La Nurra e l’Asinara

Patrizio ci racconta di un pezzo di Sardegna fatto di contrasti e dalla storia spesso travagliata. Tra splendidi prodotti della terra e tentativi di sfruttamento intelligente di un territorio bellissimo

 

Arrampicandomi su per una stradina circondata da prati verdissimi vedo un po’ più sotto un lago, piccolo ma che risplende di un colore indefinibile, tra l’azzurro e il verde. Attorno ci sono massi di granito e macchie spinose, e più avanti dei pini. Potrei essere in Irlanda, o comunque nel Nord dell’Europa. Ma più sotto si intravede una striscia di mare di un colore inequivocabile e unico: sono decisamente in Sardegna. E il lago è il Baratz, l’unico bacino naturale dell’isola, che non dimostra i suoi 10 mila anni. Infatti è stato generato dall’ultima glaciazione, quando il formarsi dei ghiacci ha fatto diminuire il livello del mare (il contrario di quello che sta accadendo oggi) e quindi la terra si è come alzata, lasciando questa depressione che è diventata lago, alimentata da vari torrenti, e che poi si sfoga verso il mare con un’incredibile sorgente d’acqua dolce chiamata S’ebbi Dolzi. Sono nella Nurra, la regione all’estremo Nord-Ovest della Sardegna, tra Sassari, Alghero e Porto Torres, fino a Stintino e all’Isola dell’Asinara.

LA NURRA E LA COREA

Il complesso nuragico di Palmavera, che risale al 1.500 a.C. ed era composto da quasi 200 capanne, testimonia che nell’antichità la zona era abitata e presumibilmente ospitale: c’erano metalli e, probabilmente, ripari e selvaggina. Ma dopo la Nurra è diventata molto più selvaggia, si è impaludata, è diventata malsana, malarica e disabitata. La lotta da parte dell’uomo per riconvertire, risanare e riconquistare questo lembo di terra inizia dal 1600, quando vi si insediano un migliaio di famiglie di agricoltori. Ma bisogna arrivare all’epoca fascista per vedere arrivare nuclei di contadini da... Ferrara, che fondano Fertilia, con la missione di bonificare la zona e dissodare la terra. Una cosa simile a quella che in quegli anni stavano facendo i veneti in provincia di Latina. Poi nel secondo dopoguerra la spallata finale: arriva il DDT degli americani, la malaria è sconfitta e quindi la riforma agraria avanza, col frastuono delle ruspe. I pastori sardi, attoniti, la chiamano “la Corea”, perché sembra il teatro di una guerra. E da allora tutti la chiamano così. Adesso la Nurra è una zona agricola preziosissima, vicina al mare, tutta (o quasi) coltivata.

I CATALANI DI ALGHERO

Ma forse la cosa più fertile di questa zona è l’humus-antropologico, un misto incredibile di popoli che l’hanno colonizzata nei secoli. I primi furono i Nuragici, quindi i Fenici, poi certamente i Romani e gli Arabi. Ma dopo il 1100 arrivano le Repubbliche Marinare: Genova e Pisa. E a metà del 1300 arrivano dalla Spagna gli Aragonesi, che si portano dietro i Catalani, con i quali ripopolano Alghero. Alghero – come molte cittadine italiane – ha una periferia un po’ così, un lungomare un po’ così, con qualche albergone un po’ troppo grosso, ma in compenso ha un bellissimo centro storico e un porticciolo dolcissimo, affacciato su un tramonto che ha dei colori che si trovano solo in Sardegna, dove il mare esplode in un cielo che il maestrale si incarica di tenere sempre pulito e terso. Alghero deriva da alghe, cioè dai “pascoli” subacquei del suo golfo, che riproducono in mare la fertilità della sua terra. Qui si pescano infatti le famose aragoste e i ricci, che sono dei veri prodotti tipici locali, con un sapore speciale. Tanto speciale che le aragoste rischiano l’estinzione e i ricci non sono da meno. Quindi adesso ci sono delle regole da rispettare: una stagionalità per la pesca, limiti di numero per i ricci e di lunghezza per le aragoste.

GAVINUCCIO & FIGLI

Mi spingo un po’ all’interno, verso Osilo. Gavinuccio ha la sua azienda in cima al Monte Tuffudesu. È un pastore, ma non assomiglia assolutamente alla figura del classico pastore sardo che ci hanno consegnato i pregiudizi: è un signore dall’aspetto borghese, molto evoluto e preparato. Ha circa 350 pecore, di razza sarda, a duplice attitudine: latte e carne. Fino a qualche anno fa tutti i pastori della zona suoi colleghi non si limitavano al gregge e al latte, ma producevano direttamente il loro formaggio. Adesso, spaventati dalle nuove norme igieniche europee, quasi tutti si limitano a vendere il latte all’industria. Quest’anno il latte si vende bene, circa 1 euro e 10 centesimi al litro, ma fino a due o tre anni fa era sottopagato: massimo 60 centesimi, mentre il prezzo di produzione era anche 85 centesimi. Poi è venuta la Lingua blu, la malattia che ha decimato le pecore, e quindi l’offerta è calata e di conseguenza è salito il prezzo, ma... a che prezzo! Gavinuccio produce Casu de Osile, presidio Slow Food, e col suo furgone va a distribuirlo direttamente a Sassari. Me lo fa assaggiare e in effetti, grazie all’erba saliosa (salmastra) di questi pascoli che stanno a 650 metri sul livello del mare, ma il mare lo vedono a pochi chilometri, e grazie alla lavorazione speciale che prevede un massaggio con olio e aceto, il sapore è particolarissimo. Sa di fiori, di fieno, di legna secca con retrogusto salino

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