Poesie alla luna

Cappadocia – Giugno 2008 Poesie alla luna Ritroviamo il castello di Uchisar proprio lì dove lo avevamo lasciato nell'agosto scorso, con le botteghe degli artigiani ai suoi piedi e le centinaia di piccioni danzanti alla sua sommità. I nostri polmoni ...

  • di Massimo B
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in coppia
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

Cappadocia – Giugno 2008 Poesie alla luna Ritroviamo il castello di Uchisar proprio lì dove lo avevamo lasciato nell'agosto scorso, con le botteghe degli artigiani ai suoi piedi e le centinaia di piccioni danzanti alla sua sommità.

I nostri polmoni si gonfiano di aria pulita e la nostra anima si nutre di pace e serenità.

Tra i volti sorridenti e familiari, ricomincia la nostra scoperta della Cappadocia, un luogo pieno di fascino e di poesia.

Se dall'alto di una mongolfiera si gode di uno spettacolo fantastico, le lunghe passeggiate nelle valli ci permettono di ascoltare la natura più da vicino, di annusarne i profumi.

Non è un caso che abbiamo scelto di tornare nel mese di giugno.

Le giornate non finiscono mai ed è tutto un tripudio di fiori colorati, di grano verde e di grappoli d'uva ancora acerba.

Gli alberi da frutto sono carichi di albicocche, di ciliegie, di susine e di gelsi, è come se stessero lì per rifocillarci offrendoci un po' di ombra e deliziandoci il palato.

L'azzurro del cielo contrasta con il bianco accecante del tufo, se non fosse per lo scalpitio dei nostri passi sul selciato, anziché nelle valli, parrebbe di stare sui monti candidi di neve fresca.

La magia della Cappadocia sta anche nello scorgere tra i pinnacoli e le pareti frastagliate delle sue valli improbabili figure di animali o austeri profili di volti senza tempo.

La bellezza delle sue chiese scavate nel tufo è tale da farci rimanere ammutoliti, nel guardare quegli affreschi dai colori talvolta incredibilmente vivi.

Come le pietre preziose in una collana così le nostre giornate pian piano vanno ad infilarsi una dopo l'altra.

Bighellonando da un paesino all'altro, assorbiamo come spugne tutto ciò che ci circonda, un'immersione totale nella vita verace di una parte della Turchia d'altri tempi che vuole a tutti i costi mantenere vive le vecchie tradizioni.

Il profumo del pane appena sfornato dalla pietra, l'aratro trainato da un cavallo ornato da un kilim, un piatto di gozleme appena cucinato sulla piastra, un tappeto di lana lavato e messo ad asciugare al sole.

Le note tremolanti di un grammofono attirano la nostra attenzione, provengono da una bottega satolla di oggetti del passato, entriamo in punta di piedi facendo attenzione a non inciampare nelle mille cose appoggiate per terra e nelle mille cose che pendono dal soffitto, le note un vecchio disco in vinile che sentiamo arrivano dall'angolo del bancone dove fa bella mostra di sé il verde grammofono, ma non è lui il vero protagonista, a rubargli la scena è il proprietario della bottega.

Sotto il berretto blu uno sguardo profondo e rassicurante, e un bel paio di baffi grigi molto curati, Crazy Alì è il suo nome, è scritto anche sull'insegna della bottega, Alì è onorato della nostra visita e si appresta ad offrirci un caffè turco.

Ci guardiamo un po' attorno mentre i fondi del nostro caffè apposano sul fondo della tazzina di ceramica dipinta a mano.

I nostri occhi non tralasciano nulla: forbici, chiavi, scarpe, telai, porta spezie, sigilli per lettere, culle per neonati, bicchieri di peltro, monili di argento...

Sorseggiamo la calda bevanda quando ad un certo punto Crazy Alì comincia a recitare dei versi incomprensibili per noi, poesie in turco scritte da lui, che ascoltate poi in inglese erano si più comprensibili, ma non ricreavano la stessa atmosfera.

Lasciamo Orthaisar salutando Alì con un arrivederci promettendogli di tornare a salutarlo prima di partire.

Il nostro amico Enrico, con cui giriamo la Cappadocia, ci parla di un paese dove ogni sera accade qualcosa di molto particolare, e con i nostri occhi siamo pronti a scoprire di cosa si tratta

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