Slow tour in terra sicula

di Patrizio Roversi - pubblicato il

Durante i miei frequenti viaggi in giro per l’Italia mi è capitato di toccare spesso zone appennini­che, che mi hanno riservato grandi sorprese. Si pensa, infatti, agli Appennini come zone marginali, distanti da tutto, depresse, prive di attrattive. Se le Alpi sono sinonimo di “montagna”, di bellezza e di turismo, gli Appennini viceversa soffro­no di una sorta di complesso di inferiorità, in termini paesaggistici e naturalistici. Invece non è vero affatto. Innanzitutto gli Appennini rappresentano una gran parte del nostro territorio, molto più grande delle Alpi. Cominciano, in pratica, in Liguria, in Val Bormida, e arrivano a Reggio Calabria e anche oltre, in Sicilia: una catena montuosa ininterrotta di più di 1.500 chilometri. A volte rappresentano una fascia sottile di 30 chilometri, ma arrivano anche a una larghezza di 200, quindi rappresentano il grosso del nostro territorio. E posso assicurarvi che rappresentano un tesoro di biodiversità, paesaggi e tradizioni. E non potrebbe essere altrimenti: immaginate una scacchiera di tante valli, diverse fra loro per altez­za, orientamento, latitudine. Quindi cambia il clima, cambia la vegetazione, ma cambiano anche le colture, le tradizioni, la lingua, la cucina. Insomma: rappresentano esattamente la ricchezza dello “slow tour” italiano. Avendo avuto il privilegio di vedere tanti luoghi appenninici dall’alto, ho potuto verificare che il nostro territorio, che dal basso ci appare molto antropizzato e spesso rovinato, in re­altà – per merito degli Appennini – è ancora molto vergine e selvaggio. Per fortuna attorno alle cime appenniniche ci sono ancora centinaia di ettari di bosco, pascoli alti, zone in cui l’uo­mo arriva in punta di piedi, rispettando l’ambiente. L’uomo, in Appennino, “fa più fatica”: spesso deve combattere contro una viabilità difficile, pochi servizi. E, infatti, una minaccia per gli Appennini è l’abbandono, che non è mai una bella cosa per l’equilibrio della natura: la mano dell’uomo, se rispetta alcune regole di fondo, è positiva. Coltivare la terra in Appennino è difficile, ma i prodotti che vengono sono particolari, spesso speciali. Come del resto le tradizioni che si conservano.

I NEBRODI

L’ultimo tratto appenninico è quello siciliano, dove gli Appennini – da Est a Ovest – prendono appunto il nome di Monti Peloritani, poi Nebrodi e Madonie. A me è capitato recentemente di visitare i Nebrodi. Il nome deriva da nebros, che vuol dire cerbiatto, che una volta popolava queste montagne. Partono dalla costa del Tirreno e arrivano fino all’Etna, e toccano le provincie di Messina, Catania ed Enna. Rappresentano un paesaggio incredibile, sempre diverso. Non è un caso: è la loro geologia a essere diversa e, quindi, a offrire una gran biodiversità. Laddove il terreno è argilloso, e magari ben esposto, ci sono colline dolci, con una vegetazione molto rigogliosa e campi agricoli incredibilmente fertili. Poi, magari, il terreno diventa calcareo, più spigoloso e roccioso, tipo le Rocche del Crasto o il Monte Soro, alto più di 1.800 metri. E soprattutto è una terra benedetta dall’acqua: fiumi, torrenti, laghi e laghetti. E dove non ci sono i campi coltivati c’è bosco. Dal mare verso la montagna, ci sono diverse fasce di vegetazione, dalla macchia mediterranea alle querce, fino ai pini e ai castagni e – più in alto – ai faggi e ai prati. Si capisce bene che questo territorio così vario, con un clima buono, produce... tutto. Sembra un giardino, una sorta di “catalogo” di biodiversità: si va dagli agrumeti vicino al mare, poi olivi e noccioli, quindi nelle zone pianeggianti campi coltivati e vite. E tanti animali sui pascoli. Animali che vivono allo stato semibrado, che quindi non solo sono belli da vedere – il massimo del “bucolico” – ma garantiscono anche prodotti di grande qualità e genuinità (carne, formaggi, insaccati). Un’altra caratteristica che balza all’occhio è che da queste parti si allevano animali semi-liberi e, soprattutto, tutti assieme: bovini e ovini pascolano mescolati. Non ci sono grandi strade, ma piuttosto stradine molto contorte che si arrampicano sulle colline. Semmai qualcuno cercasse una ambientazione “arcadica”, qui l’ha trovata, quindi è una zona da visitare andando in giro, in macchina, senza una meta precisa, gustando un paesaggio unico.

LA VUTURUNA

I Nebrodi hanno tanti aspetti naturali, che significano tanti habitat diversi, quindi molta fauna selvatica. Pare siano il paradiso degli uccelli: ce ne sono circa 150 specie, a cominciare da falchi e aquile. Ma il signore del cielo dei Nebrodi era la vuturuna, nome dialettale per indicare il grifone. Non si può dire che sia bello e simpatico: è grandissimo (tre metri di apertura alare, un metro di altezza e arriva a 10 chi-logrammi di peso). Vive volentieri vicino a pascoli con animali, perché non è un predatore, non ha artigli per catturare animali vivi e si ciba dei cadaveri. Ha un collo lungo e spelacchiato, un becco robusto e tagliente e campa anche 30 o 50 anni, fa il nido sulle rocce alte, depone un uovo l’anno e si accoppia nel periodo invernale. A causa dei bocconi avvelenati contro le volpi, i grifoni erano quasi scomparsi (questo fenomeno l’ho visto in tanti altri posti, a cominciare dalla Sardegna). Qui sui Nebrodi, nell’area delle Rocche del Crasto, il massiccio montuoso calcareo (e quindi aspro e scosceso), tra i paesi di Alcara Li Fusi e Longi, dalle ampie distese con pochi alberi e pascoli bradi e pareti a strapiombo ricche di cavità, è la zona ideale per il ripopolamento. Hanno importato esemplari dalla Spagna e i grifoni hanno ricominciato a nidificare: oggi ce ne sono circa 130. Hanno una funzione speciale, da spazzini dell’ambiente, perché mangiano appunto gli animali morti. Solo in inverno bisogna preoccuparsi di nutrirli, fornendo loro “carnai”, cioè scarti di macello. Dalla Sicilia pare che stiano ripopolando anche altre zone appenniniche, fino all’Abruzzo. Sono importanti, perché rappresentano anche e soprattutto un’attrattiva turistica.

IL SUINO NERO

Stanno sugli Appennini meridionali, e quindi anche qui in Sicilia, fin dai tempi antichissimi, portati dai Greci e dai Cartaginesi, ma forse sono sempre stati qui, da quasi 3.000 anni, più autoctoni di tutti. A un certo punto sono stati dei “perseguitati politici” per motivi religiosi, dagli Arabi, che li ritenevano impuri. Anche nel secolo scorso hanno subito pesanti pregiudizi di natura alimentare-salutistica. Ma recentemente sono stati riabilitati. Sto parlando dei maialini neri, del famoso Suino Nero dei Nebrodi. Il suino nero italiano, piccolo, irsuto, agile popola da sempre i nostri territori: la Cinta Senese o il Suino nero calabrese sono più o meno parenti col Suino nero dei Nebrodi. Anche loro, come l’Impero Romano, hanno dovuto fronteggiare qualche decennio fa la calata dei Barbari dal Nord, le famose razze Large White o Duroc che arrivano dal Nord-Europa, più grandi, più produttive, molto più pesanti, che ormai li hanno soppiantati negli allevamenti intensivi. Del suino nero si diceva, fino a qualche anno fa, che paradossalmente era più grasso dei cugini nordici, che in realtà sono molto più grossi. Il problema è che il piccolo suino nero ha uno strato di grasso più spesso, ma poi si è scoperto che si tratta di grasso “buono”, che fa meno male degli altri (ha un contenuto maggiore se non prevalente di colesterolo HDL, cosiddetto “buono”). E poiché produce salumi tipici e soprattutto vive allo stato brado o semi-brado, il suino nero italiano è stato riscoperto e rivalutato. Il Nero Siciliano è attualmente una razza ufficialmente riconosciuta e, sui Nebrodi, ce ne sono oggi 30.000 capi. Sono rustici, quasi selvatici, molto resistenti al clima e campano con poco. Io, con la troupe della Rai, sono andato nella zona di Caronia, nella provincia di Messina, in un’area di colline e boschi, vicino al mare. Un maialone rosa allevato al Nord raggiunge il peso di macellazione in sei mesi, mentre un suino nero allevato allo stato brado, che mangia quel che trova nel bosco, ci mette tre volte di più, ma in compenso produce salumi speciali. Sant’Angelo di Brolo, sempre in provincia di Messina, è il paese famoso per l’arte della norcineria.

IL SALAME IGP

Siamo in una valle incastrata tra il mare e le montagne. Sant’Angelo è un paese antico, sembra sia stato fondato addirittura dai Romani, anche se si è sviluppato grazie al Monastero di S. Michele Arcangelo, di epoca bizantina. Brolo significa campo coltivato, quindi qui la vocazione del territorio è da sempre agricola. Qui si trovano una decina di salumifici, grandi e piccoli. E come al solito entrano in ballo le tantissime dominazioni che ha subito la Sicilia, ognuna delle quali ha lasciato qualche cosa: la tradizione del maiale è certamente merito dei Normanni, che hanno riabilitato la carne suina dopo gli Arabi, cioè dopo il 1.000-1.100. Sant’Angelo è diventato specializzato nella lavorazione della carne di maiale, e l’ha sempre esportata verso l’interno dell’Isola, con grande guadagno per gli allevatori/agricoltori/norcini. Qui oggi si produce il famoso Salame di Sant’Angelo IGP e, naturalmente, sulla tradizione ha influito il microclima della vallata, perfetto per stagionare i salumi: temperatura umida costante tutto l’anno e incontro di correnti d’aria provenienti sia dal mare sia dalla montagna. Il disciplinare dell’IGP, dal 2008, recita: “Il salame di Sant’Angelo IGP è ottenuto da carni fresche di suini utilizzando soltanto le parti nobili di coscia, lonza, filetto, spalla, coppa e pancettone, tagliati a punta di coltello. L’impasto, a grana grossa e rustica composto per l’80% da carne magra, viene condito con sale marino e pepe nero in grani e insaccato in budelli naturali. La stagionatura varia a seconda della pezzatura: dai 30 giorni fino ai 100 giorni. La carne viene prima triturata manualmente con il metodo chiamato "a punta di coltello" fino a farne dei cubetti, poi impastata con sale marino, pepe nero in grani e nitrato di potassio in appositi macchinari. A questo punto il salame viene insaccato in un budello naturale, legato e fatto asciugare e stagionare in locali appositi che sfruttano le condizioni climatiche della zona”. Amen.

A SAN FRATELLO…

C’eravamo già stati, con Syusy, in occasione delle celebrazioni pasquali. Questa zona della Sicilia è ricchissima di tradizioni popolari, che non sono affatto semplice folclore. Io-Patrizio ero stato a Enna, a documentare la processione delle antiche Confraternite incappucciate, un rito che deriva dalla dominazione spagnola del 1500. Syusy, invece, era venuta proprio qui a San Fratello, a raccontare la festa dei Giudei del Venerdì Santo, una tradizione ancora più antica e medioevale, in cui “bande” mascherate, con masche­re appunto terrificanti con lingue lun­ghe, “diavoli” vestiti di rosso e dotati di trombe disturbano la processione perché rappresentano coloro che cro­cifissero Gesù. Ma tra le tradizioni di San Fratello, c’è anche quella del ca­vallo Sanfratellano: una razza che vi­ve ancora allo stato semi-brado. Anco­ra una volta lascito di una dominazio­ne: questa volta dei Longobardi, che arrivarono qui dopo il 1000 e fecero ac­coppiare i loro cavalli coi quelli autoc­toni. La Sicilia è tutta una storia di ibri­dazioni fra quello che si trova qui da sempre e quello che è arrivato da fuo­ri... E riguardo alle origini del cavallo locale, c’è chi sostiene che deriva an­che dall’incrocio di cavalli abbandona­ti in queste zone dai Crociati, che poi si imbarcavano per la Terra Santa: cioè cavalli spagnoli, inglesi, maremmani, ungheresi, ma anche asiatici che poi i Crociati riportarono al ritorno. Oggi di esemplari di Sanfratellano ce ne sono circa 1.200. Come del resto il maiale di queste zone, anche il cavallo Sanfratellano non è molto alto, è nero, è ru­stico e si adatta a tutti i territori e a una alimentazione spartana e essenziale. È importante per noi turisti perché è buono e adatto all’ippo-turismo. E in questo senso è una grande risorsa per il Parco dei Nebrodi. Già... non abbia­mo ancora parlato del Parco, che vice­versa è il punto centrale del territorio.

IL PARCO

Nel 1993 è stato istituito il Parco re­gionale dei Nebrodi, il più grande dei parchi siciliani che si estende per oltre 87mila ettari e comprende 23 comuni, tra le province di Messina, Catania e Enna. È il traino per lo sviluppo di tutta la zona e ne conserva la bellezza naturale e non solo: sviluppa le attività produttive eco-compatibili e, per quanto riguarda noi turisti, organizza l'accoglienza. A proposito del Parco, io ho incontrato Giuseppe Antoci. Lavora in Banca e come “secondo lavoro”, dal 2013, fa il Presidente del Parco (è anche Presidente regionale di Federparchi, la Federazione Italiana Parchi e Riserve Naturali). Un lavoro impegnativo che, in realtà, gli rende ben poco, ma in compenso gli ha reso la vita molto difficile: attualmente vive sotto scorta e la sua casa è presidiata dall’esercito. È una delle personalità più protette della Sicilia e quindi d’Europa. Ma cosa ha fatto? Non è semplice da spiegare, ma in compenso è una storia molto interessante. Prima di Antoci, il Parco era stato commissariato per anni, durante i quali la mafia aveva messo le mani su una risorsa incredibilmente ricca: i contributi europei e regionali all’agri­coltura. Funzionava così: il Parco metteva all’asta dei terreni demaniali coltivabili, da affittare. La mafia intimidiva e minacciava chiunque intendesse partecipare, e si aggiudicava le aste a bassissimo prezzo – anche 30 euro ad ettaro! – proprio perché nessuno partecipava. A quel punto i mafiosi avevano diritto a un sacco di diversi contributi, che rappresentavano un’entrata “pulita” e ufficiale con la quale investire in altre attività, che a loro volta servivano a ripulire denaro sporco derivante da attività illecite. Ma – direte voi – non era necessario un certificato antimafia per accedere alle gare? No, fino a un valore di affitti di 150.000 euro non serviva. Arriva Antoci e, semplicemente, rende obbligatoria l’antimafia anche per valori molto inferiori. Automaticamente 4.200 ettari di terreni in affitto vengono revocati. La mafia perde un affare enorme: infatti, tra i vari contributi, un ettaro può arrivare a rendere anche a 1.500 euro all’anno. La mafia in questo modo perde milioni di euro. E soprattutto non ha più mano libera per commettere altri reati, soprattutto il furto di bestiame che permetteva di superare controlli e creare macelli clandestini. Il 16 maggio del 2016 Antoci ha subito un attentato gravissimo, dal quale si è salvato quasi per miracolo.

GIUSEPPE ANTOCI

Seduti al Bar, con il suo caposcorta, mentre altri quattro uomini presidiano la piazza, in piedi, e controllano tutto quello che ci succede attorno, è lui stesso che racconta come è andata. A Cesarò, la sede del Parco, si era conclusa una manifestazione e Antoci parte, con la macchina blindata e la scorta, per tornare a casa. Il suo amico caposcorta poliziotto lo saluta e resta un po' in giro. Si guarda attorno e vede strani movimenti: c’erano in giro molti mafiosi. Subodora qualche cosa. All’inizio pensa che si stia organizzando un colpo contro un onorevole locale, poi scarta l’ipotesi: l’onorevole era stato “avvertito” e minacciato solo qualche giorno prima, troppo presto perché si organizzi ai suoi danni un attentato. Sa ovviamente che Antoci era stato minacciato, assieme al governatore Crocetta che l’aveva nominato contro il parere di molti. E gli viene un dubbio, allora sale su una macchina “normale”, cioè non segnalata e nota alla mafia, chiama un collega in servizio e si mette a inseguire la macchina di Antoci, spinto da un presentimento. I mafiosi non notano la macchina, non la conoscono e non la segnalano ai loro complici. Il poliziotto preme sull’acceleratore, lungo le stradine di montagna, e, quando arriva a ridosso della macchina di Antoci, trova la seguente scena: la macchina è ferma, bloccata da una serie di massi. I mafiosi hanno sparato alle gomme dell’auto blindata e stanno per lanciare delle molotov per bruciarla e quindi costringere gli occupanti a scendere e a essere uccisi, o a morire soffocati all’interno. I “nostri” arrivano in tempo per sparare all’impazzata e sorprendere i killer mettendoli in fuga. Sembra uno sceneggiato televisivo, invece nella Sicilia di oggi è tutto vero. Parlare con Giuseppe Antoci e con la sua scorta è stato emozionante, istruttivo: un bagno di realtà. Chiedergli cosa prova, come vive, perché lo fa e sentirsi dare risposte “normali”, dettate da una filosofia dell’etica quotidiana, senza retorica, è stata una delle esperienza più toccanti della mia vita.

CONCLUSIONE

Antoci, con la regione, ha definito un Protocollo di legalità che presto diventerà legge ed è stato poi esteso a tutti gli Enti regionali. Oggi le aziende certificate all’interno del Parco sono quasi trenta. Oltre alla certificazione antimafia per le aziende, è stato creato, alla fine del 2016, il marchio Nebrodi-Sicily, che è un attestato di qualità dei prodotti, e anche di trasparenza per chi produce e fa offerta turistica ed enogastronomica all’interno dell’area protetta del Parco. E oggi tanti comuni hanno chiesto di entrarne a far parte, mentre di solito preferiscono uscire dalle aree protette per i vincoli che pongono. Antoci è molto fiero di questo. Il Parco dei Nebrodi, lo ripeto, è un posto bellissimo: è la più grande area protetta della Sicilia, ci sono laghi, cascate (da non perdere quella del Catafurco) boschi secolari come la Tassita (uno degli ultimi boschi di tassi, alberi dell’era terziaria, presenti in Europa) . E non è l’unico parco in Sicilia (ce ne sono 4 regionali, 70 riserve naturali, 6 aree marine protette, 200 siti di interesse comunitario e 30 zone di protezione speciale). Noi turisti possiamo rappresentiamo una grandissima risorsa per questa terra e possiamo/dobbiamo fare la nostra parte, stando attenti a dove andiamo, valorizzando iniziative come queste.

Patrizio

di Patrizio Roversi - pubblicato il
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