andare a sinistra in direzione Trestina come consigliato dal roadbook, percorro la più trafficata ma pianeggiante Statale Tiberina 3Bis fino a Città di Castello, che è il principale centro urbano del territorio Altotiberino ed è ubicato al confine tra Marche, Toscana e Umbria, in un’area piatta, diversamente da parecchie altre cittadine umbre collocate sul crinale o sul cocuzzolo di un colle. Venendo da sud imbocco Largo Muzzi, dov'è il cancello per penetrare nel giardino all'italiana del Palazzo Vitelli alla Cannoniera, la cui facciata è ingentilita da graffiti monocromi realizzati su disegno del Vasari, fra i quali spiccano sfingi alate e vitelli affrontati, che alludono alla famiglia che nel Rinascimento primeggiò sulle altre dell'aristocrazia locale e che ne ordinò la costruzione. Per l’ingresso però è necessario recarsi dalla parte opposta. Questa dimora patrizia riunisce sotto lo stesso tetto vari musei, dato che le collezioni comprendono sia eccezionali capolavori di maestri del passato come Raffaello, Luca Signorelli, il Ghirlandaio, o i Della Robbia, sia opere di alcuni artisti del Novecento tra cui Guttuso e De Chirico. Inoltre le sale del piano nobile sono splendidamente affrescate: da non perdere è il salone di rappresentanza destinato a ricevere gli ospiti, sulle cui pareti sono raffigurate scene belliche legate alle prodezze dei più illustri condottieri dell'antichità. Stranamente, considerata la sua leggiadria, il palazzo ha generato una fantasiosa e macabra leggenda, quella di Sora Laura, che narra che la giovane popolana amante di Alessandro Vitelli, languendo in attesa del ritorno de suo capitano di ventura – pergiunta sposato - si intratteneva fingendo che le fosse sfuggito dalla finestra un fazzoletto di trina per catturare l’attenzione di qualche bel giovanotto di passaggio, sedurlo e, al momento del congedo, indurlo a uscire da una porta occulta che, ahilui, nascondeva un profondo pozzo. Se i ragazzi del luogo sono restii a bazzicare in questi paraggi nelle notti rischiarate dal tenue chiarore della luna è proprio in virtù di questa storia, perché temono di lasciarsi tentare dal fantasma della donna, che secondo alcuni vagherebbe ancora senza pace fra i saloni di palazzo Vitelli.

Puntando ora al centro della città si giunge in piazza Gabriotti delimitata dai monumenti più rappresentativi, fra cui il Palazzo Comunale trecentesco, simbolo del potere politico, la Torre Civica e la Cattedrale. Accanto al Duomo è visitabile lo svettante campanile cilindrico, che ha un tipo di struttura ravennate, culminante in un coronamento a cono. La chiave per entrare si preleva al Museo Diocesano; una volta aperta la porticina si ha accesso a una scala a chiocciola, non adatta ai cardiopatici, che porta alla cella delle campane. Dall’alto della torre campanaria si gode di un superbo panorama sui tetti di Città di Castello

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