In Lazio per ville

Villa Adriana e Villa Gregoriana a Tivoli

  • di cappellaccio
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Fino a 500 euro
 

Chi le visita si sorprende subito del fatto che queste ville poi tanto ville non sono e che tra l’una e l’altra, considerata la loro vastità, rappresentano un itinerario da completo sfinimento.

Villa Adriana era un complesso mastodontico esteso su una superficie di circa 120 ettari che l’imperatore Adriano fece edificare nella campagna tiburtina tra il 118 e il 133 d.C., ma adesso è del tutto andato in malora, per cui la sua fisionomia attuale è quella di un parco sterminato nel quale affiorano le rovine di una pletora di ambienti monumentali, come le terme con eliocamino, la sala dei pilastri dorici, il teatro marittimo, la sala dei filosofi, etc. che ne hanno viste di ogni risma da quando il sito fu abbandonato e divenne preda di spoliazioni, probabilmente già dopo il III sec. d.C. Analogamente il nome Villa Gregoriana può trarre in inganno, dato che in realtà non c’è nulla di costruito, anche se è noto che un tempo qui esisteva la sontuosa dimora di un console romano. Nonostante ciò ora Villa Gregoriana è solo un profondo grembo ombroso capace di trasmettere pace, in virtù delle sue panchine ombreggiate, i sentieri rupestri, i passaggi attraverso la roccia e le rumoreggianti cascate.

Entrambe si trovano a Tivoli, una città dalle origini così remote che emise i suoi primi vagiti cinquecento anni prima di Roma. Entrambe sono un concentrato di memorie storiche e di bellezze naturali: sono testimonianze di un’epoca lontana, di cui ci rimane solo qualche brandello, qualche suggestione che viene a galla dall’abisso del passato e spinge l’immaginazione a fantasticare, per esempio sulle schiere di schiavi che si spostavano nei meandri del sottosuolo di Villa Adriana, usando un articolato sistema di percorsi sotterranei che li sottraevano agli sguardi dei cortigiani o sulla ninfa Abira, che disobbedendo al dio Nettuno firmò la sua condanna eterna vedendosi trasformata in sirena che, simultaneamente, spaventa e attrae col suo canto seducente che scaturisce dalla Grotta delle Sirene di Villa Gregoriana. Quest’ultima è un angolo di paradiso di struggente bellezza protetto dal FAI, ubicato nella scoscesa valle nella quale si infossa il fiume Aniene ed è sovrastata dallo sperone roccioso su cui s’innalzava l’acropoli dell’antica Tibur, dove ancora oggi sorgono due templi romani: uno rettangolare, ionico e l’altro rotondo, corinzio. “Gregoriana” è un aggettivo che proviene dal papa Gregorio XVI, al secolo Mauro Cappellari, che fece qualcosa di estremamente importante per questa vallata.

Tivoli aveva un problema annoso che destava notevole apprensione negli abitanti: il fiume Aniene puntualmente, ogni qualvolta c’era abbondanza di piogge, fuoriusciva dagli argini e andava ad allagare gran parte di quest’area con piene rovinose. Nel corso dei secoli si era già provato a irreggimentarlo in varie maniere, con dighe, argini più o meno alti, ma senza risultati di rilievo. Nel 1830 ci fu un architetto che propose qualcosa di avveniristico: l’idea consisteva nell’incanalare il fiume e farlo passare altrove, aprendo due cunicoli che andavano a forare il Monte Catillo, nei quali imbrigliare il corso d’acqua, spostando il letto del fiume di quasi cento metri. Il papa credette nel progetto di questo giovane e lo sovvenzionò. Nel momento in cui l’Aniene fu deviato restò il baratro in cui il fiume si gettava e dove aveva formato degli antri, attorno ai quali si era generata un’aura di mistero e poi delle leggende, per via dei rumori prodotti dal precipitare delle acque in queste cavità, perciò si pensava alla presenza di sibille parlanti, di sirene e via dicendo. Dunque questo luogo ha sempre avuto un fascino particolare, perché se Tivoli è famosa, al di là di Villa Adriana lo è anche grazie a quelle incisioni, riproduzioni, disegni e descrizioni di tutti quei giovani pittori, poeti e scrittori che durante il Grand Tour transitavano di qua e rimanevano ammaliati proprio dalla forza della natura, dal modo potente in cui l’acqua cadeva. Il papa finanziò pure la realizzazione di una passeggiata per scendere giù fino alle grotte, risalire dalla parte opposta e andare a sbucare sotto i due templi dell’antica acropoli di Tivoli. Il primo, quello circolare è il tempio di Vesta, che era la protettrice della fiamma sacra che unisce i componenti di una famiglia e rafforza i legami fra le famiglie di una comunità, quindi una dea estremamente venerata. Le vestali erano sacerdotesse che facevano parte di una casta e provvedevano ad alimentare il fuoco, che non doveva mai spegnersi. Erano obbligate alla verginità fino a 33 anni, ma superata quest’età potevano integrarsi nuovamente nella società e addirittura sposarsi, se lo desideravano. Il secondo tempio è quello della Sibilla Tiburtina, annoverata tra le più celebri, poiché annunciò ad Augusto la futura nascita di Cristo. In direzione dei due templi ci sono delle grotte che custodivano l’oracolo. In passato ci si calava con delle corde, per poter ascoltare quello che diceva in merito ai quesiti che gli venivano posti. Successivamente i due lati della vallata sono stati utilizzati per costruire una villa di Manlio Vopisco a sbalzo sulla voragine detta dell’inferno, le cui vestigia sono sparite giacché il materiale da costruzione è stato razziato

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