Una giornata "Singolare" a San Salvador

  • di tucla
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 1
    Spesa: Oltre 3000 euro
 

Sto per arrivare con un bus a San Salvador, proveniente da Guatemala City. E’ un bus di quelli che qui sono chiamati “ejecutivo”, quelli di lusso per intenderci. E’ il primo pomeriggio. La fermata è nei pressi di un grande Hotel nella parte nuova di San Salvador, quella riservata ai ricchi, alle classi sociali benestanti della capitale. Qui ci sono le ambasciate, gli shopping center, i ristoranti alla moda. Mi fermerò solo un paio di giorni, c’ero già stato anni fa, dopo l’assassinio del vescovo cattolico Romero e al terremoto del 1986. Erano gli anni della guerra civile. Ricordo ancora i palazzi distrutti, il coprifuoco, il caos evidente di un paese allo sbando. Trovo alloggio in un piccolo Hotel; Villa Florencia. Sistemo in fretta le poche cose che porto con me, faccio una doccia e via. Percorro a piedi in lungo e in largo il centro storico: rivedo la cattedrale, il palazzo del governo, il teatro. Decido di prendere un taxi, voglio andare sulla collina che domina la capitale. Il panorama della città visto dall’alto è splendido. C’è un po’ di foschia, ma non importa va bene lo stesso. Il taxista che mi accompagna, dapprima un po’ taciturno, si rivelerà un’ottima guida e non solo per la conoscenza geografica della città. Al ritorno passiamo per il municipio di Soyapango e attraversiamo la colonia “La Campanera”, uno dei quartieri ghetto della capitale Salvadoregna. Non mi sento a mio agio, il degrado è palese, anche troppo. Mi chiedo come ci possa essere una qualche possibilità di riscatto sociale, per chi è costretto a vivere in certe condizioni, in particolare per le nuove generazioni;

Claudio, conosci il regista Cristian Poveda? Mi chiede Ramiro, il taxista: “sì, è il regista che ha diretto il film documentario “ La Vida Loca” , assassinato pochi mesi orsono non lontano da qui”; “quel film è stato girato qui, in questi luoghi, alcuni dei protagonisti del film vivono in questo barrio”. “Questo ghetto è la roccaforte di una delle pandillas (bande) più potenti della capitale, la mara 18”, aggiunge Ramiro; Vedendo un piccolo tatuaggio sul mio braccio, mi avverte che in Salvador andare in giro tatuati, può essere pericoloso, molto pericoloso, in particolare se i tatuaggi raffigurano lettere e/o numeri. Quasi tutti quelli che sono tatuati appartengono alle maras e dato che tra di loro vi è accesa rivalità, è una guerra continua e pertanto c’è il rischio di essere scambiati come appartenenti a qualche gang rivale. Mettiti una camicia con le maniche lunghe… gringo, mi dice, non rischiare; - Ramiro, non sono un gringo, casomai latino, scherzando. - Che significato hanno i numeri tatuati? - I numeri distinguono le varie maras: c’è la M18, la M14, la M13 e altre gang minori.

A San Salvador la M 18 e la MS13 ( Salvatrucha), sono le più importanti. Negli anni ottanta molti giovani salvadoregni, per sfuggire dalla miseria e dalla disoccupazione di un paese in piena guerra civile, partirono alla volta degli Stati Uniti, Le difficoltà d’inserimento sociale, la rivalità con le altre gangs, in particolare con quelle Messicane, dedite al narcotraffico, spinsero molti di questi giovani ad organizzarsi, dando origine, soprattutto nei ghetti di Los Angeles, a quelle che in seguito divennero le tristemente famose maras. I giovani, giovanissimi che qui appartengono a queste gangs e che si combattono tra di loro da anni, sono gli eredi di quella generazione degli anni 80.

- Io, racconta Ramiro, vivo in uno di questi quartieri, ci sono nato e cresciuto, ho avuto fortuna perché appartengo a una generazione che all’epoca della guerra civile, era già adulta. In qualche maniera sono riuscito a trovare il modo di guadagnarmi la vita e di mantenere la mia famiglia, mandare a scuola i miei figli, senza essere costretto ad accettare le lusinghe di chi mi prospettava guadagni facili e immediati. Oggi però per un giovane è difficile, molto, trovare una qualche opportunità di riscatto. Il clan è un’attrattiva forte, e quando si entra a farne parte, non esiste più alcuna possibilità di uscirne; solo distesi. Diventa più importante della famiglia, la devozione al clan è assoluta

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