Sarajevo... la città rinata

Sarajevo la città delle olimpiadi dove oggi si può tornare nei luoghi per sport invernali, dove a causa dell'assedio, tutto era bloccato

  • di danielevella
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 1
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

SARAJEVO

Arrivai a Sarajevo in autobus da Zagabria. Arrivato nella capitale bosniaca avevo gli occhi spalancati, vedevo i palazzi che le fotografie e i media ti facevano vedere durante il terribile assedio di una città che era multirazziale, multiculturale, multi religiosa..

E’ stata oggetto del più lungo assedio del secolo, con una media di 329 bombardamenti al giorno durante il corso dell’assedio, ma oggi, finita la guerra, Sarajevo è rinata ed ha ripreso il simbolo della città tollerante fra etnie e religione che l’aveva contraddistinta per secoli. Non sono qui per un pellegrinaggio nei luoghi segnati dalla tragedia, anche se alcuni segni del passato ancora sono evidenti nelle pietre, sui muri, sugli asfalti delle strade. Andare a Sarajevo oggi non vuole dire più affacciarsi sull’orlo della paura, sul bordo dell’assedio più lungo del secolo, ma ci si può andare con la curiosità di un viaggiatore, con la curiosità di uno snowboardista, nella città olimpica del 1984 e quando la città fu assediata è stata bloccata la possibilità a quei giovani surfisti che iniziavano a vedere le prime tavole arrivare dall’ovest, loro hanno dovuto lasciarle chiuse in casa ed aspettare che la città tornasse a vivere in tutto e per tutto. Dove per loro la felicità era un’ora di luce o di acqua. Con la pace era ricominciata un’altra guerra, non sanguinosa, ma meno dura e umiliante: sopravvivere. Zlatan è uno di quei ragazzi, ormai cresciuto, che tra i primi in Sarajevo usò lo snowboard e che per tutti gli anni della guerra ha dovuto lasciarla nella cantina della sua casa che per fortuna non è stata distrutta, per poi un giorno riprendere la vecchia tavola, che ancora usa e riconquistare la felicità di tornare nelle sue montagne a due passi dalla città, ma così lontane in quei giorni di quel maledetto assedio di odio e violenza.

La loro vita in quei tremendi anni, era appesa alla benevolenza di un cecchino, eppure scorreva in una normalità improbabile e ostentata al nemico, ai cannoni puntati sulle piazze e sulle case. Normalità fatta di musica azionata dalle batterie delle automobili, ci si incontrava nei scantinati a ballare, con un grande amore che li teneva uniti, come la voglia di sopravvivere.

“Adesso è finita da un bel po’ e i nostri sogni sono riaffiorati. Ma è ancora un po’ tutto difficile. Siamo tornati quasi alla normalità, ma le ferite sono ancora profonde, i segni dell’orrore ci sono ancora, li vedi ovunque, ma sembra che ci sia futuro oggi per noi, e questa è una grande cosa. Nel periodo della guerra non mi sono mai diviso con i miei amici, neppure quando vedevamo i nostri compagni morire o fuggire o, peggio ancora, tradire gli amici. Io e i miei compagni abbiamo sempre pensato che questa fosse la guerra degli ignoranti e dei primitivi, di bande e di gruppi d’interesse. Nessuno poteva e potrà toglierci la nostra amicizia in nome di un’etnia, perché questo era lo spirito di Sarajevo e in questo spirito siamo cresciuti e in questo spirito vogliamo far crescere la nuova generazione. Lo vogliamo fare con lo sport, con lo snowboard, la passione di ieri e di oggi. Ci hanno intossicato di propaganda, di televisione, di paura, però ci siamo sempre rifiutati che il vicino di casa potesse ucciderci.”

Quella sera a Sarajevo c’era stata una manifestazione di snowboardisti locali. Quella sera si sarebbero divertiti nel dimostrare ai sarajeviti rinati le loro acrobazie, la loro passione, il loro sogno che diventò realtà.

SARAJEVO, SABATO 8 GENNAIO 2011

H.23.30 – Sono tornato dalla manifestazione di snowboard nella piazza di Sarajevo, alla BBI Centrum, di fronte al monumento dei bambini caduti durante l’assedio. Cinque snowboardisti e quattro sciatori si alternavano in alcune acrobazie. Ragazzi giovani che quando c’era la guerra non erano ancora nati oppure erano piccoli. Che città particolare che è Sarajevo. Da una parte vedi il monumento dei bambini morti tra il 1992 e il 1996 e dall’altra parte la vita oggi nel 2011 con snowboard, musica, fuochi d’artificio e ragazzi nati tra il 1992 e il 1996. E’ come se quei bambini morti ricordati da quel monumento siano rinati. Non si conosce la vita di questi ragazzi nati nella guerra, nati, forse, alcuni di loro dalla violenza che tante donne hanno subito in quei lunghi anni dell’assedio di sarajevo. Una guerra che è stata oltre che etnica, contro le donne. Nel 1992 sapevano tutti degli stupri di massa. In Bosnia Erzegovina, lo stupro è stato utilizzato come strumento specifico di terrore all’intero delle campagne di pulizia etnica. Una guerra che prima ancora di essere contro gruppi etnici è stata contro le donne. Nonostante quello che è successo, questa sera tutto sembrava come se la città voleva curare le ferite profonde causate da quella terribile guerra

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