La Nurra e l’Asinara

Patrizio ci racconta di un pezzo di Sardegna fatto di contrasti e dalla storia spesso travagliata. Tra splendidi prodotti della terra e tentativi di sfruttamento intelligente di un territorio bellissimo

Suo padre Giovanni produce invece la ricotta Mustia, cioè affumicata. Hanno capito l’importanza del prodotto locale tipico, vivono bene. E soprattutto stanno dando un futuro a Pietro e Giovanni, 16 e 20 anni, figli di Gavinuccio e nipoti di Giovanni. Non hanno voluto studiare, ma adesso lavorano nell’azienda, mungono le pecore a mano. Se li vedi sembrano studenti metropolitani, vestiti e pettinati alla moda: alle ragazze dicono con orgoglio che sono pastori e hanno molto successo. Sono cambiati i tempi in cui a fare il contadino o peggio il pastore c’era da vergognarsi.

I CARCIOFI SPINOSI DI SARDEGNA

Quando ero piccolo sono stato in gita familiare da queste parti, e ricordo che mio padre e mio zio si sono sfidati… a chi mangiava più carciofini. Mi pare di ricordare che abbia vinto lo zio, 25 a 20 o giù di lì. Eppure sono sopravvissuti, segno che i carciofi locali devono essere leggeri e fanno bene! Stavolta ho voluto vederci chiaro e sono andato a prenderli in campagna. A vederlo non si direbbe che il Carciofo Spinoso di Sardegna sia così tenero e dolce: si presenta al contrario come un fiore spinoso e minaccioso, dal colore viola e dalle punte aggressive. Sono andato a trovare Andrea, un signore che li coltiva da sempre e che adesso ha anche lui nella sua azienda l’aiuto prezioso di due figli, Antonio e Ika (che sta per Salvatorica, il nome della nonna), che dopo aver girato il mondo e studiato all’estero agronomia son tornati a lavorare la terra di famiglia. E si tratta proprio della terra che la famiglia di Andrea ha lavorato da sempre, e che ha una storia molto particolare. Andrea aveva un orto vicino a Sassari, quasi in città. Ma un centro commerciale l’ha sfrattato. Allora lui ha letteralmente traslocato la sua terra: l’ha caricata sui camion e l’ha spostata in un nuovo appezzamento, meno fertile. Un’idea che poteva venire solo a un... sardo, dotato di caparbietà esemplare. Ed è la stessa terra su cui mi ha portato Andrea, dove ha raccolto i carciofi, me li ha puliti col coltello e me li ha offerti: dolcissimi eppure amarognoli, teneri, fragranti. È incredibile che siano così buoni da mangiare crudi, e fanno bene: sono pieni di sali minerali, ferro, potassio, fosforo e diverse vitamine. Il periodo di raccolta finisce adesso, ma se vi sbrigate ne trovate ancora di freschi.

CARDI & CIMINIERE

Mi sono spostato a Porto Torres e ho visto spuntare tutt’altro: ciminiere e cardi. Ma che nesso c’è tra le ciminiere e i cardi? C’era una volta Porto Torres, che viveva di mare e di terra, pesca e agricoltura. Poi, nel 1962, arrivano le industrie, cioè gli impianti petrolchimici. Danno da lavorare a molta gente, la cittadina moltiplica i suoi abitanti. Ma poi arriva la crisi, qualche sussulto e timido rilancio e alla fine il tracollo, qualche anno fa. Un sacco di gente disoccupata. Ma sono arrivati i cardi. L’idea è quella di recuperare la terra e rilanciare l’agricoltura, ma il terreno è inquinato per cui è meglio – almeno in alcune zone – produrre cose che non si mangiano (il no-food). I cardi diventano un’ottima biomassa e qui il cardo cresce benissimo: si adatta al clima caldo e arido, si sviluppa in autunno-inverno e quindi sfrutta le piogge, sfrutta anche le aree marginali. E soprattutto coi cardi si dovrebbe fare “chimica verde”, cioè provare a rilanciare almeno una parte del polo petrolchimico, però con prodotti biodegradabili. Detta così sembra una cosa buona. Restano però le ciminiere, uno dei tanti cimiteri industriali che si trovano numerosi sulle nostre coste, che ti lasciano scioccato e un po’ triste. Resti malinconici di un modello produttivo fallito, che ha lasciato macerie e inquinato posti bellissimi, che ora sarà ben difficile riconvertire al turismo. Ma la sensazione dura poco, perché Stintino è vicina..

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