Tanzania: avventura pura tra natura incontaminata e popoli ancestrali

Appunti tratti da un taccuino di viaggio: alle falde del Kilimangiaro, tra le storie dei masai e la grande migrazione

  • di Marilisa Somma
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 6
    Spesa: Da 2000 a 3000 euro
 

La mia avventura nel nord della Tanzania inizia ad Arusha, una città africana ma dai tratti occidentali, disordinata, verdissima, e sotto lo sguardo attento del Monte Meru, gironzolo tra le vie caotiche e coloratissime, e grazie a Rocco Lastella, un italiano studioso di antropologia e dal cuore africano che mi dà il benvenuto in terra d’Africa con un frullato di mango e storie di Masai, visito prima il Faraja Center, un istituto che aiuta giovani ragazze madri, vittime di traffico umano e violenze domestiche, e poi, tra cantieri appaltati a ditte cinesi e venditori di prodotti locali, perdo qualche ora a fare shopping a Shanga, un delizioso negozio di artigianato locale dove collanine di perline, animali di stoffa, bicchieri ed oggetti di vetro vengono inventati e creati da disabili utilizzando materiale riciclato. Mi accompagna, in questo viaggio-spedizione nel nord della Tanzania, Naftal Zakayo (www.safaricrewtanzania.com), una giovane guida di Arusha, dagli occhi fintamente timidi e dai racconti infiniti e pronti a soddisfare ogni mia curiosità. Da Arusha parto alla volta di Longido, per il mio primo incontro con il popolo Masai. Mi accoglie Sam, un vecchio Masai dal sorriso saggio e dalle storie affascinanti, e con lui, avvolto nel suo manto rosso, mi inerpico nella sua montagna alla volta della Grotta della Circoncisione. Attraverso il ‘boma’ di Sam, dove mi salutano le sue mogli, e lui mi racconta che i Masai sono come i leoni: ogni capo tribù stabilisce le regole del suo villaggio; le donne costruiscono le case, allevano i figli, vanno al mercato e coltivano la terra, i ragazzini fanno pascolare le caprette e a fine giornata, seduti sulla roccia della Grotta della Circoncisione, seguono le lezioni, solo orali, che lo stregone impartisce per imparare le tre cose più importanti per il popolo Masai: curare le mogli, saper gestire la casa ed allevare le mucche. Un uomo Masai è ricco se ha tante mogli, tanti figli e tante mucche; più mucche possiede e più mogli può desiderare. Tra bambini saltellanti e caprette che seguono i ragazzini, giungo alla Grotta della Circoncisione, luogo sacro ed intimo: qui i ragazzini, intorno a 15 anni, vengono circoncisi con un rito ancestrale e magico, senza poter versare neppure una lacrima, pena l’allontanamento dal villaggio, ed alla fine, hanno in dono il permesso di indossare, dopo un periodo vestiti di solo manto nero e con il volto truccato di bianco, il manto rosso e di poter prendere moglie.

E dopo i racconti dei Masai, mi perdo nel parco del Lake Manyara, un piccolo parco verdissimo, il cui nome ricorda la pianta selvatica che i Masai utilizzano a protezione delle loro case, con il suo lago sempre più secco ed in attesa della stagione delle piogge, con i suoi fenicotteri rosa pronti a volare verso il Lake Natron, con i suoi leoni arboricoli che si rilassano, pigri, tra le fronde degli alberi, con le sue mandrie di elefanti e di scimmiette che seguono, incuriosite, la jeep, e con gli enormi baobab che tmarii dominano dall’alto.

E dopo un verdissimo safari, di nuovo storie di vita e di tradizioni ancestrali; la mia jeep abbandona le strade principali e continua la sua avventura verso il Lake Eyasi: qui, da centinaia di anni, convivono, su in montagna, gli Hadzabe e, più in valle, i Datoga, due popoli strettamente legati tra loro ma con tradizioni e linguaggi diversi.

Gli Handzabe sono una tribù di cacciatori che, volutamente, rifugge quasi del tutto la modernità; vivono di sola caccia e dunque gli uomini trascorrono quasi tutto il giorno in giro per la montagna alla ricerca di uccelli e, se fortunati, di babbuini da cacciare mentre le donne creano oggetti, di perline e semi, da barattare al mercato, insieme al miele, con i Datoga per avere cibo e frecce per gli archi

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