Slow tour in terra sicula

Emozionante viaggio nel Parco dei Nebrodi… un tesoro di biodiversità, paesaggi e tradizioni

 

Durante i miei frequenti viaggi in giro per l’Italia mi è capitato di toccare spesso zone appennini­che, che mi hanno riservato grandi sorprese. Si pensa, infatti, agli Appennini come zone marginali, distanti da tutto, depresse, prive di attrattive. Se le Alpi sono sinonimo di “montagna”, di bellezza e di turismo, gli Appennini viceversa soffro­no di una sorta di complesso di inferiorità, in termini paesaggistici e naturalistici. Invece non è vero affatto. Innanzitutto gli Appennini rappresentano una gran parte del nostro territorio, molto più grande delle Alpi. Cominciano, in pratica, in Liguria, in Val Bormida, e arrivano a Reggio Calabria e anche oltre, in Sicilia: una catena montuosa ininterrotta di più di 1.500 chilometri. A volte rappresentano una fascia sottile di 30 chilometri, ma arrivano anche a una larghezza di 200, quindi rappresentano il grosso del nostro territorio. E posso assicurarvi che rappresentano un tesoro di biodiversità, paesaggi e tradizioni. E non potrebbe essere altrimenti: immaginate una scacchiera di tante valli, diverse fra loro per altez­za, orientamento, latitudine. Quindi cambia il clima, cambia la vegetazione, ma cambiano anche le colture, le tradizioni, la lingua, la cucina. Insomma: rappresentano esattamente la ricchezza dello “slow tour” italiano. Avendo avuto il privilegio di vedere tanti luoghi appenninici dall’alto, ho potuto verificare che il nostro territorio, che dal basso ci appare molto antropizzato e spesso rovinato, in re­altà – per merito degli Appennini – è ancora molto vergine e selvaggio. Per fortuna attorno alle cime appenniniche ci sono ancora centinaia di ettari di bosco, pascoli alti, zone in cui l’uo­mo arriva in punta di piedi, rispettando l’ambiente. L’uomo, in Appennino, “fa più fatica”: spesso deve combattere contro una viabilità difficile, pochi servizi. E, infatti, una minaccia per gli Appennini è l’abbandono, che non è mai una bella cosa per l’equilibrio della natura: la mano dell’uomo, se rispetta alcune regole di fondo, è positiva. Coltivare la terra in Appennino è difficile, ma i prodotti che vengono sono particolari, spesso speciali. Come del resto le tradizioni che si conservano.

I NEBRODI

L’ultimo tratto appenninico è quello siciliano, dove gli Appennini – da Est a Ovest – prendono appunto il nome di Monti Peloritani, poi Nebrodi e Madonie. A me è capitato recentemente di visitare i Nebrodi. Il nome deriva da nebros, che vuol dire cerbiatto, che una volta popolava queste montagne. Partono dalla costa del Tirreno e arrivano fino all’Etna, e toccano le provincie di Messina, Catania ed Enna. Rappresentano un paesaggio incredibile, sempre diverso. Non è un caso: è la loro geologia a essere diversa e, quindi, a offrire una gran biodiversità. Laddove il terreno è argilloso, e magari ben esposto, ci sono colline dolci, con una vegetazione molto rigogliosa e campi agricoli incredibilmente fertili. Poi, magari, il terreno diventa calcareo, più spigoloso e roccioso, tipo le Rocche del Crasto o il Monte Soro, alto più di 1.800 metri. E soprattutto è una terra benedetta dall’acqua: fiumi, torrenti, laghi e laghetti. E dove non ci sono i campi coltivati c’è bosco. Dal mare verso la montagna, ci sono diverse fasce di vegetazione, dalla macchia mediterranea alle querce, fino ai pini e ai castagni e – più in alto – ai faggi e ai prati. Si capisce bene che questo territorio così vario, con un clima buono, produce... tutto. Sembra un giardino, una sorta di “catalogo” di biodiversità: si va dagli agrumeti vicino al mare, poi olivi e noccioli, quindi nelle zone pianeggianti campi coltivati e vite. E tanti animali sui pascoli. Animali che vivono allo stato semibrado, che quindi non solo sono belli da vedere – il massimo del “bucolico” – ma garantiscono anche prodotti di grande qualità e genuinità (carne, formaggi, insaccati)

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