Sulle orme di Steve McCurry in Sri Lanka

I tuktuk, le piantagioni, i pescatori finti e i pescatori veri

Nonostante la tarda ora il proprietario ci organizza un safari privato nella riserva naturale di Uda Walawe per le 6 del mattino dell`indomani. Osservare gli elefanti allo stato brado in bassa stagione tra la polvere rossa e i cespugli fitti del parco è una bellissima esperienza, ma come la gente del luogo anche questi enormi pachidermi non si concedono volentieri alla fotografia (figurarsi in alta stagione, da dicembre a marzo, attorniati da 20 jeep ciascuno). Vorremmo essere piccole mosche per non infastidirli e goderci il loro respiro placido e la loro mastodonticità.

A fine safari, scoraggiati dalla lunghezza e dagli innumerevoli cambi del viaggio in bus fino ad Ella, affittiamo un autista con macchina per il tragitto su per le montagne rigogliose del centro dell`isola. È un susseguirsi di curve e cascate, risaie e tettoie ambulanti cariche di frutta. Il proprietario della nostra homestay a Ella ci rimedia una stanza in un edificio ancora in costruzione. Neanche l'hotel più lussuoso a Ella poteva regalarci una vista tanto bella sulle piantagioni di té e l'occasione di vedere le raccoglitrici liberarsi, alla fine di una lunga giornata di fatica, dei loro sacchi colorati carichi di foglie di té proprio all'imbocco della nostra stradina; qui un uomo conta i sacchi e li carica su un furgone. Così ci perdiamo in una passeggiata nelle terrazze dove le mani veloci e sicure delle donne selezionano solo le foglie di té più’ morbide e le loro teste forti sorreggono il peso del sacco dove infilano il raccolto. Alcune chiedono “money” in cambio di uno scatto; come con i pescatori sui trampoli, non otteniamo un sorriso spontaneo, i loro occhi pero’ sono sinceri.

Ingaggiamo il tuktuk di Shan per portarci fino al Nine Arches Bridge, da dove passa il treno panoramico che taglia perpendicolarmente la regione centrale dello Sri Lanka. Come un tuktuk possa salire certe pendenze ancora non ce lo spieghiamo, evitando galline in libertà e cani randagi in strade sterrate strettissime. Ci lasciamo fotografare da Shan che per una volta prende il nostro ruolo da “turista”. Come molti ha un telefonino di ultima generazione ma una casa senza elettricità, segno del veloce e caotico sviluppo che sta subendo il paese, tra la voglia di modernizzazione e la mancanza delle infrastrutture necessarie. La cena piccante alla homestay si anima con una lezione di sinahlese (la lingua principale parlata in Sri Lanka) da parte della cuoca. Alle 6 l'indomani siamo già seduti sul treno blu, vecchio e ciondolante, che da Ella ci porterà a Kandy e che ci regala i panorami più mozzafiato del viaggio. È un continuo salutare dal finestrino le casacche bianche e blu dei bambini, le trecce perfette delle bimbe e i Tamil (minoranza della popolazione di origine indiana che lavora nelle piantagioni) indaffarati alla raccolta. Il paesaggio varia a ogni curva, dalla giungla fitta a foreste sempreverdi e cespugli di felci, a palmeti infiniti.

A Kandy scendiamo invece in una giungla cittadina, fatta di urla e caos. La folla in movimento ci travolge nel suo corso, ed eccoci al Tempio del Sacro Dente di Buddha, che trasuda di antichità e incenso, a girare a piedi nudi fra veri devoti e troppi turisti.

Sul bus pubblico per Dambulla, ci sediamo dietro alla schiera di immagini sacre, ciondoli e statue di Buddha puntualmente a fianco di ogni autista che abbiamo incontrato nel viaggio. Ci stringiamo tra gli zaini, le chiacchiere docili delle donne che tornano dal mercato e la musica alta degli amplificatori sopra le nostre teste. Dopo quindici minuti di ingorghi di tuktuk, motorini, bus, macchine e uomini sentiamo un improvviso schianto e le grida della folla ai lati della strada. Il bus ha investito qualcuno, niente di grave, ma non riusciamo a capire molto di più, nessuno parla inglese. Seguiamo la gente che scende dal bus, certi che da qui non si muoverà per molto tempo. Fermiamo un tutktuk in questo paese che è mussulmano come molti nel centro dell'isola. L'autista ci offre alcune samosa, (deliziosi involtini di pastella fritta ripieni di verdura piccante) nell'attesa che si defili una processione buddhista di carri coloratissimi, sarong e camicie di lino bianche. Arriviamo a Dambulla col buio e ci accoglie alla reception dell'hotel un ometto sorridente che si massaggia la pancia gonfia

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