Partenza il 19/6/2007 · Ritorno il 2/7/2007
Viaggiatori: fino a 6

Spiare la natura, percorrendo piste sterrate

di frasca giuseppe - pubblicato il

Questo viaggio, voluto dall’amico Enzo Farinella, sempre alla ricerca delle amate piante grasse , ha riunito cinque persone per costruire un sogno “su misura”, al di fuori dei tours tutto-compreso: un safari fotografico in Tanzania ed in Kenya per ritrovare la natura, ritornare a godere delle piccole cose e accettare la vita e la morte senza porsi domande. I tempi di effettuazione li fissiamo per subito dopo le grandi piogge, al fine di trovare un po’ di verde, e per seguire gli spostamenti delle mandrie verso i nuovi freschi pascoli . Individuato nel Serengeti il Parco in cui si svolge, dopo il 15 di giugno, la grande migrazione degli ungulati, passiamo alla organizzazione vera e propria del viaggio.

Per contenere i costi, troviamo e contattiamo, via internet, varie piccole agenzie della Tanzania e del Kenya.

Concordiamo per € 190 ogni giorno di permanenza in Tanzania e per € 150 il soggiorno in Kenya. Il prezzo pattuito prevede la pensione completa, i trasporti in jeep e gli ingressi ai parchi.

Sul luogo constatiamo che avremmo potuto rosicchiare uno sconto più sostanzioso rispetto a quello del 3% concessoci all’ultimo momento.

Poiché gli charters non operano in questo periodo, prenotiamo, per € 590, il volo A/R Catania/ Nairobi che sarà effettuato, fino a Roma, con Alitalia e dalle linee aeree egiziane per la tratta Roma/Cairo/Nairobi.

Il viaggio è stato assicurato con vettori nuovi, puliti ed in orario. Cortese il personale di bordo.

I visti li abbiamo ottenuti in loco, pagando $ 50 a frontiera; non sono state richieste foto.

Affrontiamo, quindi, il problema delle vaccinazioni. Decidiamo di farle tutte per essere tranquilli, anche se sappiamo che sono inutili: febbre gialla (obbligatoria in Tanzania poiché proveniamo dal Kenya), antitetanica, antitifo, antiepatite A e B, antimalarica. Grandi dubbi per quest’ultima: malarone o lariam? Optiamo per il lariam perché lo passa la mutua: nessun effetto indesiderato riscontrato. In Africa tuttavia è in commercio per 8 € un preparato a base di artemetrina “coartem” della Novartis, efficace contro una eventuale infezione di malaria. Pare che ci sia anche una nuova vaccinazione efficace a prevenire “ la diarrea del viaggiatore”: in alternativa, pur evitando la frutta sbucciata e l’insalata cruda, indispensabile un antimicrobico specifico per l’apparato digerente associato ad un astringente, ai primi sintomi. Utile un gel per disinfettare le mani, anche senz’acqua, ed uno spray antizanzara e antiacari (a base di permetrina, per gli indumenti, o a base di dietil-toluamide, per il corpo).

Altro problema è rappresentato dai bagagli da imbarcare, considerata la probabilità che non arrivino a destinazione. Optiamo per un bagaglio a coppia. Durante il safari ci accorgiamo che molte cose sono superflue. Gli indumenti estivi non servono. Di mattino, fino alle dieci, fa freddo e ci vuole un pile con cappuccio e, talvolta, il K-way. Quando cala il sole (in ogni stagione dopo le 18), la temperatura si abbassa nuovamente. Praticamente è primavera per solo otto ore! Nei parchi non si può scendere dalle vetture e continuamente si sale sui sedili per meglio osservare, dal tettuccio apribile, gli animali. Quindi bastano un paio di sabot o delle scarpe di tela, facili da togliere e da rimettere: non servono gli scarponcini da trekking.

Per la corrente elettrica portiamo, come adattatori, i due tipi inglese (a lamelle piatte e tonde). In loco constatiamo che il problema è trovare le prese di corrente. Anche negli alberghi **** , per ricaricare le batterie e per il rasoio, bisogna stendersi sotto il letto per utilizzare le prese delle abat-jours.

La viabilità, in genere, non può dirsi buona per i numerosi “crateri” che fanno rimbalzare e per la polvere che si alza dal fondo stradale, spesso solo sterrato: utile tenere d’occhio le maniglie dove tenersi perché non esistono le cinture di sicurezza! I tempi di percorrenza sono dilatati dalle difficoltà del traffico, nell’interland di Nairobi, e, altrove, dal fondo stradale “ballerino”.

Gli euro li prendono ovunque. Solo per i visti chiedono dollari di nuovo conio. Inutile portare le carte di credito: non le accetta nessuno.

Per telefonare si possono acquistare in loco, per il cellulare, anche dual band, delle schede Celtel e ricariche da 3 $; con $ 0,70 si parla per un minuto con l’Italia. Difficile usare Internet per l’elevato costo richiesto dagli alberghi ($ 5 per 30‘), per la lentezza dei collegamenti e l’assenza di internet point. Impossibile inviare cartoline. Qualcuna si trova, ma mancano i francobolli e le cassette dove imbucarle.

Si mangia ipocalorico: soprattutto frutta, riso, carote, zucchine, pomodoro e carne alquanto dura. La popolazione è bisognosa di tutto ma è molto dignitosa. Si consiglia di portare abiti da regalare e medicine da lasciare negli ambulatori, quaderni e penne per gli scolaretti. Anche se è diseducativo, rinunciamo spesso a parte del nostro cestino da viaggio a favore dei bambini che ce lo chiedono.

Per piccoli acquisti si consigliano oggetti di ebano, batik variopinti, riproduzioni di animali in gesso smaltato: di plastica la bigiotteria masai.

Terminate le notizie utili, passo a raccontare, per chi interessa, il nostro “avventuroso” safari.

Partiamo in cinque: chi scrive, Enzo, Lalla, Rosa Maria e la mascotte Cristina.

--Viaggio interminabile all’andata, per le attese delle coincidenze aeree, con partenza da Siracusa alle 4 del mattino ed arrivo a Nairobi dopo 24 ore.

Il lodge è spartano ma pulito, con zanzariere nuove sul letto e alle finestre: si mangia bene ed è circondato da acacie popolate da scimmie e da migliaia di uccelli, di ogni dimensione e specie. Si fanno ammirare, in particolare, le cicogne malibù e gli aironi. Spettacolare, alle 18,30 di ogni sera, il rientro di migliaia di ibis del Nilo e di una miriade di altri uccelli.

--Il giorno successivo ci rechiamo al Parco Nazionale del lago Manyara, il cui ingresso si trova a dieci minuti di auto dal lodge. E’ il primo impatto con la fauna e la flora africana. Ammiriamo una lussureggiante vegetazione, splendidi uccelli, elefanti, impala, babbuini, ippopotami. Di leoni arrampicati sugli alberi neppure l’ombra. La sera discutiamo su quale strada prendere per raggiungere il parco del Serengeti (14.763 km quadrati) e decidiamo di percorrere, all’andata, la “pista” (350 km) che passa per il lago Natron ed al ritorno la strada più comoda che passa dal Ngorongoro.

--Scelta felice, quella dell’andata, perché ci permette di vedere un’ Africa fuori dai tracciati turistici: caldi colori, boschi di euforbie, torrenti impetuosi dove i Masai attingono l’acqua e lavano la biancheria, villaggi di fango circondati da sterpi (per difendere il bestiame dagli assalti delle fiere), vulcani, paesaggi senza confini e personaggi solitari che accompagnano piccole mandrie di zebù o di capre. Un percorso, comunque, non per tutti. La pista, spesso, scompare per decine di Km. L’autista procede a vista. Si guadano e si risalgono fiumi, si corre da pazzi nella savana, ci si arrampica su pendii da brividi. Andiamo prima a sbattere contro un cumulo di sabbia e sobbalziamo poi, paurosamente, in una buca nascosta nella savana. Arriviamo nella parte nord, al Lodge Lobo, con tutti i sensi eccitati, con la schiena rotta e la testa ammaccata dai mille sobbalzi della jeep; impieghiamo dieci ore ed incontriamo solo due auto lungo il percorso. Sconsiglio vivamente di percorrere senza una guida questa pista. C’è la certezza di perdersi! I Masai che incontriamo lungo il tragitto sono di aspetto non sempre amichevole, tutti armati di una lancia e di una piccola spada: paghiamo per due volte un pedaggio di 5 dollari per attraversare il loro territorio .

--Il giorno successivo discendiamo verso il Seronera Lodge , facendo “game drive” per il Serengeti e incontrando tutti i tipi di animali dell’Africa. Al seguito di mandrie di ungulati formate da gnu, zebre, antilopi, impala, gazzelle e dick-dick si muovono predatori di ogni tipo: leoni, leopardi, ghepardi, iene, sciacalli e avvoltoi pronti a ghermire i capi più deboli. Le mandrie sono molteplici, alcune formate da più di 100.000 capi: di certo, sulla sterminata pianura, non si vede né l’inizio né la fine delle lunghe colonne. Ogni tanto incontriamo anche facoceri, giraffe, struzzi, scimmie, elefanti. Nei fiumi e nei laghi sguazzano ippopotami e coccodrilli.

--Un po’ deludente il parco del Ngorongoro. Forse perché vediamo gli stessi animali (ma in misura minore) del Serengeti, anche se in un contesto diverso. Il parco, a fianco della Rift Valley, è situato in una caldera di Km 20 di ampiezza, ad una profondità di circa 600 mt. Rinoceronti, leopardi, bufali, fenicotteri, giraffe e gazzelle, uomini inscatolati dentro i loro automezzi, si muovono fra le praterie e le paludi. Ritorniamo -dopo aver consumato il nostro lunck-box a base di banane, uova sode, formaggini e biscotti in un’area protetta- al lodge percorrendo, finalmente, una confortevole strada asfaltata recentemente costruita dai cinesi.

--Il giorno successivo andiamo in visita ad un campo Masai. Dopo avere girovagato a lungo per il bush, intercettiamo le prime povere abitazioni. Un capo Masai, per pochi euro, acconsente di introdurci nei villaggi circostanti. Lo spettacolo che ci si presenta è deprimente. Le capanne sono piccolissime, buie, intonacate con sterco di zebù. Le donne sono considerate meno degli zebù ma più della pecore, anche se fanno i lavori più ingrati e faticosi. Si nutrono, prevalentemente, di latte, di sangue e carne di capra. I bambini sono pieni di mosche agli occhi ed alla bocca. Sono poveri, semi nomadi ed analfabeti. In compenso i guerrieri sono alti e slanciati e le donne sembrano delle regine altere, merito dei pesi e delle grosse taniche d’acqua che, per tutto il giorno, trasportano dalle fonti alle capanne. Notiamo che alcuni guerrieri hanno il cellulare. Ci chiediamo cosa se ne fanno dei telefonini dal momento che viene difficile anche a noi ricaricare le batterie! Nel pomeriggio decidiamo di effettuare una escursione organizzata dall’ufficio Cultural Turism Program di Mto Wa Mbu. Una vera fregatura! I due che ci aspettano pretendono subito $ 10 a persona. Per mezz’ora ci portano a vedere un bananeto; per un’altra mezz’ora ci portano da alcuni loro amici che lavorano il legno. Per giunta veniamo a sapere, in Kenya, che pretendono, dall’agenzia altri $ 15 a persona perché, a loro dire, non li avremmo pagati. Anche se la Lonely Planet dà un giudizio positivo di questa cooperativa turistica, tenete conto della nostra esperienza! --L’ultimo giorno in Tanzania lo dedichiamo al Parco Tarangire che dista circa un’ora da Mto Wa Mbu.

Alla vista degli enormi baobab e del paesaggio bucolico che ci circonda, Cristina non fa altro che dire “bello...Bello...Bello”. Continua a ripeterlo anche quando la minacciamo di darla in pasto ai leoni se non la smette! Enormi branchi di elefanti attorno agli alberi delle salsicce, babbuini che si intrufolano nella jeep e ci derubano di parte del contenuto del cestino delle vivande, harem di impala attorno al maschio dominante e gli altri animali già visti al Serengeti.

--Lasciata la Tanzania ci dirigiamo, a bordo di un confortevole pulmino, in Kenya, incappando nel caos cittadino di Nairobi, pur percorrendone la periferia.

Prima tappa al Resort Naivasha situato in un bellissimo parco sull’omonimo lago. Il Resort è molto confortevole ed economico (FBB in due € 88).

La mattina successiva la dedichiamo ad una escursione in piroga sul lago: è un piccolo paradiso terrestre. Pellicani, ippopotami, aironi, aquile pescatrici, trampolieri, folaghe, cormorani, gnu, ibis egiziani, antilopi d’acqua, cervi-capre, guardia buoi, rondini di mare e migliaia di altri animali di cui ignoro il nome, affollano il lago e le sue sponde ricche di papiro. Con tutto questo ben di Dio negli occhi, il pomeriggio lo dedichiamo ad Elsamele: il rifugio per leoni creato da George ed Elsa Adamson, assassinati dai bracconieri per la loro difesa della fauna. Per la prima volta vediamo le scimmie colobus che si avvicinano per mangiare il cibo che offriamo e che ci stupiscono per il loro aspetto umano. Intermezzo spassoso, per Enzo e Cristina, alla vista di chi scrive e di Lalla alle prese con un esercito di fameliche termiti che ci ha aggredito da ogni parte riuscendo a penetrare persino nelle mutande.

--Puntiamo, quindi, sul lago Nakuru che ci affascina con i suoi rinoceronti, leopardi, facoceri, bufali, scimmie colubus, cervi-capre, cicogne malibù, pellicani...

Notiamo che i turisti di pelle bianca scarseggiano.

Scompaiono completamente quando arriviamo alle Thomson Falls. La cascata è deludente. Il paesaggio che scorre lungo la strada per arrivarci è gradevole: una piccola svizzera verde, per le piantagioni di the alternate a quelle di mais. Il tutto nell’incomparabile paesaggio della Rift Valley.

Decidiamo, all’unanimità, che tale tappa si poteva evitare.

--Non ci delude, invece, il lago Bogoria. Una riserva naturale popolata da centinaia di migliaia di fenicotteri che rendono il lago di colore rosa. Tartarughe Leopardo giganti, cercopitechi, impala, uccelli testa di martello, zebre, facoceri, dick-dick, antilopi, lepri si scoprono sulle rive del lago. Geyser, pozze di acqua ribollente, ruscelli impetuosi ed infuocati si riversano nel lago creando un’atmosfera da Jurassik Park.

--Il viaggio volge al termine. Ritornando a Nairobi gironzoliamo a piedi per il centro commerciale accompagnati dai nostri nerboruti autisti: nessun bianco in giro; sorveglianza armata davanti e ad ogni piano dell’albergo; divieto di uscire da soli a piedi per prevenire probabili rapine.

E’ andato tutto bene fino ad ora perciò, soddisfatti, accettiamo il consiglio ed andiamo a dormire perchè l’indomani si riparte alle cinque del mattino.

di frasca giuseppe - pubblicato il