Hajde da se volimo, Balcani 2007

"To, to, to je to, hajmo svi da igramo, to, to, to je to, hajde da se volimo…", questo ritornello mi si toglierà dalla testa con molta difficoltà: da quando l’ho sentito cantare dalla procace Lepa Brena, mi si è ...

  • di Costanzo
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: da solo
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

"To, to, to je to, hajmo svi da igramo, to, to, to je to, hajde da se volimo...", questo ritornello mi si toglierà dalla testa con molta difficoltà: da quando l’ho sentito cantare dalla procace Lepa Brena, mi si è fissato nella zucca e risuona a ripetizione. Ma procediamo con ordine.

La decisione più azzeccata di tutto viaggio è stata prendere il volo Ryanair Roma-Treviso e il pullman per Mestre: 21 euri in tutto, contro i 51 che avrei speso con le Ferrovie. Poi, da Mestre parte il treno per Zagabria, la prima semitappa del viaggio. Il vagone su cui salgo non è molto comodo per passarci la notte perché ha le poltroncine che non si allungano; in più davanti a me è seduto un ragazzo croato dalle gambe enormi: prevedo una notte turbolenta. Quando arriviamo alla frontiera di Villa Opicina, il treno ha un ritardo di tre quarti d’ora. Alle cinque e mezza di mattina si giunge a Zagabria. L’ora e mezza di ritardo accumulato mi è utile: in questo modo c’è qualche speranza in più che la biglietteria sia aperta, devo comprare il biglietto per Sarajevo: il treno parte alle 8h40. È aperta, faccio il biglietto, con gli spicci del resto mi piglio un caffè alla macchinetta automatica, deposito i bagagli nell’armadietto e mi faccio un giro rapido nell’alba di Zagabria. Alle 8 e poco più torno in stazione.

Il mio treno è già sul binario. Salgo, vagone fumatori: evvai! Che bello, qui in Croazia non sono ancóra arrivati i talebani antifumo! Entro nel secondo scompartimento e spero di restare solo il più possibile per sdraiarmi un po’ e fare un supplemento sonno. Tre signori anziani, però, mi stroncano la pennichella: entrano, si siedono e il treno parte.

Dai finestrini scorre la campagna croata: qualche boschetto e tanta terra coltivata e un po’ bruciacchiata dal sole. Già, il sole è caldo e il tepore comincia a farsi sentire. Alla frontiera il treno si arresta e allo scompartimento si affaccia un poliziotto col sorriso a trentadue denti, chiede i documenti, glieli diamo: io gli do il mio passaporto, lui lo apre, guarda la foto, ci mette il timbro di uscita, saluta e se ne va. Che bello, il primo timbro su questo passaporto: quest’anno voglio farne una scorpacciata! Poco dopo si sente la voce di una tipa che urla qualcosa, la gente risponde "Ne!", arriva da noi, riurla ‘sta cosa, i vecchietti rispondono "Ne!", lo dico anch’io per solidarietà, tanto vuol dire no, non dovrebbe essere compromettente; la doganiera risponde qualcosa che fa ridere i miei vicini e se ne va. Ma che simpatici i doganieri croati! Poi passano i Bosniaci anch’essi sorridenti, ma non mettono il timbro: peccato! Ora siamo in Bosnia Erzegovina. Il Paese è uno stato federale, diviso in due entità distinte: la “Federazione di Bosnia ed Erzegovina” dove la popolazione è per metà croata (di religione cattolica) e per metà bosniaca (di religione islamica), e la “Repubblica Serba”, abitata da Serbi e di religione ortodossa. Il treno sta passando nel territorio della Republika Srpska: le indicazioni stradali sono scritte in Cirillico, nei paesini che si vedono dalla ferrovia ci sono chiesine ortodosse. Il treno si ferma molto spesso e i tre vecchietti scendono. Finalmente, spero di potermi sdraiare un po’: giusto il tempo di arrivare alla fermata successiva, che salgono altri passeggeri. Ad infilarsi del mio scompartimento sono un poliziotto serbo-bosniaco con tanto di pistola bene in vista e un suo amico. Parlano fitto fitto, l’unica cosa che capisco è “Srpsk, srpska” (serbo, serba): direi che parlano di qualcosa legato alla politica, e lo fanno con la faccia abbastanza truce: bah, speriamo bene. Qualche fermata dopo, scendono e vengono sostituiti da altri due signori. Anche questi hanno la faccia truce e parlano a voce alta. Al tipo seduto davanti a me squilla il cellulare, la suoneria è il vecchio inno nazionale jugoslavo: sì, mi sa che qui ci tengono abbastanza alla loro identità. Boh, sarà che durante la guerra in Bosnia e nel Kosovo, in TV ‘sti Serbi venivano descritti come una specie di cannibali assetati di sangue, ma mi sento un pochettino a disagio. Il treno corre, si ferma, riparte. Ora siamo nella federazione croato-musulmana: le scritte sono in caratteri latini e nei paesini le moschee si sono sostituite alle chiese ortodosse. Entrano due ragazzi, comprano della birra dal servizio bar nello scompartimento vicino al mio e me ne offrono un po’, io dico di no, e il viaggio prosegue. I ragazzi ridono, sono allegri, scherzano. L’atmosfera è molto più rilassata. E dopo nove ore, con un ritardo di 15 minuti (Trenitalia, prendi esempio!!!) ecco Sarajevo. Finalmente! Deo gratias! Non ce la facevo più! Ho il sedere ammaccato, ho sete e ho caldo: voglio solo andare all’ostello a farmi una doccia. Attraverso il grande atrio della stazione e vado a cambiare i soldi alla posta, bevo dalla grande fontana al centro della piazza e organizzo le idee. Dunque, per l’ostello tocca prendere il tram n° 1 e scendere a Bašcaršijia, ma dov’è la fermata? Nella piazza della stazione c’è solo la stazione e l’ufficio postale, poi il nulla, e fermate non se ne vedono. Boh. Sai che c’è? Piglio un taxi, quanto vuoi che mi costi? Inizio la contrattazione in anglo-bosniaco col baffuto taxista, quando una ragazza inglese mi si avvicina e mi chiede se voglio dividere con lei il taxi fino al centro. Nessun problema. Ci verrà 5 euri a testa: suppongo, un prezzo supergonfiato, ma d’altra parte a Roma con 5€ farei solo 100 metri in taxi: va più che bene! Dopo 5 minuti la ragazza è arrivata. Ora tocca a me. Il tassista ogni tanto guarda il foglietto della prenotazione dell’ostello e ripete come un mantra il nome della via. Non è convinto. Gira e rigira. Attraversa il fiume, parla con un collega, lo riattraversa. Gira, rigira, fa manovra, torna in dietro. Chiede a un altro collega. Rigira, si ferma. Mi fa segno di scendere. Mi ìndica col dito una stradina. Mi dice "Sorry!" e torna alla sua macchina. Sorry e perché? Cammino un po’ ed ecco l’ostello. In pratica sta nella zona pedonale e il tassista girava e rigirava nella speranza di trovare un varco e scaricarmi davanti alla porta. Ma poverino! Entriamo. All’ingresso, tutto buio, c’è una scala che sale ai piani superiori e scende in cantina. Non c’è nessuno al bancone. Prima tossisco, poi suono il campanello. Mi giunge un grugnito dall’oltretomba. Nello specchio sulla scala che scende individuo una mano che si agita: devo scendere. In una sala con un tavolo, un divano e una scrivania con un PC c’è l’orso Yoghi: un ragazzo enorme con capelli e barba rossa, la pancia come un mappamondo e la sigaretta al lato della bocca, che mi saluta. Lo saluto anche io e gli dico che ho prenotato, dandogli il foglio della prenotazione. Armeggia col computer, poi guarda il soffitto e mi lancia un’occhiata come a dirmi "Ahi ahi ahi!", lo guardo anche io come a dirgli "Perché ahi ahi ahi?". Lui tira una boccata alla sigaretta, soffia il fumo in alto e mi fa "C’è un problema!". Azz! Se mi dici che hai fatto casino con la prenotazione e che non ho la camera ti azzanno con le ultime forze che ho! "Che problema c’è?", "La stanza singola c’è solo per domani notte.", e stanotte dove dormo? "Per stanotte c’è una tripla". "È? In che senso?" la prima notte volevo passarla solo soletto, in completa pace: dividere la stanza proprio stanotte che sono a pezzi non mi va granché. "Vabè, che comporta tutto ciò?", "Che nella camera ci sono tre letti, ma starai da solo." E allora chissene frega! In effetti l’inconveniente è che domani dovrò cambiare stanza, ma di fronte all’idea che mi ero fatto all’inizio di dover cercare un altro albergo per questa notte, è proprio nulla. "OK, a posto, nessun problema!". Mi dà la chiave e prendo possesso della tripla. Più che tripla è uno sgabuzzino con tre letti, ma va più che bene. Mi rilasso appena e mi passa la stanchezza. Basta, la doccia la faccio più tardi, voglio uscire. Anzi, torno in stazione e vedo di trovare un pullman. Ho due giornate da passare qui, se non decido di prolungare: voglio andare a Mostar e a Medjugorje. Vado alla fermata del tram, dopo mezz’ora passa e lo prendo. Arrivo di nuovo in stazione, chiedo per il terminal dei bus e mi metto in coda allo sportello informazioni. Lì una ragazza gentilissima mi spiega in Inglese gli orari: per Medjugorje c’è solo un pullman alle 19h00: no, non va bene; per Mostar ce n’è tanti. Perfetto, prenoto quello delle 7 e rotti di mattina. Ritorno in Centro e faccio il turista

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