Partenza il 11/8/2018 · Ritorno il 25/8/2018
Viaggiatori: 2 · Spesa: Da 1000 a 2000 euro

Tour meraviglioso tra Asturie, Cantabria e Paesi Baschi

di superele1982 - pubblicato il

Dopo che l’anno scorso la Galizia, la regione alla punta Ovest del Nord della Spagna, ci ha entusiasmati con i suoi panorami e il suo clima perfetto, anche quest’anno abbiamo pensato di dedicare il nostro viaggio estivo alla Spagna. Abbiamo quindi preparato un itinerario alla scoperta delle altre tre regioni del Nord della penisola iberica: Asturie, Cantabria e Paesi Baschi.

Avendo a disposizione due settimane, abbiamo ideato un tour non troppo stancante, con qualche pausa in alcune città da esplorare, dintorni inclusi. Abbiamo trovato qualche difficoltà nella prenotazione degli hotel perché già i primi giorni di maggio molte strutture erano prenotate, quindi abbiamo ripiegato spendendo un po’ di più rispetto alla Galizia del 2017. Il viaggio e ciò che abbiamo vissuto e visitato però ci hanno premiato, regalandoci una vacanza che sicuramente ricorderemo come una tra le più belle di sempre.

Giorno 1 - Sabato 11 agosto

Con Ryanair voliamo da Bergamo Orio al Serio a Santander, in Cantabria. Atterriamo puntuali alle 14.20, le valigie arrivano in fretta, e in pochissimo sbrighiamo le formalità per ritirare alla EuropCar la nostra compagna di viaggio per i prossimi 15 giorni. Grazie ad un fortunato upgrade, anziché l’utilitaria richiesta ci viene assegnata una spaziosa Nissan Qashqai, con un bel baule comodo per scaricare e caricare i bagagli. Partiamo subito alla volta di Liencres, che raggiungiamo in una ventina di minuti. Parcheggiamo nel piccolo centro abitato, e pranziamo con nemmeno 20€ al Gavitan’s Tavern a base di hamburger e calamari fritti. Buono ma un po’ pesante, la digestione si rivelerà difficoltosa… Ci rimettiamo in macchina e scendiamo verso il mare. Arriviamo ad un parcheggio che ci porta sopra la Playa de Arnia, da dove il panorama è maestoso: il blu dell’oceano ci dà il benvenuto, dopo il primo assaggio visto dall’aereo durante l’atterraggio a Santander. Los Urros de Liencres, particolari formazioni rocciose in mezzo all’oceano, svettano affascinanti tra le onde, mentre la spiaggia poco lontana è animatissima da bagnanti di tutte le età.

Riprendiamo la nostra strada e andiamo in hotel a posare i bagagli. In dieci minuti arriviamo all’Hotel Bezana Lago, appena fuori Santander. La camera è abbastanza spaziosa e pulita (56€, colazione inclusa, parcheggio pubblico disponibile gratuitamente a pochi metri), il tempo di riposarci qualche minuto e poi siamo di nuovo in auto alla volta del centro di Santander, che dista circa 15 km. Il traffico è impressionante, e sembra impossibile riuscire a parcheggiare da qualche parte. Vorrei vedere almeno la Peninsula de la Magdalena, un promontorio che sovrasta la città, ma al primo tentativo per parcheggiare non siamo fortunati. Ritornando verso il centro, Davide nota un posto appena lasciato libero, vicino all’entrata per la Magdalena. Finalmente possiamo iniziare davvero a goderci la vacanza! In pochi metri raggiungiamo l’ingresso, e noto subito che è a disposizione dei turisti il trenino che percorre tutta la zona. Il prezzo (poco più di 3€ a testa) è irrisorio, per cui saliamo a bordo e partiamo. L’audioguida ci spiega approfonditamente ciò che stiamo vedendo, e rimaniamo incantati dalla bellezza dei giardini curatissimi, dal palazzo della Magdalena, e poi lo zoo, i galeoni… 20 minuti interessanti e pratici, per scoprire anche angoli che magari a piedi non avremmo esplorato. Scendiamo e andiamo a vedere il pinguino solitario e i leoni marini dello zoo, a poca distanza dalla scultura di una sirena davanti a galeoni che ricordano la storia marinara della città. Riprendiamo la passeggiata per qualche foto in direzione dell’auto, siamo un po’ stanchi e vogliamo riposare prima di cena. Torniamo quindi in albergo per una doccia, e facciamo ritorno a Santander quando il sole sta appena iniziando a calare sulla serata luminosa della Cantabria. Lasciamo l’auto in un parcheggio sotterraneo a pagamento (che si rivelerà comunque molto economico) ed esploriamo un po’ il centro elegante. Per cena, scegliamo – in una strada alla moda verso l’interno rispetto al lungo mare – Masqmenos: spendiamo pochissimo ma la qualità è buona, e ci saziamo con toast con formaggio di capra,un pinxto (la tapa della Spagna del Nord) con ventresca e acciughe, polpo alla Gallega, e due birre grandi. Un’ultima passeggiata sul lungomare dopo cena e poi si torna in albergo per un buon sonno ristoratore: domani abbiamo un programma piuttosto ricco!

Giorno 2 - Domenica 12 agosto

La colazione, servita in un bar comune ma quasi inglobato all’albergo, è piuttosto deludente, più che altro per la sporcizia di tavoli e pavimento e per la scarsa varietà di scelta, oltre per la scontrosità del personale. Mangiamo qualcosa al volo, saldiamo il conto dell’hotel e partiamo alla volta della Cueva di El Castillo, che dista una trentina di chilometri. Abbiamo prenotato e pagato la visita guidata alla grotta alcuni mesi fa direttamente su internet (3€ a testa), alle 10.30 siamo pronti per entrare con il primo gruppo. La guida, che parla uno spagnolo ben comprensibile, ci accoglie all’ingresso vero e proprio della grotta e ci mostra gli scavi che gli archeologi stanno ancora effettuando intorno all’entrata. Tra chiavi e catenacci, varchiamo la porta e ci troviamo in un mondo mai visto: l’umidità è al 99%, l’illuminazione è scarsa, dobbiamo stare attenti ai nostri passi perché il suolo è piuttosto scivoloso, ma tutto è così magico che è difficile da descrivere. Stalagmiti, strane rocce, un soffitto altissimo, e la guida che ci conduce passo passo alla scoperta di testimonianze tra le più antiche dell’umanità: cavalli, bisonti, ma soprattutto le mani, dipinte dall’uomo preistorico con la tecnica del soffio. E’ davvero stupefacente pensare di essere davanti a qualcosa che ha qualcosa come 40.800 anni, ad una testimonianza che per l’uomo dell’epoca aveva una certa importanza, dato che non sarà certamente stato agevole dipingere in condizioni piuttosto precarie come quelle legate all’ambiente particolare della grotta. La visita guidata dura 40 minuti, e all’uscita siamo stanchi (la salita, con il suolo scivoloso, è comunque lenta), accaldati per l’escursione termica con l’esterno ma sinceramente sorpresi e affascinati.

Siamo solo all’inizio del nostro viaggio, e già il nostro itinerario ci regala emozioni sorprendenti.

Da Puente Viesgo, località vicino a cui sorgono la grotta di El Castillo e Las Monedas (che però non abbiamo visitato), a Santillana del Mar ci sono una ventina di chilometri. La cittadina è presa d’assedio dai turisti, i parcheggi vicino al centro sono zeppi, quindi lasciamo l’auto appena fuori e ci incamminiamo. Il centro storico è tipicamente medioevale, è carino ma non ci sorprende più di tanto. Pranziamo al Cafe Los blasones: 32€ per 7 pinxtos, una porzione di acciughe marinate, due birre piccole. Buono, ma un po' caro e il servizio non è dei più cortesi. La strada da fare è ancora lunga, abbiamo altre tappe, quindi riprendiamo l’auto e di dirigiamo verso il Mirador de la Comeja, dove una bella vista e un bel venticello ci ristorano. In una decina di minuti dal punto panoramico arriviamo a Comillas, dove parcheggiamo subito per andare a visitare El Capricho de Gaudì, un edificio strabiliante progettato da Gaudì all’inizio della sua carriera di architetto. Paghiamo il biglietto (5€ a testa) e già dai primi momenti rimaniamo incantati da ciò che si presenta davanti a noi. La struttura è davvero molto particolare, ma la cosa che più mi colpisce sono le migliaia di mattonelle di ceramica decorate con un girasole, il mio fiore preferito. E’ tutto così colorato, insolito, sorprendente. L’interno è piuttosto spazioso, si respira un’aria di altri tempi, quasi come se Gaudì e gli abitanti della casa si aggirassero ancora tra quelle pareti di fine Ottocento. I turisti sono tanti, impossibile riuscire a scattare una foto ricordo vicino alla statua del famoso ed eccentrico architetto appena fuori dall’edificio.

Dopo un’esplorazione piuttosto accurata degli ambienti e del giardino, riprendiamo l’auto ma decidiamo di saltare la visita di San Vicente de la Barquera, che vediamo da lontano, e la Playa de la Franca. Siamo un po’ stanchi, e preferiamo dirigerci direttamente a Llanes, per riposarci un po’ all’Hotel Miracielos, dove abbiamo prenotato una stanza per una notte (125€, colazione 7.50€ non inclusa, parcheggio privato gratuito). Ci arriviamo in una mezz’ora d’auto, prendiamo possesso della camera (pulita, spaziosa, l’hotel è comunque a pochi passi dalla spiaggia) e ci riposiamo prima di tornare a Llanes per la cena. C’è aria di festa in giro, ma riusciamo a parcheggiare per miracolo in uno slargo destinato ad area di parcheggio per le auto in un campo poco lontano dal centro. Facciamo un giro fino al porto, poi la nostra scelta per la cena cade sul ristorante dell’hotel Sablon’s. Mai scelta fu più azzeccata: nemmeno 50 euro per un piattone di formaggi asturiani, una mega pentola di coccio di un ottimo riso con le almejas (simili alle nostre vongole, ma più grandi e saporite), una bottiglia di sidro arturiano (gradevole, e costa pochissimo), una bottiglietta d'acqua e un caffè. Ci siamo affidati ai camerieri sia per le bevande che per la quantità di cibo da ordinare, e si sono dimostrati onesti perché non ci hanno fatto ordinare troppo, essendo le porzioni piuttosto abbondanti. La vista diretta sul mare è affascinante, peccato però che a metà cena inizi a diluviare, per cui siamo costretti a spostare ogni volta sempre più verso l’interno per non bagnarci. In un intervallo del temporale, Davide corre a prendere l’auto ma si busca comunque un bell’acquazzone. Contenti comunque per l’ottima cena, torniamo in hotel contenti di questa seconda giornata di vacanza in terra spagnola.

Giorno 3 – Lunedì 13 agosto

Vicino all’hotel non c’è nessun bar già aperto per la colazione, quindi ripieghiamo su quella a 7.50€ in hotel. Il personale è gentile, ci sfamiamo sufficientemente soddisfatti. Dall’albergo alla Playa de Torimbia ci sono 4 km di stradine piuttosto strette e ripide, ma lo spettacolo vale sicuramente il rischio. Dall’alto è davvero uno spettacolo: l’oceano blu intenso risalta magicamente sulla sabbia chiara. La spiaggia è frequentata da nudisti, e infatti con gli obbiettivi delle nostre macchine fotografiche riusciamo a scorgerne due, che passeggiano tranquillamente incuranti dei curiosi dall’alto della scogliera…

La giornata di oggi continua nel mood paesaggistico, infatti la prossima tappa è la Playa de Las Cuevas del Mar, che raggiungiamo in una mezz’ora d’auto nonostante il navigatore ci conduca in una landa isolata in un bosco in cui solo un muratore ci dice che “La Playa no està aquì”. Ma davvero? In ogni caso, riusciamo a trovare la strada che ci porta vicino alla spiaggia. Cerchiamo di parcheggiare ai bordi della strada, ma una pattuglia di polizia locale ci avverte che dobbiamo utilizzare il parcheggio a pagamento nei paraggi per non incorrere nella multa. Davide sposta l’auto mentre io mi incammino. Dopo un tunnel arriviamo ad un parcheggio enorme in cui non si può parcheggiare e più avanti… lo spettacolo. Le grotte (cuevas) si stagliano affascinanti in mezzo all’oceano, a qualche metro dalla sabbia fresca. Ci sono già alcuni bagnanti che a fatica sfidano l’acqua piuttosto fredda (proviamo a bagnarci i piedi, ma la temperatura dell’oceano è davvero bassa) ed entrano anche all’interno delle grotte. Scattiamo qualche foto incantati dal bel panorama e poi torniamo all’auto, per arrivare – in un quarto d’ora – alla tappa che più mi incuriosisce nella giornata di oggi. Si tratta dei Bufones de Prìas: siamo consapevoli che con il bel tempo sarà difficile che il vapore faccia talmente tanta forza sul mare da provocare dei getti in mezzo alle scogliere, però il panorama deve sicuramente essere affascinante… infatti non ci sbagliamo. Prima di arrivare quasi sul ciglio delle scogliere, un paesaggio quasi lunare pare ostacolare i curiosi: il cammino è disseminato di pietre irte e taglienti, e non è facile arrivare a vedere l’oceano. Intrepidi, troviamo un sentierino meno pericoloso e lo spettacolo è davvero unico. Il vento soffia, e l’oceano si infrange contro le scogliere talmente forte che ci arrivano schizzi gelidi fin sopra l’alta scogliera. Le ultime foto, e poi la passeggiata ci riporta al parcheggio.

Mentre stavamo arrivando qui avevamo visto un hotel ristorante che offriva il menù del giorno ad un prezzo piuttosto economico, quindi diamo un altro sguardo sulla strada del ritorno e decidiamo che i piatti meritano certamente un tentativo. In effetti al Palacio de Garana, con un conto totale di 15€ in tutto, pranziamo discretamente con una paella di carne, una fabada arturiana (piatto tipico di queste zone, una zuppa con fagioli e salsiccia, un piatto semplice ma molto saporito), due bottiglie d'acqua, una cheesecake e un caffè. Ripartiamo soddisfatti, e in poco meno di un’ora arriviamo a Gijòn. Per prima cosa, andiamo in hotel, il Sercotel La Boroña, ubicato fuori dal centro cittadino, raggiungibile in auto in dieci minuti. L’albergo è di tipo internazionale, attrezzato per eventi e congressi, ma da queste parti difficile trovare una stanza pulita ad un prezzo accessibile. La camera ci costa 100€, la colazione 9€ a testa, ma alla fine del nostro soggiorno non saremo pentiti della scelta: la camera è spaziosa, ha tutti i comfort (bidet incluso), possiamo parcheggiare liberamente la macchina, e la posizione non è poi tanto male, dato che non dobbiamo fare così tanta strada per tornare nel centro di Gijòn, che raggiungiamo a pomeriggio inoltrato. Il traffico in città è notevole, parcheggiare è un’ardua impresa, quindi optiamo per un parcheggio sotterraneo dove i posti auto sono strettissimi. Con un po’ di manovre, Davide riesce nell’impresa, così siamo liberi di esplorare un po’ la città, dove il mare e l’ampia passeggiata che dà sulla spiaggia la fanno da padroni. La marea, verso le 18, è davvero alta, qui si fa il bagno liberamente dove poche ore prima c’era una discesa, con tanto di mantile, che portava in spiaggia… percorso il lungomare, ci imbattiamo in una bella statua dell’imperatore Augusto (vicino al museo delle terme romane, chiuse a quest’ora) arriviamo ad imboccare la breve salita che porta a Cimadevilla, l’antico quartiere che una volta era dei pescatori: viuzze strette, vecchi negozi chiusi, ma tanta vita grazie a bar e ristoranti per lo più frequentati da giovani. Ci prendiamo un aperitivo dopo aver scelto il ristorante per la cena, vicinissimo alla piazza principale, che ci ricorda tanto quella di Rouen in cui la pulzella d’Orléans fu bruciata sul rogo… le due piazze sembrano davvero una la fotocopia dell’altra! Ancora due passi prima di cena (qui non si mangia prima delle 20.30), e ci fermiamo al ristorante Trebole: un riso ai frutti di mare, un cachopo (altro piatto tipico arturiano, a base di carne di vitello impanata e ripiena di prosciutto e formaggio. Le dimensioni sono ragguardevoli), due birre piccole e un'acqua piccola a 54,80€: molto abbondante, gustoso, appena su di sale. L’ultima passeggiata è di ritorno verso il lungomare e il parcheggio per riprendere l’auto e tornare in hotel: anche oggi è stata una giornata piena e densa di belle emozioni.

Giorno 4 – Martedì 14 agosto

Fortunatamente la colazione a buffet in hotel, visto il prezzo, si rivela una buona scelta, e siamo pronti per un nuovo giorno alla scoperta di questo pezzo di Spagna che ci sta affascinando sempre di più. Arriviamo alla Playa de Aguilar in circa 40 minuti, parcheggiamo (anche qui a pagamento, 2€, direttamente sulla strada) e rimaniamo subito incantati dal bel panorama che ci si presenta davanti. Il sole illumina solo una parte della spiaggia, mentre l’altra parte è deliziosamente all’ombra. La marea si sta abbassando, e il colpo d’occhio è meraviglioso. Scattiamo molte foto, è divertente anche guardare i bambini muovere i primi cassettini dapprima intimiditi verso l’acqua, per poi prendere coraggio e alla fine non voler abbandonare le onde anche se stretti alla mano del papà o del nonno. Ci dispiace lasciare questo piccolo angolo di paradiso, è un peccato anche non provare a fare il bagno, ma dobbiamo riprendere la nostra strada, che in una decina di minuti ci porta nel centro di Cudillero, un piccolo paese di pescatori colorato e vivace. Per lo più è tutto concentrato sul turismo, ci sono molti negozietti, bar e ristoranti.

Dopo una prima passeggiata, decidiamo di fermarci in una sidreria e berci una birra fresca, assistendo al particolare rituale dei camerieri intenti a versare il sidro dalla bottiglia al bicchiere del cliente, tenendo la bottiglia altissima sopra la testa e il bicchiere in basso dalla parte opposta. Pare che così il sidro sia più frizzante… per il pranzo non c’è sicuramente che l’imbarazzo della scelta. Attratti dal menù, ci fermiamo nel più grande dei ristoranti della piazza centrale, Los arcos: ottima zuppa di fideua (spaghettini) con almejas (grandi vongole), crocchette di prosciutto, due birre e un caffè, per un totale di 36,70€. La zuppa si rivelerà poi essere il miglior piatto mangiato in tutta la vacanza, e anche in questo caso il piatto è uno ma adatto a sfamare due persone (anche se, data la bontà, confesso che avrei potuto mangiarlo da sola senza nessuno sforzo). Più che soddisfatti anche dal servizio gentile e simpatico delle cameriere, ripartiamo alla volta di Playa del Silencio. Lasciamo l’auto nel parcheggio a pagamento (altri 2€) ma quando arriviamo un po’ più avanti nel sentiero in discesa che porta alla spiaggia notiamo che le auto non si fermano al parcheggio, ma possono anche scendere fin giù… che disdetta. Io sono un po’ stanca e mi fermo all’ombra, dopo aver scattato un po’ di foto alla spiaggia dall’alto, ma non è che mi sembri poi questa imperdibile meta dipinta dalla guida Lonely Planet… Davide scende di più fino all’accesso alla spiaggia, ma anche lui ritorna indietro piuttosto deluso. Abbiamo visto posti molto più affascinanti e meno decantati dalle guide, e anche meno affollati.

Riprendiamo la macchina e in un’ora raggiungiamo Oviedo, la capitale delle Asturie. L’hotel che abbiamo scelto, il Rosal, è in centro, e davanti non possiamo nemmeno fermare l’auto per qualche minuto. Troviamo un parcheggio coperto (13€ al giorno), scarichiamo armi e bagagli e arriviamo in hotel. Veniamo accolti bene e chiediamo subito consiglio circa il parcheggio per l’auto: ci viene consigliato un parcheggio coperto privato più vicino, e anche più economico (8€ al giorno), e un bar comodissimo per la colazione. La stanza è pulita e confortevole (per tre notti, il prezzo complessivo è di 255€, ma siamo in pieno centro di Oviedo), e ci riposiamo un po’. Verso le 18 andiamo a cambiare il parcheggio per l’auto e la lasciamo in quello che ci ha indicato l’hotel: è meno affollato, sorvegliato e piuttosto economico, visti i prezzi che ci sono da queste parti… Riprendiamo la nostra marcia verso il cuore della città: eleganti palazzi, strade larghe ma non troppo trafficate, ampie zone pedonali, belle statue (una anche di Botero, e poi… quella fotografatissima di Woody Allen, che si era detto entusiasta della città quando vi girò il film “Vicky Cristina Barcelona”), una cattedrale maestosa, un affascinante quartiere vecchio, tanti ristoranti… insomma, Oviedo ci conquista sin da subito. Per la cena siamo un po’ incerti, non siamo affamatissimi e ci fermiamo al Bar Kuper: 28€ per due menù del giorno con spaghetti al formaggio Cabrales, scaloppine al Cabrales, peperoni ripieni al tonno, due gelati confezionati, due birre. Discreto, soprattutto se si pensa al prezzo comunque più che buono. Ancora due passi, ma l’aria è frizzante e torniamo al nostro hotel Rosal. Brutta sorpresa, al rientro: la cassetta del wc non si ferma più, l’acqua continua a scendere, e pensare di non poter usare il bagno non è certamente il massimo della vita… alla reception non c’è più nessuno, ma Davide trova un numero da chiamare in casi di emergenza. Sono un po’ preoccupata, non so se riuscirò a spiegare il tutto in spagnolo, ma me la cavo e il nostro amico che ci ha accolto al pomeriggio si presenta dopo qualche minuto e riesce a risolvere il problema. Adesso possiamo dormire sonni tranquilli…

Giorno 5 – Mercoledì 15 agosto

Per colazione, seguiamo il consiglio del nostro amico receptionist e ci dirigiamo al bar Solera, davvero a due passi dall’hotel. Prendiamo cioccolata calda e churros, colazione tipica spagnola, ma non ne siamo poi così tanto soddisfatti. Buono, ma tutto troppo dolce, è quasi stucchevole… facendo piani per la colazione dell’indomani, ci rimettiamo in auto (paghiamo 8€ all’uomo del parcheggio, se la macchina rimane in garage per la notte scatta in automatico la tariffa per il giorno intero) e saliamo verso il monte Naranco, che sovrasta la città. In un quarto d’ora siamo già ai piedi della Iglesia de Santa Marìa del Naranco. Parcheggiamo sul ciglio della strada, anche se non si potrebbe (il parcheggio è più a sud, quasi ai piedi del monte Naranco, più che una salita verso la chiesa bisognerebbe fare un’arrampicata direttamente dal parcheggio…), ma rimarremo nei paraggi solo pochi minuti, visto che non è nostra intenzione partecipare alla visita guidata che ci porterebbe via comunque troppo tempo. Per oggi i programmi sono ben altri, e ci accontentiamo di fare un giro intorno al perimetro di questa particolarissima – e antica – chiesa, appartenente al periodo pre-romanico così come la vicinissima chiesa di San Miguel de Lillo. Il gruppo di turisti per la visita guidata è piuttosto nutrito e chiassoso, e l’atmosfera vagamente mistica si rovina un po’… è strabiliante pensare a quanto queste piccole chiese abbiano resistito ai segni del tempo, e a quanto siano ancora così perfette.

Riprendiamo l’auto dopo un bel po’ di scatti fotografici, ci aspetta un’ora di viaggio (poco più di 30 km, ma la strada non è sempre percorribile a 50km orari, anzi…) per arrivare fino all’Alto de El Angliru: a partire dal 1999, questa zona ha ottenuto fama internazionale grazie al fatto di essere diventata spesso teatro delle tappe più dure della Vuelta. La salita che giunge fino in cima è considerata tra le più dure d'Europa, e Davide, appassionato di ciclismo e più che discreto “scalatore”, ammette l’obbiettiva difficoltà che avrebbe anche lui nella salita verso il traguardo finale. La strada è davvero impervia, non andiamo a più di 30 km/h, anche perché a tratti la strada viene invasa da cavalli o mucche al pascolo. Saliamo davvero molto in alto, ad un certo punto siamo addirittura sopra le nuvole e il panorama strabiliante, nemmeno fossimo su un aereo e guardassimo le nuvole dall’alto. Arrivati in cima, a parte lo spiazzo che porta ancora i segni del traguardo della corsa ciclistica e i pannelli con i nomi dei vincitori della tappa nei vari anni, al di là delle staccionate è tutto un altro mondo. Un venticello fresco ma non fastidioso soffia gradevole nell’aria piena soltanto del suono della campane al collo delle mucche che pascolano tranquille a pochi metri da noi, in mezzo al verde e ai fiori. Tutto è molto pacifico, siamo praticamente da soli a parte qualche sporadico ciclista che – imperterrito – è riuscito ad arrivare fino a qui e i pastori che iniziano a far spostare le mucche. Se ci fosse stato anche un piccolo locale ci saremmo potuti fermare per un panino (sono le 12.30 circa), ma qui siamo davvero isolatissimi.

Riprendiamo la discesa in auto, stanno iniziando a salire altre auto di turisti incuriositi dallo spettacolo delle nubi viste dall’alto della strada che serpeggia su per la montagna. Ritorniamo a Oviedo, riportiamo la macchina al nostro fido parcheggiatore e ci prepariamo a goderci una mezza giornata in totale libertà alla scoperta della città, ma a ritmo lento per riprendere un po’ le forze e goderci il nostro tempo. Per pranzo ci basterebbe un panino: nel primo bar in cui ci fermiamo una cameriera piuttosto antipatica pare faccia fatica a mostrarci i panini del menù, quindi ci alziamo e proviamo più avanti. La scelta ricade su un altro bar che dista qualche metro, sembra leggermente meglio… Siamo vicino alla cattedrale, pranziamo con due grandi tramezzini ma rimandiamo indietro in cucina un piatto di patatas bravas immangiabili da quanto sono piccanti. Il conto è comunque solo di 8,20€. Non siamo soddisfatti, ma pensiamo che ci rifaremo in serata, a cena. Due passi per il centro e poi decidiamo di andare a fare anche noi la siesta in hotel. Torniamo in centro verso le 18, solita passeggiata tranquilla, curiosiamo in qualche negozietto, guardiamo i menù dei ristoranti, facciamo qualche foto. Per cena, scegliamo di cenare al ristorante La Genuina: mangiamo bene con 38€ per 6 crocchette al prosciutto, un hamburger, un riso al nero di seppia con calamari e gamberi, due birre e un caffè. Soddisfatti, facciamo l’ultima passeggiata verso l’hotel.

Giorno 6 – Giovedì 16 agosto

Oggi vogliamo dedicare la giornata a Oviedo e ad alcuni luoghi specifici che vorremmo visitare. Prima, una bella colazione al bar Solera: cappuccino e brioche per Davide, pinxto (in questo caso è un piccolo panino) al prosciutto per me. Siamo pronti per metterci in marcia: prima tappa, la Cattedrale, che la sera prima avevamo trovato chiusa. All’esterno è davvero imponente, un bel gotico, ma all’interno… ci vogliono 7€ a testa per entrare, sinceramente siamo un po’ delusi dal prezzo che troviamo esagerato. Decidiamo di lasciar perdere e di procedere oltre. Il Museo Archeologico delle Asturie è a pochi passi dalla Cattedrale, è aperto da pochi minuti ed è praticamente deserto. All’entrata ci viene fornita la pianta del museo, a tre piani, e il biglietto per l’ingresso gratuito. I tre piani che visitiamo ospitano una collezione non ampissima, ma interessante: dalla Preistoria al Medioevo, passando per i Romani, i reperti raccontano una storia lunga e affascinante. Tantissimi i reperti preistorici trovati nelle grotte della regione, stupendi i mosaici che in epoca romana decoravano i pavimenti di qualche importante dimora, e assolutamente fantastica la sezione dedicata al Medioevo: in particolare, un magnifico ed enorme sarcofago bianco finemente decorato con motivi che ricordano ciò che avevamo visto nelle abbazie abbandonate dell’Irlanda più mistica; e poi capitelli con gargoyles, statue sacre di legno interamente dipinte a mano con colori ancora vivaci… insomma, il museo si rivela una piccola perla poco pubblicizzata ma che sicuramente vale la pena vedere. Nelle sale, alcuni video ben fatti mostrano interessanti ricostruzioni della vita quotidiana nelle epoche legate ai reperti in mostra, ed è bello fermarsi qualche istante a vedere le immagini e a sentire i rumori ricreati nella realtà virtuale.

Usciamo e decidiamo di recarci al Mercato del Fontàn, che – oltre ad una parte coperta a cui è possibile accedere tutti i giorni (dedicata ai generi alimentari) – il giovedì, il sabato e la domenica mattina ospita molte vivaci bancarelle che vendono un po’ di tutto: dai giornali alle scarpe, dai vestiti agli accessori più disparati, la piazza è animatissima. Facciamo prima un salto al mercato coperto per qualche foto ai banchi delle pescherie e dei macellai, dove bei pesci freschi e interi quarti di bue fanno bella figura agli occhi degli acquirenti ordinatamente in coda in attesa del loro turno. Ritorniamo fuori e ci immergiamo nel mercato ambulante, curiosiamo qua e là fino ad ora di pranzo (per noi…). Decidiamo di pranzare a La Gran Vetusta, poco lontano dalla Cattedrale, caratterizzato da un dehors decorato con grandi botti. Anche solo per due birre prima di pranzare dobbiamo aspettare che siano le 12.30, quindi ci riposiamo un po’ su una panchina poco distante. Alle 12.30 ci accomodiamo e ordiniamo l’aperitivo, poi verso le 13 i camerieri prendono le ordinazioni per il pranzo, che comunque non ci verrà servito prima delle 13.30, tipico orario spagnolo. Comunque mangiamo bene: il conto è di 37,20€ per un tagliere di formaggi asturiani, un cachopo e due birre. Torniamo in hotel per la nostra “siesta”, ci riposiamo e dopo le 18 usciamo per un’altra passeggiata in centro e per la cena, dove optiamo di nuovo per il ristorante La Genuina: 34,80€ per un hamburger e la fideua con polipetti e vongole, un arroz con leche (tipico dolce arturiano. In una scodella ti portano del riso cotto immerso nel latte, che sopra può essere caramellato a caldo come si fa con la crème brûlée), due birre e un caffè. Soddisfatti per la cena e per la giornata, torniamo in hotel per la nostra ultima notte ad Oviedo.

Giorno 7 – Venerdì 17 agosto

Oggi lasciamo Oviedo, e un po’ ci dispiace, perché la città ci ha conquistato con i suoi palazzi eleganti, le strade larghe e pulite e l’atmosfera rilassata e piacevole. Tra oggi e domani ci dedicheremo ai Picos de Europa, una catena montuosa che spicca per l'altezza delle sue cime, tra cui alcune delle più alte di Spagna, arrivando in alcuni casi al di sopra dei 2.500 metri. Partiamo da Oviedo al mattino presto, la prima tappa è Cangas de Onis, a circa un’ora di strada. Non c’è tantissimo da vedere, è più che altro un grande paesone turistico che serve da base per gli appassionati di rafting e per gli escursionisti che si vogliono recare sui Picos. Il ponte romano, con la Croce della Vittoria che testimonia la Reconquista di Re Pelagio ai danni dei musulmani creando quindi il primo regno spagnolo dopo l’invasione araba, svetta a fianco dell’attuale strada principale ed è l’assoluto protagonista della cittadina. Non siamo riusciti a visitare l’Eremita de Santa Cruz (una cappella con un dolmen preesistente all’interno) perché apre solo al pomeriggio, con visita guidata obbligatoria. Qualche foto al ponte, uno sguardo veloce ai negozietti di souvenir e poi ripartiamo alla volta di Covadonga, ad un quarto d’ora di auto. Il tempo è veramente pessimo, una nebbiolina bagnata e fastidiosa copre tutto. Già alle 10.30 i parcheggi più vicini al famoso Santuario sono già pieni, proviamo a salire fino alla piazza principale ma ovviamente non troviamo posto. Riscendiamo, dubbiosi se rimanere o meno per la visita, ma ormai abbiamo fatto la strada fino a qui… troviamo posto in uno dei parcheggi in fondo alla lunga salita che porta poi al Santuario, ci armiamo di ombrelli e iniziamo a salire a piedi. Prima di tutto, andiamo a vedere La Santina nella Santa Cueva, una statua della Madonna posizionata all’interno di una grotta scavata nella montagna. Ci sono moltissimi turisti, nonostante il maltempo, ma l’atmosfera è piuttosto mistica. Dalla grotta c’è un passaggio interno, all’asciutto, che porta al piazzale del Santuario di Covadonga. L’esterno è molto elegante, mentre l’interno non è che ci entusiasmi in modo eccessivo. Nel piazzale fa bella mostra di sé una bellissima statua di Re Pelagio, considerato dagli storici spagnoli davvero come un grandissimo eroe nazionale.

Dato il maltempo siamo costretti a cancellare la visita ai Laghi di Covadonga, che comunque sono raggiungibili solamente con i pullman navetta che partono da Covadonga. Pazienza, ma con questo tempo non si può fare altro. Per il pranzo, proviamo a fermarci in un paio di locali prima di arrivare alla macchina: è ancora troppo presto per gli orari spagnoli, senza neanche tante smancerie veniamo invitati a ripresentarci più tardi. Riprendiamo quindi la strada in discesa, e ci fermiamo, poco prima di Cangas de Onis, al ristorante Orandi, la cui specialità è la carne alla brace: 34,70€ con due porzioni di maiale secreto iberico alla brace, due birre, un caffè. Molto buono, servizio gentile. Iniziamo a salire sui Picos de Europa: le strade sono strette, ad un certo punto hanno una sola corsia, e si inerpicano su per le montagne, che a tratti quasi sembra si chiudano sopra di noi. Arriviamo nella piccolissima Sotres dopo un’ora, ma – nonostante sia segnalata sulla Lonely Planet – non c’è niente da vedere. Torniamo indietro per un bel pezzo e, in un’ora e mezza, raggiungiamo Potes, piena di turisti, auto, bar, ristoranti. Andiamo a visitare il Monasterio de Santo Toribio de Liebana, che dista circa 3 chilometri dal centro della cittadina. Qui è conservata, in una lussuosissima teca dorata custodita in una cappella barocca settecentesca, la reliquia più grande della croce di Gesù. Peccato non riuscire a vedere la reliquia in modo diretto, però la chiesa ha un’atmosfera che ricorda tanto quelle de “Il nome della Rosa”. Saranno i canti gregoriani diffusi nell’aria…

Dopo una breve visita anche al chiostro dei Francescani, ci rimettiamo in macchina e in mezz’ora raggiungiamo la Posada Sobrevilla, a Espinama, dove trascorreremo la notte. La camera (che ci costa 89€, colazione inclusa) è abbastanza spaziosa, ma comunque pulita, e la struttura comprende anche un ristorante. Valutiamo se fermarci direttamente qui per la cena, ma poi decidiamo di mangiare in un altro ristorante, a pochi metri dal nostro alloggio. Al Nevandi, con 35,50€ ci sfamiamo con il piatto della casa (maiale a fette alla piastra, patatine e crocchette al prosciutto), un hamburger con formaggio di capra, un flan al formaggio, un flan alla vaniglia, due birre, una bottiglietta piccola di acqua e un caffè. Buono e sostanzioso. Fuori fa veramente freddo, quindi ci affrettiamo e in camera ci accoccoliamo sotto le coperte calde per un buon sonno.

Giorno 8 – Sabato 18 agosto

La colazione nel nostro hotel di montagna è abbastanza ricca: il piatto forte sono delle piccole frittate fatte in casa, gustose e comunque sostanziose. Ci mettiamo in macchina di buon’ora, dobbiamo attraversare un’altra parte dei Picos de Europa per poi risalire poco a poco verso la costa ad Est. Ci fermiamo comunque a fare qualche foto in un punto panoramico mozzafiato, ma l’aria è talmente fredda che facciamo presto a ritornare in auto… In circa due ore usciamo dalle Asturie e arriviamo alla Iglesia rupestre de Santa Maria de Valverde. All’esterno, alcuni sarcofagi in pietra indicano la presenza di una necropoli proprio a fianco della chiesa. Entriamo lasciando un’offerta e subito ci colpisce l’ambiente particolare in cui ci troviamo: la chiesa, infatti, è stata interamente scavata nella pietra. Un Bambino di Praga, con il suo tipico mantello rosso, ci benedice, e noi continuiamo la nostra visita in un silenzio che è proprio il caso di definire “religioso”. Torniamo in auto e ci dirigiamo a Noja, che è sul mare, in modo da riprendere il nostro viaggio percorrendo la costa. Non c’è niente di particolare da visitare, ho inserito questa cittadina nell’itinerario solo come tappa per un pranzo veloce e per riposarci un’oretta prima di ripartire in auto. Al Bristol Coffe spendiamo 19€ per due birre, un'acqua piccola, un caffè, un panino ai calamari, un sandwich farcito.

Castro Urdiales dista una quarantina di minuti da Noja. Con l’auto ci dirigiamo subito verso la chiesa di Santa Maria de la Asunción, che guarda sul porto e sul faro poco lontano. L’esterno risplende quasi come se fosse d’oro, ma è l’interno della chiesa a sorprenderci, con le sue grandi arcate e un bello stile gotico a rendere tutto veramente affascinante. Le statue e le pale d’altare sono, come spesso qui in Spagna, molto raffinate e lussuose. Ci sono molti turisti, per fortuna non ho creduto alla guida che ho portato con me che non ne parlava in termini molto entusiastici… De gustibus… Qualche foto ancora e poi riprendiamo l’auto alla volta dei Paesi Baschi.

Arriviamo alla Casa Rural Enkartada, a Sopuerta, dopo aver superato un passo di montagna, e dopo una mezz’ora di viaggio veniamo gentilmente accolti dalla proprietaria, che ci mostra una camera bellissima, con i muri tutti in pietra. Se pensiamo che pagheremo solo 55€ per la camera e 6€ a testa per la colazione, questa è davvero una bella sorpresa. Chiediamo consiglio per la cena, dato che fino al nostro alloggio non abbiamo visto nessun bar o ristorante. Ci viene consigliato il ristorante Txakoli Batiz, pochi metri più avanti rispetto a dove ci troviamo: 33,90€ per 4 birre piccole, un pinxto con gamberi uovo e olive, polpo alla Gallega, piatto con formaggio di capra, uova, prosciutto e patatine, una porzione di patatine con salsa rosa e ajoli. Molto buono e prezzi bassi! Per il momento i Paesi Baschi ci hanno accolto bene…

Giorno 9 – Domenica 19 agosto

Dal nostro alloggio a Getxo impieghiamo una mezz’ora di viaggio. Arrivati nel centro seguiamo le indicazioni per andare a vedere il molino de Aixerrota, che sorge sulle colline della città, verso il porto attuale. Non è niente di che, una foto al volo e poi torniamo giù, verso il porto vecchio. Parcheggiare però è impossibile, ci sono un paio di posti vacanti ma sono talmente stretti da non permettere nemmeno di aprire la portiera per scendere. Lasciamo perdere, e proseguiamo alla volta di Bilbao, che dista solamente 12 km. La città ci accoglie subito con la vista dell’originale struttura in titanio del Museo Guggenheim, davanti a cui passiamo perché il nostro alloggio è proprio vicinissimo. Davide mi aspetta in auto mentre chiedo alla reception se la stanza è disponibile e se possiamo scaricare i bagagli. Lasciamo momentaneamente l’auto nella corsia dei taxi, scarichiamo i bagagli e ci registriamo in hotel. La receptionist ci informa che, dato che questa è una settimana di festa per Bilbao, la Semana Grande, i posti auto in strada sono gratuiti in tutta la città per tutto il mese, quindi se siamo fortunati e troviamo un posticino almeno risparmieremo i soldi per un parcheggio a 13€ al giorno… Tentar non nuoce, e infatti, a pochi metri dalla strada in cui è ubicato il nostro affittacamere, Bilbao City Rooms, troviamo un bel posticino libero. La receptionist ci avvisa telefonicamente che la camera è pronta, quindi risaliamo, prendiamo i nostri bagagli ed entriamo in camera. E’ al quinto piano, la vista da proprio su alcuni eleganti palazzi di Bilbao, è tutto molto luminoso. Ci costerà 215€ per due notti, ma se si pensa che siamo nel centro di Bilbao, e che la camera non è un buco, allora si può dire che siamo stati fortunati nella scelta. Seguiamo le indicazioni della receptionist per raggiungere il quartiere vecchio in centro in venti minuti, ma strada facendo non possiamo non fermarci perché è davvero tutto una festa. Sul fiume, c’è una regata di canoe e un sacco di gente che tifa dalle rive e dai ponti. Più ci avviciniamo al centro e più si concentrano le persone. Quando arriviamo in Plaza Nueva (purtroppo niente mercatino dell’antiquariato, questa settimana di festa è dedicata ad altri spettacoli), che ricorda un po’ la nostra adorata Place des Vosges di Parigi, siamo letteralmente circondati, ma non solo da persone… lungo tutto il perimetro della piazza, sotto i “portici”, c’è un pinxtos bar dietro l’altro. D’altronde siamo nei Paesi Baschi, e qui questi stuzzichini a base di pane e mille altre cose (pesce, molluschi, crostacei, carne, formaggi… di tutto e ancora di più) sono veramente il top. La scelta è ampissima, i bar straripano di gente, ed è difficile anche solo infilarsi per scegliere un piattino di pinxtos. Riusciamo a trovare un tavolo fuori dal Bar Charly, dove il menù fa veramente al caso nostro: con 29€ possiamo avere una degustazione di 12 pinxtos a sorpresa e due birre grandi. Il cameriere è simpatico e gentile, e ci porta una bella scelta gourmet, che apprezziamo davvero molto, anche perché siamo seduti comodamente al nostro tavolo ad osservare l’umanità festosa intorno a noi.

Dopo pranzo, passeggiata di ritorno verso la nostra stanza per la nostra siesta, ma prima indaghiamo per capire come fare per andare a vedere la corrida alla Plaza de Toros: ho scoperto infatti che, in questa Semana Grande, ogni sera alle 18.00 c’è la corrida! Ho sempre voluto andare a vederne una, e non pensavo che nel Nord della Spagna ci fosse questa tradizione. La receptionist non può aiutarci perché non è mai andata a vederne una, in ogni caso riusciamo a comprare i biglietti su internet (con un piccolo sovrapprezzo, due posti all’ombra ci costano 34€) scegliendo di ritirarli direttamente all’arena al nostro arrivo. Riposiamo un’oretta, poi usciamo verso le 17. La Plaza de Toros dista una ventina di minuti a piedi dal nostro alloggio, è dalla parte opposta rispetto al centro città, ma è una passeggiata godibile perché Bilbao è bella ovunque: ricorda un po’ Oviedo con i suoi viali e i bei palazzi, e le strade sono comunque abbastanza pulite (se non altro molto di più rispetto a Parma). Appena arrivati, impieghiamo non più di due minuti a ritirare i biglietti. C’è anche uno sportello riservato a chi ha già acquistato l’entrata su internet, quindi accediamo alle gradinate in pochissimo tempo. I posti che abbiamo preso sono piuttosto buoni, considerando che non abbiamo preso i più cari, anzi… verso le sei arriva il mio vicino di tifoseria, uno spagnolo di circa 70 anni che appena ci sente parlare in italiano si scatena e si offre di raccontarmi ogni cosa della corrida. Un bel colpo di fortuna, dato che scopro che è un vero appassionato di questa tradizione spagnola (ed è convinto che in italiano il Torino sia un toro piccolo…)! Se non fosse stato per lui non avrei scoperto il significato delle tre grandi cifre appese in alto su un lato dell’arena (il peso, in kg, del toro che scende nell’arena per il combattimento), il pregio maggiore del torero che riesce a “torear” con la mano sinistra anziché con la destra (con la sinistra è meno protetto rispetto al toro), il tempo massimo che il torero ha a disposizione prima di colpire a morte il toro con la sua spada quando capisce che la bestia ha ormai perso molte forze dopo le ferite che gli sono state inferte durante tutta la prima parte della corrida. E, ancora, come il torero “dedica” la corrida al pubblico o a qualcuno in particolare, quando il torero acclamato per aver “toreado” benissimo deve fare il giro dell’arena per raccogliere gli applausi del pubblico che lo acclama sventolando il fazzoletto oppure quando ha combattuto in modo “standard” e si deve accontentare di ringraziare solo con qualche cenno, il significato della musica della banda in alcuni specifici momenti, il fatto che il pubblico fischi o meno il cadavere del toro morto (a seconda che si sia trattato di un toro coraggioso che ha combattuto “con onore” fino alla fine)… insomma, c’è tutto un insieme di tradizioni nella tradizione, non è solo l’uccisione di 6 tori da parte di 3 toreri, che comunque mi affascino con i loro costumi colorati e le movenze studiatissime che sembrano una danza davanti al toro infuriato.

È uno spettacolo emozionante, ma anche inquietante: ad un certo punto, il torero cade sotto il toro, e riesce a liberarsi rotolando velocemente di fianco, mentre gli assistenti tirano la coda del toro per allontanarlo dall’uomo a terra, che ha perso anche una scarpa e il cappello… ma poteva anche perdere la vita, non sarebbe la prima volta. La corrida dura circa due ore e mezza, e all’uscita siamo contenti di averne vista almeno una nella vita. Certo, il toro è baldanzoso solo per i primi minuti, prima che il picador a cavallo lo ferisca per primo, e indubbiamente la sofferenza dell’animale è prolungata. Ma si tratta di una tradizione, e sinceramente non mi sento di condannarla visitando il paese a cui appartiene da così tanto tempo. E la gente… anche loro mi hanno conquistata, tra le grida appassionate di “Olé!”, “Muy bien!”, “Musica!!!!”, e, alla fine… “Matalo!”. Un popolo solare, divertente, gentile e anche un po’ pazzo. Siamo ormai affamati, verso il centro storico troviamo il ristorante Santa Rosalia e ci accomodiamo in un tavolo all’aperto: si rivelerà un’ottima scelta, perché per poco più di 40€ ceniamo molto bene con una Radler, una birra, una Perrier, un riso con funghi e carne Wagyu (la carne più cara del mondo, ma anche la migliore!), un hamburger di carne Wagyu. Tutto davvero ottimo. Torniamo con calma verso l’hotel mentre i fuochi d’artificio previsti per ogni sera illuminano il cielo di Bilbao. La polizia ha chiuso alcune strade per motivi di sicurezza e pattuglia anche la zona del nostro alloggio. Più sicuri di così… buonanotte!

Giorno 10 – Lunedì 20 agosto

Oggi è il giorno che vogliamo dedicare completamente alla visita di Bilbao. Facciamo colazione in un bar vicinissimo alla nostra stanza in direzione del Guggenheim, che è meglio raggiungere ben prima dell’orario di apertura (le 10.00, in luglio e agosto è aperto anche il lunedì) per evitare lunghe file. Scelta azzeccata, visto che siamo i quarti in fila e subito dietro di noi la coda si allunga velocemente. Siamo intanto riusciti a fare qualche foto a Puppy, il cane più profumato del mondo: l’installazione di Jeff Koons, un enorme cane fatto di begonie, svetta gigante davanti all’entrata del museo. Tutti lo fotografano, a quanto pare è davvero molto amato. E pensare che doveva rimanere lì per poco tempo dopo l’inaugurazione… Il museo apre puntuale alle 10.00, in pochissimo tempo acquistiamo i biglietti (16€ a testa) e ritiriamo l’audioguida gratuita. Appena entrati, una gigantesca installazione di Joana Vasconcelos ci accoglie. Non capiamo se si tratta di un enorme ragno colorato o di un altro animale, fatto sta che è tutto fatto a mano: tessuti, led, tutto cucito a mano per metri e metri di installazione, che sembra raggiungere ogni angolo della grande struttura del museo. Esploriamo un po’ le opere del piano terra, accompagnati dalle spiegazioni dell’audioguida in italiano, e usciamo anche verso il fiume per vedere i coloratissimi tulipani di Koons (la scultura più bella, per me) e l’albero di sfere di Anish Kapoor. Da lontano vediamo Maman, la grande scultura a forma di ragno di Louise Bourgeois installata proprio sul lungofiume. L’audioguida dice che il messaggio che la scultrice voleva trasmettere era il ricordo di sua madre… io sono poco convinta, faccio un po’ fatica a capire l’arte moderna e contemporanea, ma se lo dice l’audioguida mi fido. Rientriamo all’interno, e iniziamo a salire. Passiamo per la mostra dedicata a Marc Chagall, ma non mi entusiasma più di tanto. Nella collezione permanente rimango invece colpita da un quadro di Anselm Kiefer: un uomo è sdraiato a terra sotto un cielo immenso di stelle, e il tutto è davvero molto realistico. L’opera è davvero molto grande, misura più di 500 centimetri per lato e, a parer mio, eclissa tutto il resto, anche il vicino Andy Warhol alla riscoperta di Marilyn Monroe. Dovremmo stare dentro al museo per tutta la settimana per vedere tutto e ascoltare l’audioguida spiegarci opera per opera. Usciamo che per noi è già ora di pranzo.

Decidiamo di incamminarci verso il Casco Viejo, il quartiere vecchio, dove c’è una gran sfilata festosa con alti personaggi di gomma. Raggiungiamo ancora una volta Plaza Nueva, vorremmo mangiare altri pinxtos, ma è tutto pieno. Al Bar Charly, dove abbiamo pranzato ieri, ci impossessiamo di un tavolo dove però è rimasta solo una sedia, ma mi rifiuto di muovermi fino a quando non riesco a prenderne una da un tavolo vicino. Ci accomodiamo, e lo stesso cameriere di ieri – che si ricorda di noi – ci porta un’altra buona degustazione di pinxtos misti. Fa un po’ caldo, e la visita al museo mi ha un po’ provata. Avvicinandoci all’hotel siamo più o meno di strada per prendere la storica Funicolar de Artxanda (3.25€ A/R a testa), quindi facciamo questa piccola deviazione. Ne valeva la pena, perché la vista sulla città è davvero magnifica.

La siesta in camera è davvero meritata oggi… per cena vogliamo tornare al Santa Rosalia. Stasera ceniamo con poco più di 50€ a base di due birre, una Perrier, il mio adorato riso funghi e carne Wagyu, uno stufato di carne carrilleras de Wagyu, una porzione di salsiccia chistorra de Wagyu condivisa in due. Squadra che vince non si cambia, no? I fuochi d’artificio illuminano il cielo sopra di noi mentre rientriamo sazi in camera. Domani dobbiamo lasciare Bilbao, ci è davvero piaciuta moltissimo… ma sappiamo che le sorprese di questa vacanza non sono finite, e ci addormentiamo contenti per la scelta di questa vacanza.

Giorno 11 – Martedì 21 agosto

Lasciamo Bilbao la mattina presto, la prima tappa di oggi – che da una parte mi entusiasma ma dall’altra mi spaventa un po’ – esige temperature fresche e pochi turisti intorno. È il celeberrimo eremo di San Juan de Gaztelugatxeko, collegato alla terra ferma da un lungo sentiero e una scalinata di più di 200 gradini. Non so se sarò in grado di arrivare fino in cima e suonare la campanella (rito che pare faccia sì che si avveri il desiderio espresso) dati i problemi avuti quest’anno con ginocchio e caviglia… Ma tentare non nuoce, non voglio arrendermi prima del tempo. Arriviamo dopo circa un’oretta di viaggio, il cielo, dapprima nuvoloso, pare si stia schiarendo. Non ci fermiamo al primo parcheggio in alto, una freccia ne indica un secondo in direzione di un sentiero. Parcheggiamo a fatica, c’è già un po’ di folla. Ci sono più di 500 metri da fare prima di iniziare la discesa sul sentiero, dato che la strada è franata e il traffico alle auto è stato chiuso. L’incaricato alla “biglietteria” che ci chiede se abbiamo prenotato (no, non sapevamo si dovesse fare) e ci lascia comunque passare gratuitamente, non pare molto bendisposto. Comunque iniziamo la discesa. Un cartello avverte che il cammino è lungo 1.6km, ma proseguiamo comunque, anche se dall’alto abbiamo già visto che non sarà proprio una “passeggiata”. In molti punti la strada è sterrata e piuttosto sconnessa, il che rende il tutto ancora più difficile. Siamo a tre quarti della discesa quando realizziamo che – io con il ginocchio, Davide con la schiena – non sarà facile né arrivare alla meta né risalire agevolmente fin su. Invertiamo quindi mestamente la rotta, consci dei nostri limiti. La risalita non è per niente facile, arriviamo al punto di partenza abbastanza provati. Osserviamo nuovamente il bel panorama, se non altro merita qualche bello scatto. Aguzziamo bene la vista, e ci accorgiamo che, dall’altra parte, e quindi probabilmente dall’altro parcheggio più in alto, delle persone scendono – e pare scendano una scalinata – in direzione dell’eremo. Si muovono più velocemente rispetto a noi e agli altri che hanno intrapreso il sentiero “trekking”, quindi ci arrabbiamo perché non abbiamo visto né ricevuto nessuna indicazione sull’esistenza di questo sentiero più agevole… pazienza, ormai siamo stanchi e sono le 11 passate, il parcheggio da cui parte la scalinata è pieno fino all’inverosimile e non avrebbe senso intraprendere adesso la comunque lunga marcia verso l’isolotto con la chiesa. Pazienza, se non altro ci abbiamo provato…

La prossima tappa è Mundaka, che dista 13km. È un piccolo borgo, sembra carino, il problema è il parcheggio: non troviamo un buco neanche a pagarlo oro. Proseguiamo quindi con il programma della giornata, e arriviamo a Zumaia dopo un’ora e un quarto. Ormai siamo affamati e abbiamo bisogno della toilette… parcheggiamo piuttosto lontano rispetto al centro, ma almeno non dobbiamo fare salite né discese, per oggi abbiamo già dato! Il primo ristorante ha dei tavoli liberi, nessuno ci calcola e quindi ci sediamo. Peccato che poi salti fuori che i tavoli sono prenotati (magari potrebbero usare dei biglietti per segnalarlo…). Ci alziamo e ci avviciniamo ancora di più al centro. Alla Taverna Justa, sono disposti a farci accomodare se accettiamo di pranzare seguendo il menù del giorno a 16 € a testa e se riusciamo a lasciare il tavolo libero in un’ora. Accettiamo, va bene qualsiasi cosa! Utilizziamo i servizi e ordiniamo: insalata mista, asparagi bianchi con maionese, baccalà alla piastra, cheesecake, un caffè. Pranzo più che discreto, servizio nella norma, non ci possiamo lamentare.

Decidiamo di saltare la visita di Zarautz per andare direttamente a riposare in hotel, a Getaria, all’Hotel Azkue, dove arriviamo dopo una mezz’ora di macchina. Lasciamo l’auto nel parcheggio dell’albergo, che dall’esterno sembra una vecchia casa di campagna. Una vecchia signora sdentata che sta spazzando ci dà il benvenuto in una lingua incomprensibile, mentre all’interno un Obelix di una settantina d’anni ci accoglie poco simpaticamente rimanendo seduto dietro ad una scrivania su una malandatissima sedia spelacchiata. L’inizio non è dei migliori, però almeno a quanto pare l’hotel ha l’ascensore (almeno non dobbiamo trascinare i bagagli fino al secondo piano a piedi) e il wi-fi. Le aree comuni del pianterreno non hanno un buon odore, sono zeppe di oggetti vecchi – sembra di essere al mercatino delle pulci – e tutto è un po’ buio. La camera è un po’ retro, la doccia non è pulitissima (c’è della muffa sulla porta), e considerando che pagheremo 115€ (colazione inclusa) non è che siamo soddisfattissimi. D’altronde era l’unico albergo trovato disponibile in zona, e ora capiamo anche come mai. Scendiamo verso il centro di Getaria un po’ prima dell’ora di cena (non mi sono fidata dell’esitazione dell’albergatore quando ha accennato al fatto che disponevano anche di un ristorante per la cena), così possiamo fare una passeggiata e goderci un po’ d’aria di mare. Posteggiamo l’auto nel parcheggio del porto pagando 1€, dato che dopo le 20 è gratis e iniziamo a guardare i menù dei ristoranti nei paraggi. Ne troviamo uno che accontenterebbe tutti e due, quindi lo prenotiamo per le 20 e ci andiamo a prendere un aperitivo su una bella terrazza sul mare. Alle 20 siamo di ritorno al Mayflower per reclamare il nostro tavolo. Ne rimaniamo soddisfatti: 52€ per calamari alla piastra, filet mignon, due bicchieri di Txakoli (vino bianco del posto), una bottiglia di acqua grande Perrier, arroz con leche, formaggio con cotognata, caffè. Molto buono, ottimo il servizio. Dopo cena facciamo una passeggiata nei dintorni del ristorante e del porto: a quanto pare, qui la specialità è la cottura alla griglia, infatti molti ristoranti (incluso quello in cui abbiamo cenato) hanno all’esterno delle grandi griglie, su cui poveri cuochi accaldatissimi si affannano a far cuocere carne e pesce di tutti i tipi. Ancora due passi al porto e poi siamo pronti a riprendere l’auto, che in poco più di dieci minuti ci riporta in hotel.

Giorno 12 – Mercoledì 22 agosto

La colazione in albergo non è granché… qualche brioche, pane tostato, pomodoro con olio (sarà una tradizione basca…?), succo d’arancia, caffè, latte… il tutto servito nella sala da pranzo della nonna, zeppa di oggetti e cianfrusaglie inutili e vecchissime. Al momento di saldare il conto, Obelix ci intrattiene con la sua passione per il ciclismo e per il campione italiano Adorni. Mah… Riprendiamo l’auto, stavolta siamo diretti a San Sebastian, su cui ho aspettative altissime, che dista mezz’ora d’auto. Ci fermiamo prima a vedere el Peine del Viento, delle particolarissime sculture montate sugli scogli, che in effetti ricordano dei pettini (o più che altro delle tenaglie).

Il sole è caldo, e il panorama è molto affascinante. C’è già tanta gente nella spiaggia, e all’orizzonte i due monti, Urgull e Igueldo, fanno da cornice ad una bella cartolina sul mare. Avevo segnato di prendere la funivia sul Monte Igueldo, ma in realtà anche con l’auto, se dalla spiaggia si continua a salire fino al limite consentito senza pagare il “pedaggio” di 2.30€ il paesaggio non è per niente male: riesco anche a scattare una bellissima foto del faro bianco che si staglia contro il mare blu intenso. Torniamo giù, il traffico in centro è terribile. L’obiettivo sarebbe di salire sul Monte Urgull e visitare il Castello de la Mota, ma la strada sul lungomare è interrotta da una transenna che nemmeno gli autobus possono superare. Decidiamo quindi di andare in hotel, magari da lì c’è un autobus che ci può portare giù senza rischiare la vita e l’auto nel traffico caotico e nella confusione dei parcheggi, comunque tutti a pagamento, sia con le righe blu che interrati. In effetti, la nostra speranza trova un bel riscontro nel signor Sergio, che ci accoglie all’Hotel Nicol’s, a 6 km dal centro di San Sebastian, nella campagna delle pendici del monte Igueldo. La camera non è ancora pronta, ma possiamo comunque lasciare le valigie o in hotel o in auto, dato che dai finestrini non si può vedere niente perché i vetri sono tutti oscurati. Sergio ci spiega gentilmente che l’autobus 16 (corsa singola 1.75€), che possiamo prendere a 350 metri dall’hotel, ci porta direttamente in centro. Affare fatto, faremo ritorno dopo pranzo.

Prendiamo l’autobus (ne passa uno ogni venti minuti di giorno, e uno ogni mezz’ora di notte fino a mezzanotte) senza nemmeno attenderlo molto, paghiamo il biglietto a bordo con la carta di credito contactless (comodissimo, senza stare sempre lì con le monetine!) e in quaranta minuti di tour pressoché gratuito raggiungiamo il cuore della città, scendendo di fronte alla Cattedrale, che visitiamo immediatamente. L’esterno è il classico gotico spagnolo, molto elegante e sfarzoso. Anche l’interno non è da meno, con belle pale d’altare e lo stupendo gioco del sole che, riflettendosi nelle coloratissime vetrate, crea stupefacenti giochi di luce sulle pale d’altare: sembra quasi un arcobaleno, un segno quasi mistico della luce di Dio nel silenzio della grande Cattedrale basca.

Dirigendoci verso il quartiere vecchio, ci imbattiamo prima nelle vie eleganti che ospitano molti negozi delle grandi marche internazionali, e ovviamente non resisto e ci scappa l’acquisto in saldo al 50% di una bellissima borsa. Ma questa è un’altra storia… Attraversiamo bei viali eleganti e un fresco giardinetto dove la gente si riposa e i bambini giocano, l’atmosfera è serena e gioiosa. Arriviamo nel quartiere vecchio, con le sue strade strette e i ristorantini e i bar concentrati uno dopo l’altro. Per pranzo, decidiamo di assaggiare una bella dose di pinxtos, che qui veramente sono i protagonisti della gastronomia (la tradizione è nata proprio qui a San Sebastian), e scegliamo uno dei tanti bar dove però ancora c’è calma e possiamo scegliere in pace i pinxtos che vogliamo sedendoci poi tranquillamente a goderceli. Con 8 pinxtos misti e 2 birre spendiamo 25,20€, e siamo soddisfatti. Visto che il tempo è bello (mentre per domani il meteo mette pioggia), decidiamo di fare un giro turistico sul trenino che percorre il centro di San Sebastian.

Andiamo a prendere informazioni all’Ufficio del Turismo, poco lontano da dove abbiamo pranzato, e acquistiamo lì i biglietti a 5€ l’uno. Riusciamo a prendere il trenino per un pelo (ne passa uno ogni venti minuti circa), perché l’impiegata all’Ufficio Turistico non ci ha detto – e parlava in italiano! – che una volta sul posto avremmo dovuto farci cambiare i biglietti che ci aveva venduto lei e farci assegnare i posti sul trenino. Siamo quindi gli ultimi della fila, e riusciamo a prendere gli ultimi due posti disponibili. A quanto pare il trenino va per la maggiore! Indossiamo gli auricolari per ascoltare l’audioguida in italiano che ci racconta la storia della città e dei luoghi che mano a mano vediamo. È un bel giretto, e siamo contenti della scelta. Il trenino ci riporta comunque in centro, prendiamo l’autobus dal capolinea in piazza Gipuzkoa, e arriviamo in hotel verso le 16.00. Ad accoglierci non c’è più il fidato Sergio, ma una receptionist altrettanto disponibile che ci rifornisce di brochure sulla città e si offre di prenotarci un ristorantino di pesce per la sera, nel quartiere vecchio, con tanto di vista sul porto. La camera è al primo piano, senza ascensore, però è spaziosa e pulita (e ritorna anche il nostro mitico bidet). Spenderemo 236€ per due notti, la colazione a buffet a 8.50€ a testa è esclusa, ma qui intorno non ci sono bar e siamo costretti a decidere di mangiare qui. L’hotel comprende anche una caffetteria, per cui se si ha sete è comodissimo (anche se non propriamente economico) prendersi una bibita fresca e portarsela in camera durante la siesta.

Dopo un meritato riposino, prendiamo l’autobus delle 19.20 (puntualità svizzera, più che spagnola), in modo da fare una passeggiata nel quartiere vecchio dalla parte del porto, che non abbiamo ancora visitato. C’è tantissima gente, un sacco di locali e negozietti di souvenir e di alimentari: è davvero una bella zona! Alle 20.30 arriviamo puntuali al ristorante Txoko, veniamo fatti accomodare nella sala al primo piano e subito un paio di dettagli mi colpiscono non appena ci sediamo: le porte finestre con la cosiddetta gran vista sul porto sono chiuse, e ben strette, e fa un caldo infernale; ad ogni passo dei camerieri, per non parlare dei salti dei chiassosi bambini italiani del tavolo di fianco al nostro, il pavimento sussulta come se ci fosse il terremoto, e non è una bella sensazione… Cerchiamo di essere positivi, anche se ad una più attenta osservazione il tavolo è un po’ appicicaticcio… ordiniamo una paella di pesce per due e – per ingannare l’attesa – un piatto di calamaretti fritti. L’entrée è buona, il fritto è abbastanza croccante. La paella arriva dopo una ventina di minuti, ed è abbastanza saporita, se non fosse che è zeppa di peperoni, che con il loro gusto importante coprono un po’ tutto. Per aggravare la situazione, a metà cena arriva una torma di americani e occupano la tavolata di fianco a noi, che quindi siamo circondati dal caos. Non ce la facciamo più, tra il caldo, il rumore e le scosse del pavimento ne abbiamo a sufficienza. Paghiamo il conto di poco più di 53€ (abbiamo preso una bottiglia di vino Txakoli e una bottiglia d’acqua piccola) e scappiamo fuori. Vorremmo prenderci un gelato, ma la gelateria che troviamo ha una temperatura interna di circa 50°C e due inservienti che impiegano circa mezza giornata a testa per preparare i coni, quindi rinunciamo al gelato e proseguiamo la passeggiata che dal porto ci riporta verso il centro e verso il bus delle 22 per l’hotel. Veniamo accolti dalla receptionist che ci aveva prenotato il ristorante per la cena: mento un po’ sulla paella per non scontentarla del tutto, però non riesco a tacere sul caldo terribile e sul caos. È spiacente, ovviamente, ma è stata gentile e quindi non infierisco. Mi riprometto però che per la prossima volta sceglieremo in autonomia dove mangiare!

Giorno 13 – Giovedì 23 agosto

La giornata di oggi è interamente dedicata al relax e alla scoperta – in tutta libertà, senza fretta – di San Sebastian: non abbiamo in programma nessun posto in particolare da visitare, vogliamo solo goderci il nostro tempo in questa bella città sul mare. Arriviamo in centro dopo un’abbondantissima (e gustosa, finalmente!) colazione spagnola (buffet ricchissimo, a base di uova strapazzate, sode, prosciutto, formaggio, frutta fresca, pane, brioche, pain au chocolat…), e ci rechiamo subito verso il porto, dato che vogliamo visitare la zona con la luce del giorno. Ci immergiamo nelle stradine molto meno affollate rispetto alla sera prima, e troviamo subito un ristorante che pare faccia al caso nostro per cena. Lo prenotiamo subito lasciando il nome, così stasera non avremo problemi di sovraffollamento o di cattive scelte improvvisate. Continuiamo la nostra passeggiata e visitiamo anche la chiesa di San Vicente: appena fuori c’è una curiosa statua gigante con due mani e ovviamente la fila di persone che vogliono farsi fare una foto… comunque entriamo in chiesa, e subito ne rimaniamo incantati. È davvero una delle più belle chiese gotiche mai viste finora. Pale d’altare che sembrano infinite, impreziosite da mille dettagli, statue così belle e realistiche da fare quasi impressione (specialmente un Cristo morto in una teca), la navata centrale sembra senza fine. Davvero una bellissima scoperta, che la guida neanche ha preso in considerazione… mai fidarsi!

Inizia a piovere, ma scopriamo che i bar, nonostante siano le 12.15, hanno già migliaia di pinxtos pronti. Ci viene l’acquolina in bocca, quindi decidiamo di fermarci al bar pinxtos Batzan. L’esposizione di pinxtos è da paura, quasi non si sa cosa scegliere. Alla fine, 8 pinxtos di carne e pesce e due birre ci costano 22€, ma siamo comunque sazi. Il locale è grande a sufficienza per permettere agli avventori di prendersi tutti i pinxtos che vuole in un piatto, mostrare la scelta e chiedere la bevanda desiderata, pagare e andarsi a sedere in una delle panche spostate rispetto a bancone. Riprendiamo la nostra passeggiata tra le belle strade e le piazze della città, che ricorda la Francia non solo per il grande numero di turisti francesi che camminano a fianco a noi (il confine è davvero a pochi chilometri da qui). È tutto molto ordinato, elegante, tranquillo, è una città che si fa apprezzare, dalla spiaggia de La Concha, in pieno centro, alla bella facciata dell’hotel Londres. Riprendiamo l’autobus al pomeriggio per la siesta in hotel, ma siamo di ritorno con per le 19.30. Prima di cena vogliamo fare una passeggiata per prendere gli ultimi regali nel Casco Viejo, il quartiere vecchio. Arriviamo puntuali al ristorante Ubarrechena per la cena, e riconosciamo di aver davvero scelto bene: 65€ per un filetto di carne di maialino da latte, una paella al nero di seppia, una bottiglia di Txakoli, un gelato grande, un brownie con cioccolato caldo fuso e gelato. Buonissimo, e menomale che abbiamo prenotato passandoci al mattino! L’autobus delle 22 è sempre puntuale, e ci riporta comodamente in hotel per la nostra ultima notte nei Paesi Baschi.

Giorno 14 – Venerdì 24 agosto

Al risveglio sentiamo che sta piovendo fortissimo. Menomale che il nostro giro in libertà a San Sebastian l’abbiamo fatto ieri! Dopo un’altra colazione luculliana partiamo alla volta di Cabo Higuer, che dista circa mezz’ora da qui. Non è niente di che, abbiamo visto punte sull’oceano davvero molto più affascinanti di questa. Anche Hondarribia dall’alto non ci ispira, e all’ingresso della cittadina ci accolgono solo grandi palazzi che sanno di classico turismo per famiglie.

Decidiamo allora di sacrificare la visita al centro storico scegliendo di goderci un po’ di più Pamplona, la prossima tappa (e l’ultima del nostro viaggio, ahimè). Ci arriviamo in un’ora e mezza. Siamo nella Navarra, i Paesi Baschi sono alle spalle. Anche il panorama è cambiato: non più scorci improvvisi sul mare, ma tanta campagna arsa dal sole, dove il colore dominante è il biondo intenso dei campi dove il frumento è già stato raccolto. Dall’autostrada arrivare in centro non è difficile, qualche chilometro e siamo in mezzo a bei palazzi, fontane e piazze colorate di fiori. L’hotel presso cui abbiamo prenotato una stanza è l’Avenida, proprio alle porte del centro. Alla reception ci consigliano di posteggiare la macchina nel loro parcheggio interno privato a 13€ al giorno: accettiamo, non abbiamo voglia di vagare alla ricerca di un altro parcheggio a pagamento con chissà quali tariffe (almeno 10€ al giorno). La camera (89€) è la più bella che abbiamo avuto durante tutta la vacanza: è praticamente una tripla, spaziosissima, arredamento nuovo, pulitissima. C’è anche il frigobar, così almeno mettiamo in fresco l’acqua che abbiamo acquistato durante il viaggio fino a qui.

Decidiamo di uscire per pranzo prima della siesta, sono le 13.30 e – anche se siamo ancora sazi dopo l’abbondante colazione di questa mattina – fino alle 20.30 (almeno) non mangeremo niente. In direzione del centro, camminando mi cade l’occhio sul menù esposto fuori dall’hotel Yoldi, a due minuti dal nostro alloggio: pranziamo bene con 22 euro a base di tonno alla piastra, calamari al nero con riso, due gelati, un caffè, acqua, birra. Mentre pranziamo, cerco su internet un ristorante per la cena. Ho voglia di fideua, questa è l’ultima sera e non voglio rinunciarci. Ci convince il menù del ristorante La Mar Salada, quindi telefono subito e prenoto un tavolo (non si mangia prima delle 21). Dopo la siesta in hotel, siamo pronti per andare alla scoperta del centro di Pamplona, che dista non più di dieci minuti a piedi. L’area è quasi interamente pedonalizzata, ed è davvero una gran bella cosa. Incappiamo in una bella statua dedicata all’Encierro, la tradizionale corsa con i tori che si svolge ogni anno in luglio per i festeggiamenti di San Fermìn. Sulla guida ho letto una bella descrizione approfondita su questa particolarissima tradizione, e devo dire che non è meno pericolosa della corrida, anzi. Dal 1924, anno in cui si è iniziato a tenere conto dei dati, sono morte 16 persone (o incornate dai tori, oppure pestate nella ressa, dai tori o dai corridori in fuga negli 825 metri di percorrenza della corsa). Distinguo un paio di strade in discesa che sono teatro dell’Encierro, su alcuni balconi c’è ancora la pubblicità per l’affitto (è sicuramente più sicuro osservare la corsa dall’alto di un balcone che non dalla strada…) durante i giorni di San Fermin. Arriviamo fino alla Cattedrale, che dà fuori non dà una buona impressione, dato che si caratterizza per una banale facciata neoclassica piuttosto anonima. L’interno invece lascia a bocca aperta: un gran bel gotico, ma la vera sorpresa è verso l’altare: qui, infatti, al centro della navata, tra le due colonne di banchi, c’è il mausoleo reale, che contiene le tombe – tra gli altri – di Donna Leonor di Navarra e suo marito Carlo III. Ora, a parte l’evidente omonimia con la nobile dama e il fatto che sulla lapide in latino in terra ci sia scritto chiaramente “Eleonora” e non “Leonor”, ciò che mi colpisce è la finezza con cui il doppio sarcofago è stato scolpito nel marmo. I due volti, ma specialmente quello di Leonor, sono stati splendidamente realizzati, e sulle mani lo scultore, un vero genio, è riuscito persino a mostrare le vene ancora pulsanti, come se i due coniugi fossero solamente immersi in un sonno tranquillo. Anche le quattro pareti del sarcofago, su cui poggiano le due figure sdraiate, con le mani giunte in preghiera, sono decorate in modo mirabile, con una lavorazione del marmo che davvero lascia sbigottiti. Ancora qualche foto e siamo pronti ad uscire, anche perché la Cattedrale chiuderà tra poco.

Camminiamo ancora un po’ nel quartiere vecchio, ci sono un sacco di giovani, seduti anche per terra, a chiacchierare, cantare e ridere bevendo qualcosa nelle tante birrerie e sidrerie della zona. Procediamo alla volta della Plaza de Toros, che all’esterno omaggia Ernest Hemingway, un grande estimatore della Spagna, della corrida, dell’Encierro e di Pamplona. Il ristorante che abbiamo prenotato è a pochi metri da qui. Arriviamo un po’ in anticipo, quindi ci accomodiamo al bar e beviamo due birre. Alle 21 chiedo notizie del tavolo, e veniamo accompagnati nel comedor, l’ampio locale dedicato agli avventori che pranzano o cenano qui, al di là dell’aperitivo. E’ l’ultima sera, quindi vogliamo concludere con una bella cena, e non lesiniamo sulla spesa: mangiamo piuttosto bene, scegliamo un piatto di prosciutto pregiatissimo Bellota, due porzioni di fideua con rana pescatrice e vongole, acqua, un dolce Cuajada, un caffè. Più che discreto, super il prosciutto, buona la fideua. Il conto è di 86,60€, includendo due birre di aperitivo e una bottiglia di vino Bornos frizzante. Torniamo in hotel un po’ tristi, Pamplona ci ha conquistati ma comunque una mezza giornata di visita è stata più che sufficiente per farcela amare.

Giorno 15 – Sabato 25 agosto

Facciamo colazione al bar di fronte all’hotel alle 8. Ci aspettano più di due ore e mezza per raggiungere l’aeroporto di Santander tornando verso San Sebastian, Bilbao e poi raggiungendo la Cantabria. Escludendo i Paesi Baschi, non abbiamo mai dovuto pagare l’autostrada, tra l’altro con un asfalto sempre liscio come l’olio. Durante la traversata, rivediamo l’oceano, e sappiamo che ci mancherà. All’aeroporto consegniamo l’auto al noleggio e ci incamminiamo verso le partenze.

Partire è un po’ morire, così si dice. È vero, ma è anche vero che qui ci abbiamo lasciato un pezzettino del nostro cuore. Abbiamo percorso 1.700 km, ma li rifaremmo anche domani.

Adios, España, hasta luego.

di superele1982 - pubblicato il