Due ghepardi a caccia nel bush... (1° parte)

La giraffa ha il cuore lontano dai pensieri: si e’ innamorata ieri e ancora non lo sa”. (antico detto San) La Tovaglia, la nuvola nata dall’incontro tra le calde correnti provenienti dall’Oceano Indiano e la fredda aria atlantica, che copre ...

  • di Sara Bruno 3
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in gruppo
 
Annunci Google

La giraffa ha il cuore lontano dai pensieri: si e’ innamorata ieri e ancora non lo sa”.

(antico detto San)

La Tovaglia, la nuvola nata dall’incontro tra le calde correnti provenienti dall’Oceano Indiano e la fredda aria atlantica, che copre la cima della Table Mountain trasformandola in un misterioso e ribollente pentolone da cui sgorgano densi vapori bianchi pronti a scivolare senza sosta sulle pendici di quel grigio blocco di arenaria, alto 1.073 m, ai cui piedi si è sviluppata Città del Capo. Due ghepardi che si muovono leggeri in cerca di un impala o di una zebra nel caldo pomeriggio africano, i gialli occhi vigili, il corpo snello, le lunghe gambe pronte allo scatto. Forse non si sono accorti dello sgambettare furtivo dello sciacallo che li segue ben nascosto tra gli alberi e l’erba secca del bush, determinato a farsi avanti quando i due fratelli avranno catturato la loro preda e saranno talmente stan-chi da non riuscire a difenderla.

L’acqua dello Zambesi che mi piove addosso, mi bagna i capelli, scivola sul viso, sulle mani, sulla schiena fino a quando non raggiunge le scarpe, ormai grondanti; i miei occhi che si perdono nell’immensità delle Cascate Vittoria, imponenti, invincibili, a un passo da me; la nuvola tonante di vapore e ac-qua che avvolge ogni cosa e si innalza per metri e metri nell’azzurro del cielo, in uno spumeggiante saluto rivolto a chi ha la fortuna di trovarsi di fronte a questo meraviglioso tempio della natura.

Sono queste le tre immagini più significative, quelle che più profondamente si sono impresse nella memoria e che rimarranno lì per tutta la vita a ricor-darmi questo favoloso viaggio in Sudafrica e alle Cascate Vittoria che ormai sta per giungere al termine.

L’aereo si è alzato dalla pista di Johannesburg circa dieci minuti fa lasciandosi alle spalle la distesa senza fine di luci accese ad illuminare palazzi, ville, townships, piazze e vie di quell’immensa metropoli nata attorno a quattro fattorie solo poco più di un secolo fa ed oggi distesa su una su-perficie di 2.500 km2. L’impressione, sollevandosi sopra la città, è di posare gli occhi su una gran quantità di preziose pepite dorate, le stesse pepite, gli stessi ma-gici luccichii che, verso la fine del 1800, hanno attirato qui numerosi avventurieri, stregati dall’illusione di facili guadagni e pronti a giocarsi tutto pur di ottenere una conces-sione. Johannesburg o Egoli, la città dell’oro, è nata proprio così, grazie alla fortuita scoperta di un cercatore australiano, George Harrison (sì, proprio lo stesso nome di uno dei quattro scarafaggi di Liverpool!), che, nel marzo del 1886, trovò tracce d’oro in questa remota zona del Transvaal. Il destino, però, non arrise al povero George che, ignaro di trovarsi di fronte all’unico fi-lone superfi-ciale del più ricco gia-cimento d’oro mai sco-perto, vendette la sua proprietà per sole 10 sterline! Forse è per ricordare lui e gli altri milioni di cercatori che hanno visto sfumare i loro sogni che alcuni cumuli di scarti di miniera del tempo sono stati pro-clamati monumenti storici ed oggi torreggiano alla periferia della città, giallastri ed anonimi a prima vista, ma sicu-ramente carichi di storia e storie e so-prattutto an-cora zelanti custodi di fulgidi scintillii. Proprio a Johannesburg siamo atterrati tredici giorni fa, in una calda e soleggiata mattinata. E da lì siamo subito ripartiti alla volta della “città madre”, Cape Town, raggiunta dopo poco più di un’ora di volo. La Table Mountain, coperta dalla sua quasi inseparabile Tovaglia, ci ha dato il benvenuto in città. Quella nuvola è così strana: adagiata molle-mente sul pianoro della montagna, ogni tanto lascia scendere qualche sua morbida propaggine lungo i pendii scoscesi e conferisce al luogo un’atmosfera incan-tata, assoluta-mente fuori dal tempo. Secondo una vecchia leggenda afrikaaner è solo il fumo della pipa di un attempato cittadino, ostinato a fumare più del diavolo. A mio parere, la Table Moun-tain non è altro che un magico calderone in cui una rinsecchita strega strampalata sta cuocendo un torbido intru-glio. A detta dei più realistici meteorologi, invece, è il Cape Doctor, il vento che soffia da sud-est e che libera la città dai germi (per questo motivo si chiama così!), il responsabile di tutto. È lui, infatti, che, attraversando la corrente di Agulhas e di False Bay, si carica di umidità ed è sempre lui che, incontrando la Table Mountain, sale e si condensa in fitte nuvole lattee quando viene a contatto con aria più fre-sca. Che sia il vecchio fumatore, la strega pazza o il venticello purificatore rimane il fatto che la salita sulla montagna per oggi è sfumata, quindi non ci resta che dedicarci ad una visita dei più significativi monumenti della città

Annunci Google
  • 1322 Visualizzazioni
  • Stampa
  • Invia ad un amico

Commenti
  1. Nessun utente ha ancora commentato. Se sei un utente registrato puoi usare questo form per dire la tua!

Per scrivere su Turisti Per Caso devi prima registrarti!


Entra con il tuo account social