Slow tour in terra sicula

Emozionante viaggio nel Parco dei Nebrodi… un tesoro di biodiversità, paesaggi e tradizioni

Un’altra caratteristica che balza all’occhio è che da queste parti si allevano animali semi-liberi e, soprattutto, tutti assieme: bovini e ovini pascolano mescolati. Non ci sono grandi strade, ma piuttosto stradine molto contorte che si arrampicano sulle colline. Semmai qualcuno cercasse una ambientazione “arcadica”, qui l’ha trovata, quindi è una zona da visitare andando in giro, in macchina, senza una meta precisa, gustando un paesaggio unico.

LA VUTURUNA

I Nebrodi hanno tanti aspetti naturali, che significano tanti habitat diversi, quindi molta fauna selvatica. Pare siano il paradiso degli uccelli: ce ne sono circa 150 specie, a cominciare da falchi e aquile. Ma il signore del cielo dei Nebrodi era la vuturuna, nome dialettale per indicare il grifone. Non si può dire che sia bello e simpatico: è grandissimo (tre metri di apertura alare, un metro di altezza e arriva a 10 chi-logrammi di peso). Vive volentieri vicino a pascoli con animali, perché non è un predatore, non ha artigli per catturare animali vivi e si ciba dei cadaveri. Ha un collo lungo e spelacchiato, un becco robusto e tagliente e campa anche 30 o 50 anni, fa il nido sulle rocce alte, depone un uovo l’anno e si accoppia nel periodo invernale. A causa dei bocconi avvelenati contro le volpi, i grifoni erano quasi scomparsi (questo fenomeno l’ho visto in tanti altri posti, a cominciare dalla Sardegna). Qui sui Nebrodi, nell’area delle Rocche del Crasto, il massiccio montuoso calcareo (e quindi aspro e scosceso), tra i paesi di Alcara Li Fusi e Longi, dalle ampie distese con pochi alberi e pascoli bradi e pareti a strapiombo ricche di cavità, è la zona ideale per il ripopolamento. Hanno importato esemplari dalla Spagna e i grifoni hanno ricominciato a nidificare: oggi ce ne sono circa 130. Hanno una funzione speciale, da spazzini dell’ambiente, perché mangiano appunto gli animali morti. Solo in inverno bisogna preoccuparsi di nutrirli, fornendo loro “carnai”, cioè scarti di macello. Dalla Sicilia pare che stiano ripopolando anche altre zone appenniniche, fino all’Abruzzo. Sono importanti, perché rappresentano anche e soprattutto un’attrattiva turistica.

IL SUINO NERO

Stanno sugli Appennini meridionali, e quindi anche qui in Sicilia, fin dai tempi antichissimi, portati dai Greci e dai Cartaginesi, ma forse sono sempre stati qui, da quasi 3.000 anni, più autoctoni di tutti. A un certo punto sono stati dei “perseguitati politici” per motivi religiosi, dagli Arabi, che li ritenevano impuri. Anche nel secolo scorso hanno subito pesanti pregiudizi di natura alimentare-salutistica. Ma recentemente sono stati riabilitati. Sto parlando dei maialini neri, del famoso Suino Nero dei Nebrodi. Il suino nero italiano, piccolo, irsuto, agile popola da sempre i nostri territori: la Cinta Senese o il Suino nero calabrese sono più o meno parenti col Suino nero dei Nebrodi. Anche loro, come l’Impero Romano, hanno dovuto fronteggiare qualche decennio fa la calata dei Barbari dal Nord, le famose razze Large White o Duroc che arrivano dal Nord-Europa, più grandi, più produttive, molto più pesanti, che ormai li hanno soppiantati negli allevamenti intensivi. Del suino nero si diceva, fino a qualche anno fa, che paradossalmente era più grasso dei cugini nordici, che in realtà sono molto più grossi. Il problema è che il piccolo suino nero ha uno strato di grasso più spesso, ma poi si è scoperto che si tratta di grasso “buono”, che fa meno male degli altri (ha un contenuto maggiore se non prevalente di colesterolo HDL, cosiddetto “buono”). E poiché produce salumi tipici e soprattutto vive allo stato brado o semi-brado, il suino nero italiano è stato riscoperto e rivalutato. Il Nero Siciliano è attualmente una razza ufficialmente riconosciuta e, sui Nebrodi, ce ne sono oggi 30.000 capi. Sono rustici, quasi selvatici, molto resistenti al clima e campano con poco. Io, con la troupe della Rai, sono andato nella zona di Caronia, nella provincia di Messina, in un’area di colline e boschi, vicino al mare. Un maialone rosa allevato al Nord raggiunge il peso di macellazione in sei mesi, mentre un suino nero allevato allo stato brado, che mangia quel che trova nel bosco, ci mette tre volte di più, ma in compenso produce salumi speciali. Sant’Angelo di Brolo, sempre in provincia di Messina, è il paese famoso per l’arte della norcineria

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