Poesia andalusa, Cordoba e Siviglia

"Escondida en su concha vive la perla y al fondo de los mares bajan por ella… No olvides nunca que lo que mucho vale mucho se busca." (nascosta nella sua conchiglia vive la perla e fino sul fondo del mare ...

  • di eloisa_v
    pubblicato il
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    Ritorno il
  • Viaggiatori: da solo
    Spesa: Fino a 500 euro
 

"Escondida en su concha vive la perla y al fondo de los mares bajan por ella... No olvides nunca que lo que mucho vale mucho se busca." (nascosta nella sua conchiglia vive la perla e fino sul fondo del mare si tuffano per lei... non dimenticare mai che ciò che vale molto per molto tempo lo si cerca) È il testo di un flamenco e parla di mare, di gioie e di cose preziose, di ricerca, di luce, di fatica.

L’Andalusia è flamenco, anche se a primo acchito parrebbe una enorme banalità; parrebbe riduttivo. E invece la parola flamenco, ora che l’ho sfiorata, per me significa ottomani, gitani, spagnoli, calore, sudore, fatica, mondi sconosciuti, luci, fiori, patii, chitarre, bar, caldo.

Molto caldo.

Mentre passeggio per le viuzze di Cordoba, immersa nel bianco della calce e dell’acciottolato, penso al caldo che fa. Siamo ad inizio giugno, a casa mia piove. Le case di Cordoba sono piene di suoni: gente che canta, canarini a cui scoppia il petto e che saltellando continuano a cantare in piccole gabbie posate sui davanzali ornate di azulejos, piastrelle colorate che qui ornano tutto; poi c’è il suono dell’acqua, miraggio nel caldo, che zampilla nelle fontane onnipresenti in ogni patio andaluso che si rispetti; attorno alle fontane par di sentire respirare le piante.

Le bungawilee sono enormi, spuntano dai muri all’improvviso con quel loro colore viola vivido e si tuffano dentro a vie e patii giocando con il bianco delle pareti, quasi a schernirlo della sua banalità.

Quanta musica.

C’e una radio; un canarino risponde, una chitarra fa eco ad entrambi. E poi, solo il rumore di una Fontana ed il silenzio della via laterale che decido di imboccare.

A Cordoba non ti perdi; è semplice: le vie accaldate sono quelle che tagliano il centro da sud a nord, dal fiume e dalla Mezquita su fino ai giardini Colòn; non vi è traccia di ombra da sud a nord. Le vie ombreggiate sono quelle che portano da est a ovest, dalle mura cittadine alla Plaza della Corredera. Naturalmente camminando conviene risalire da sud a nord come un serpente, strisciando nell’ombra delle calles che percorrono i quartieri vecchi da est a ovest, sfuggendo al picchiare del sole impietoso delle vie dirette.

In fondo le vie dirette non sono mai state le mie favorite. Preferisco arrivare piano piano alle cose, passando da vie laterali.

Sono ore che passeggio tra le vie, calando piano verso sud, avvicinandomi al fiume. Mi fermo spesso con la scusa di mangiare un boccone (sono partita da casa alle due di mattina ed ora sono le 12.00, la fame non è un’opinione), di provarmi una maglietta, di chiacchierare con un negoziante o un barista della qualità del jamón o ancora di bermi una birra. Ma il centro cittadino ed il suo quartiere ebraico non sono molto grandi. So che presto arriverò al fiume; presto la vedrò apparire con le sue mura decorate, gialle, mostruose e possenti come muscoli di dinosauro. La Mezquita è là dietro. Da anni la sogno, la accarezzo con il pensiero. Mi hanno raccontato di 1013 colonne visigote che giocano a trasformarsi in tronchi d’albero e che archi gialli e rossi creano un effetto di luci e forme ipnotiche. Voglio gustarmi l’approccio, mi voglio nascondere, annusare l’aria, sentire la sua presenza prima di vederla. L’aumentare delle baracchine di venditori di scarpe da flamenco a pois, ventagli, monili, borse in cuoio mi fa capire che mi ci sto pericolosamente avvicinando. Cadrò tra le sue fauci all’improvviso. Mi preparo... sbircio dietro l’angolo... Eccola.

L’entrata principale mi attende, mi invita. Resisto. Le vie dirette non sono sempre le migliori. Non oggi. Penso a mio padre e mi commuovo un poco. A lui piaceva tanto l’idea di archi e ritmi di luci ed ombre che regolano questo capolavoro di architettura. Ne parlavamo ogni tanto. Almeno, lui me ne parlava. Una delle ultime volte che mi ha raccontato della Mezquita è stato leggendomi un testo che aveva scritto sotto ad un sole greco, mentre le palme ed il vento gli scuotevano le idee nella testa. Ora quel testo, assieme ad alcuni altri è qui con me. Il mio babbo invece se l’è portato via il vento. Ho bisogno di parlargli perché mi manca; venire qui è una maniera come un’altra per parlare con lui. So che è qui, Stonehenge è troppo lontana e fa ancora freddo lassù. Amava Stonehenge ma non amava il freddo, il babbo. Gli piacevano le camicie di lino leggere e le maglie a righe come i marinai; i sandali ed i pantaloni larghi che si divertiva a tirare su fin sopra la pancia per farci ridere quando eravamo piccole

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