Mantega, Khartoum, Sudan

Sto qui seduto sul muso sventrato di un grande Toyota con almeno 20 anni di sobbalzi sulle sue spalle sbombate... Sorseggio una Pepsi nell’ombra di una delle centinaia di officine meccaniche del quartiere di Mantega (in sudanese significa appunto “meccanico”... ...

  • di RoboGabr'Aoun
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: da solo
    Spesa: 3500

Sto qui seduto sul muso sventrato di un grande Toyota con almeno 20 anni di sobbalzi sulle sue spalle sbombate... Sorseggio una Pepsi nell’ombra di una delle centinaia di officine meccaniche del quartiere di Mantega (in sudanese significa appunto “meccanico”... ), una città nella metropoli.

Attendo fiducioso che la decina di sudanesi arrampicati intorno al cofano del mio HJ60 riescano finalmente ad estrarre un pezzettino grosso così, che va tornito perché ormai squilibrato da anni ed anni di giravolte in connubio con i giri del motore su non so quante migliaia di km di piste, sabbia, sassi... Sono oramai entrato in sintonia con la mancanza assoluta del concetto di “fretta”, parola qui sconosciuta, e ne approfitto per fotografare con gli occhi e con la mente questa realtà così differente dalla mia italiana, divenuta ormai da mesi il mio quotidiano.

Mantega è una scacchiera immane di strade perpendicolari, sterrate, che si sviluppa su un’area vastissima intorno a due fulcri principali: un canale di scolo (sempre asciutto tranne in giugno, quando le piogge torrenziali lo fanno mugghiare tra i suoi argini in cemento come un toro infuriato) ai cui lati scorrono le due ali della via principale, costellata di ricambisti dei colossi Giapponesi... Ed il grande stabilimento della Mercedes, al margine occidentale del quartiere.

Intorno a questi “centri” si snoda la babele di arterie polverose su cui aprono le loro porte di lamiera arrugginita infinite botteghe di meccanici, fresatori, tornitori, carrozzieri, elettrauto, insomma tutti coloro che possono essere messi in relazione alle magagne tipiche delle auto.

Le strade ed i vicoli sono costellati di grandi dossi di terra, il tipo di crick più utilizzato in Mantega, semplicemente facendo salire una o due ruote sul cumulo per avere spazio sufficiente ad infilarsi sotto il ventre della vettura ammalata. Ma ciò che più colpisce sono i rottami, l’oceano di rugginosi pezzi di motore abbandonati un po’ ovunque, posti lungo le vie a costituire davvero dei veri e propri vialetti, cornici di metallo ormai inutile, abbandonati nella polvere, a raccontare di chissà quante piste percorse. Chiazze di olio e di nafta si raggrumano nella sabbia sottile, in questa eterna polvere che è il vestito stesso di Khartoum, ne impregna l’aria, le case, la gente.

Un concerto di rumori riempie l’aria, come una musica futurista, sottofondo continuo dalle 8 del mattino sino a sera, quando il calare del sole assisterà all’esodo di massa dei lavoranti in fuga verso le loro case... Il frastuono dei generatori si confonde con il ritmico martellare dei fabbri forgiai e con il timbro più acuto dei martelletti dei carrozzieri, capaci di riportare a nuovo splendore le carrozzerie più malconce solo con abili colpi di attrezzi che sembrano accessori della Barbie.

Uomini in logore tute blu e ciabatte infradito lavorano sui mezzi piantati in mezzo alle strade, meccanici privi di un’officina propria che prestano la loro opera all’aperto utilizzando i ferri delle botteghe vicine... I motori vengono tolti e messi nei cofani spalancati con la forza delle braccia, raramente con dei vetusti paranchi a catena... La mano d’opera è un fiume in piena, migliaia di uomini e ragazzi che intasano Mantega in attesa di un breve ingaggio come uomini di fatica, sempre in scia ai santoni locali, l’”ingegnere” specializzato nella regolazione delle valvole o il “siriano” che ancora oggi, nel 2003, costruisce splendide balestre da lastre d’acciaio arroventate sulla fiamma e modellate sull’incudine... Intorno al popolo in tuta blu una coorte di figure secondarie contribuisce al colore unico di questo quartiere; decine di giovanissimi lustrascarpe giungono a frotte, la sera, pronti a ripulire per pochi spiccioli le calzature dei lavoratori in procinto di raggiungere le loro case... Figure spettrali, vestite di stracci, si aggirano per i vicoli con secchi di grasso da ingranaggi, chiedendo ad ogni passante se possono ingrassare le crociere o gli snodi dello sterzo, per pochi centesimi... Le donne, nei loro veli variopinti, siedono ad ogni incrocio, nascoste dietro ai loro minuscoli tavolini colmi di barattoli misteriosi, con cui preparano a ritmo incessante quantità ciclopiche di chaij ( il tè), Jebnah ( caffè) e carcadè, portando i loro bicchierini a destra ed a manca in un fruscio di seta e cotone che sa di musica

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