Sulle orme di Steve McCurry in Sri Lanka

I tuktuk, le piantagioni, i pescatori finti e i pescatori veri

 

Quella foto di pescatori sui trampoli in bilico al largo del bagnasciuga di una spiaggia dorata. Quei sari colorati in mezzo alle piantagioni di té, con visi intenti alla raccolta delle preziose foglie. Quelle kasaya arancioni di monaci rivolte al'enorme ed antico viso della statua del Buddha. Lo Sri Lanka ci ha travolto con tante emozioni e preziose immagini, proprio come fece nel 1995 con Steve McCurry che immortalò perfettamente l'essenza della gente del luogo, che ancora si respira viaggiando nel paese. Al centro di questo diario saranno infatti le persone incontrate nel nostro viaggio, che comincia a Colombo, la capitale.

Aria umida e un autista di corporatura asciutta ci aspettano alla fermata del bus pubblico che dall'aeroporto ci porta alla stazione cittadina. Attraversiamo il mercato serale per raggiungere il nostro hotel, travolti dagli odori delle bancarelle e dei templi. È una notte di luna piena, la festa del Poson Poya, e incrociamo gli sguardi curiosi della gente che in fila fuori da una tenda bianca attende il turno per venerare il proprio dio e di tanto in tanto sputa a terra il liquido rosso del tabacco masticato che si mischia con la polvere grigia. L'indomani camminiamo fino alla stazione ferroviaria imboccando vie parallele al mercato dove ai carri di legno sporchi e ai fumi della strada si alternano mani indaffarate a sbucciare chili di aglio sul ciglio del marciapiede e mani che si allungano per chiedere qualche rupia fra casse di sardine e banane nere. Alla stazione un ragazzo sordomuto ci aiuta a trovare il nostro treno in cambio di 1000 rupie, equivalenti a una settimana di cibo per lui. E si parte. I raggi del sole filtrano tra il fumo nero che sbuffa dalla prima locomotiva, inondando i panni stesi delle baracche affacciate sulla ferrovia. Fra le chiacchiere fitte degli uomini a fianco a noi si inserisce la voce buffa del nostro primo autista di tuktuk che con un inglese stentato ci convince a far un giro di 3 ore intorno a Galle con lui prima del prossimo bus per Embipilitiya. Fra un sorpasso e l'altro nelle strade trafficate ci innamoriamo dei tuktuk, tipici taxi locali a tre ruote. La prima tappa a un centro ayuverdico ce la ricorda il sorriso sdentato del proprietario e i sapori forti delle piante di cannella e del chiodo di garofano che mastichiamo sorseggiando té. A Tangalla ci fermiamo a bordo spiaggia e subito quattro ragazzi dalla schiena scura e muscolosa si fasciano la testa con un turbante e imbracciano un bastone lungo e sottile, pronti a posare per i turisti sui trampoli da pescatori in riva al mare. La delusione di fotografare “finti” pescatori si trasforma in un'occasione per chiacchierare con loro. L'acqua è ancora troppo fredda per pescare dai trampoli. Sotto quei turbanti riconosciamo quel sorriso che si costringe a fingere per poche rupie a scatto. Forse non è così ma i sorrisi veri ci sembra di averli incontrati a fotocamera spenta, nel mezzo dei corpi ammassati sui bus pubblici. La gente qui non si conquista facilmente, forse a causa degli strascichi degli abusi subiti durante la guerra civile finita meno di una decina di anni fa. Un sorriso vero è concesso ai visi sconosciuti dei turisti solo in cambio di un sorriso altrettanto reale e spontaneo. E quando ne si riceve uno, il cuore si scalda e le distanze si accorciano.

Dopo la visita del tempio Yatagala Raja Maha Viharaya, animato solo dal gioco tranquillo di monaci bambini, saliamo sul nostro primo bus pubblico, schiacciati tra il profumo di sapone di un sari e il sudore del bigliettaio che si infila fra la gente per recuperare i soldi della corsa. A Matara cambiamo bus per Embilipitiya e ci arriviamo nel buio, un tuktuk ci porta alla nostra “homestay” ad Uda Walawe dove le mani sapienti della cuoca ci preparano la cena più buona della vacanza, riso fritto e vari contorni (piatto comunemente chiamato Rice and Curry) e i racconti sugli elefanti del proprietario ci intrattengono più di un documentario

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