La rotta delle spezie...

Viaggio fai da te nei luoghi simbolo di tre Paesi del Sud Est Asiatico

  • di giubren
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

Di nuovo a Singapore, dopo quasi 23 anni. L’isola-stato non è poi così cambiata, sempre efficiente e ben organizzata, con un clima umido e soffocante… il taxi attraversa rapidamente le strade che dall’aeroporto internazionale di Changi conducono in centro, precisamente al quartiere di Chinatown dove abbiamo deciso inizialmente di alloggiare. La circolazione ordinata, le aiuole curate dello spartitraffico ed una vegetazione lussureggiante sono le prime immagini che sfrecciano dal finestrino e che subito evidenziano il notevole livello di benessere raggiunto da Singapore, una delle economie rampanti dell’Asia. Il profilo dei grattacieli a Marina Bay ed i nuovi edifici avveniristici e dall’architettura d’avanguardia compaiono ben presto all’orizzonte… scendiamo nei pressi della strada pedonale di Trengganu, dove si trova il nostro Hotel all’interno di un edificio tradizionale che un tempo ospitava un teatro di Opera Classica Cinese. La hall è estremamente spaziosa, le luci soffuse delle lanterne ed i velluti rosso porpora creano un’atmosfera esotica e rilassante. La stanza si affaccia sulle strade brulicanti di Chinatown, che verso sera sono ancora più affollate grazie alla presenza del mercato notturno e della moltitudine di ristoranti e bancarelle di cibo di strada, estremamente economici rispetto alla media. Il quartiere ha conservato lo stile eclettico delle vecchie shop-house dove la comunità cinese gestiva al piano inferiore le attività commerciali, riservando i piani superiori all’uso abitativo.

Nell’Heritage Museum è possibile ripercorrere la storia del quartiere che gli inglesi vollero riservare alla comunità cinese e che si suddivise in ulteriori zone a seconda della provenienza regionale e del dialetto parlato dagli immigrati. Particolarmente interessanti sono le ricostruzioni delle abitazioni, delle botteghe e delle strade che testimoniano le dure condizioni di vita degli abitanti fino agli anni ’60.

Singapore è senz’altro un riuscito esperimento di convivenza tra popoli con origini e religioni diverse anche se è decisamente prevalente il numero di abitanti di etnia han (circa l’80% del totale...): proprio per questo la Federazione Malese, subito dopo aver raggiunto l’indipendenza dalla Gran Bretagna, preferì che l’isola diventasse uno Stato a sé stante per garantire sul proprio territorio una maggiore omogeneità etnico-linguistica.

Le lingue ufficiali sono quattro: l’inglese, ereditata dagli antichi coloni, è senz’altro la principale, venendo insegnata obbligatoriamente a tutti nelle scuole. Gli studenti possono scegliere l’insegnamento di una delle altre 3 lingue ufficiali del Paese, perciò è il cinese mandarino quella più richiesta rispetto al Tamil (degli abitanti di origine indiana) ed al malese (della residua popolazione autoctona di religione islamica).

Singapore, assieme agli altri “Straits Settlements”, aveva una notevole importanza strategica perché, assieme alle città di Malacca e di Penang, permetteva agli inglesi di controllare la rotta delle spezie ed il traffico mercantile tra l’Europa, l’India e la Cina. Trattandosi di importanti zone di passaggio, molti furono i mercanti che decisero di trasferirsi stabilmente in queste terre; alcuni di essi decisero di integrarsi con la popolazione locale dando origine alla cultura “Peranakan” (dalla parola malese che intende indicare i figli delle coppie miste). In particolare, dalle unioni tra mercanti cinesi e donne malesi prosperarono le cosiddette famiglie Baba & Nonya: nelle ricche case che sono aperte al pubblico come musei (Baba House, Peranakan Museum) e che risalgono all’800, si evidenziano abitudini di vita frutto della fusione della millenaria cultura cinese con quella locale e di origine europea

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