Da Martinique a Tobago Key, in balia delle onde

Mio marito ed io abbiamo giá fatto varie vacanze in barca a vela o in caicco nel mediterraneo, ma nei Caraibi é la prima volta. Ci affidiamo alla nostra solita agenzia, che ha sede a Milano e dato che laggiú ...

  • di donnola
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    Ritorno il
  • Viaggiatori: in coppia
    Spesa: Da 500 a 1000 euro

Mio marito ed io abbiamo giá fatto varie vacanze in barca a vela o in caicco nel mediterraneo, ma nei Caraibi é la prima volta. Ci affidiamo alla nostra solita agenzia, che ha sede a Milano e dato che laggiú non hanno skipper che collaborano direttamente con loro, si appoggiano ad una grossa agenzia francese, che ha la sua centrale a Parigi e un ufficio a Martinique. Ci dicono da Milano che questa impresa di cabin charter sia leader nei Caraibi e quando arriviamo al porto turistico di Le Marin, capiamo perché: hanno una miriade di catamarani e barche che fittano in formula bareboat o con skipper.

L’agenzia ci aveva informati che a bordo del catamarano, fornito di 4 cabine doppie e due bagni, sarebbero stati tutti francesi e abbiamo passato mesi, a casa io a rispolverare il mio francese appreso in vari corsettini serali e mio marito a farsi un vocabolario di base, non avendolo mai studiato prima. Ma...Sorpresa, quando arriviamo a Le Marin negli uffici dell’agenzia francese, dopo aver conosciuto lo skipper, un bretone magrolino cotto dal sole, troviamo una simpatica coppia italiana. Mio marito é in sollucchero, per lui la vacanza é salva. Prendiamo posto nelle nostre rispettive cabine e piú tardi arrivano le due ultime compagne di viaggio: due giovani donne francesi conosciutesi durante una precedente vacanza in barca. Dato che ai nostri amici italiani a Parigi hanno smarrito i bagagli, perdiamo un giorno in attesa degli stessi, che per fortuna di tutti arrivano il giorno dopo. Il tempo peró é passato nei vari preparative fatti, fra cui andare tutti insieme a fare la spesa per riempire la cambusa di beni commestibili. St. Vincent Partiamo dunque il giorno dopo, in ritardo sulla tabella di marcia e per recuperare non facciamo tappa a St. Lucia come previsto ma facciamo una traversata di 11 ore non stop fino a St. Vincent. La cosa é tostissima: nel canale tra Martinique e St. Lucia ci accolgono onde alte 4-5 metri. Ci arrivano addosso secchiate d’acqua inprovvise che ci costringono a indossare le giacche a vento. Il catamarano é si stabile, plana sull’onda, le barche a vela dietro e avanti a noi sono con le vele oblique sul mare. “Si staranno lavando le orecchie per bene” penso fra me. Tranne lo skipper, me e una delle due francesi, tutti gli altri combattono fra conati di vomito e malessere generale. Io penso che quando avranno finito di vomitare avranno tutti fame e quando vedo St. Lucia vicina, capisco che potremo godere di un pó di tempo al riparo dell’isola. Cosí mi metto d’accordo con lo skipper e metto sú un pentolone di patate per fare uno sformato. Me tapina! Non avevo pensato di chiedere se ci fosse a bordo uno schiacciapatate e mi tocca schiacciare 2,5 kg di patate con una forchetta in un piatto, a gambe larghe, mentre il catamarano dondola. Una vacanza di contrasti questa: dalle comoditá della casa di Guadaloupe all’atmosfera spartana da ostello della gioventú di questo catamarano, dove dobbiamo usare un minibagno in 4, pulire, cucinare e fare la spesa. Ma io e mio marito siamo molto adattabili. Arrivati nella Baia di Cumberland a St. Vincent ci vengono incontro diversi uomini di colore in barchette o inginocchiati su tavole da surf colmi di frutta esotica e prodotti di artigianato. Uno di loro ci accoglie al grido di “kalu, kalu”, che non ho proprio idea di cosa significhi, mescola il creolo a uno stranissimo inglese e ci aiuta con l’ormeggio, attacando la nostra cima ad una palma. La spiaggia é di sabbia vulcanica nera (anche qui c’é l’immancabile Soufriere) orlata di palme altissime che crescono anche molto in alto (l’isola é piena di monti, dirupi e alture, ma tutto verdissimo, ricoperto di foresta pluviale). È tutto cosí fuori dal mondo, cosí lontano e diverso dalla civiltá di Guadaloupe e Martinique. Mi sento come sul Bounty. Gli uomini sono tutti a dorso nudo e hanno pettinature incredibili, non solo treccine rasta. Uno ha la testa tutta rasata tranne che in cima, dove porta un “polipetto” di treccine. Un altro ha i capelli raccolti come una coda di castoro infeltrita. Come avevo previsto, a cena tutti sono famelici e risolto il poblema acuto della fame, scendiamo a terra. Un gruppo di spagnoli di un altro catamarano ha pagato per avere musica in uno dei due localini sulla spiaggia e verso tarda sera arriva un gruppo con cappelloni di lana altissimi e colorati, che nascondono folte chiome intrecciate. Si sbizzarriscono a suonare ritmi reggae e soka su tamburi ricavati da bidoni di benzina. Una tradizione che in realtá viene da Trinidad e Tobago, ma che si é estesa un pó dappertutto nelle indie occidentali, dato che i tamburi sono in acciao si chiamano steel bands. Ce ne torniamo a bordo mentre suonano ancora, perché il giorno dopo si riparte per Bequia. Bequia e Moustique Prima di ripartire dalla baia di Cumberland il tizio che ci aveva accolto al grido di “kalu, kalu” il giorno prima viene a chiederci se abbiamo batterie per ascoltare la radio. Ho la sensazione che la gente qui non se la passi bene come a Guadaloupe e Martinique, super sponsorizzate dalla loro madre patria francese. St. Vincent era colonia inglese, ma é indipendente dagli anni ottanta. Quando infine partiamo facciamo prima una sosta nella baia successiva, dove é ancora in piedi il set del film “la maledizione della seconda luna”, il film di pirati con Johnny Depp. Infine si parte per Bequia. Durante la navigazione un tonnetto, qui chiamato bonito, abbocca al nostro amo, rispetto ad ieri la traversata é piacevole ed il dondolio piacevole della barca induce alla meditazione, ogni tanto interrotta dall’apparizione affascinante dei pesci volanti, che sfrecciano per qualche decina di metri a pelo dell’acqua. Lo skipper ci dice che a volte te li trovi nel pozzetto della barca. Quando abbiamo raggiunto il primo lembo dell’isola un gruppo di meravigliosi delfini ci accompagna per un buon tratto. Infine entriamo a Porth Elisabeth. Scendiamo a terra. Che bella sorpresa Bequia! Casette colorate orlate dall’immancabile merletto di legno traforato e dipinto di bianco detto Ginger Bread. Ragazze di colore in divisa scolastica, camicetta bianca e gonna nera, ridono e bevono bibite all’ombra di grossi alberi, alle loro spalle c’é un mercatino coperto ricolmo di frutta meravigliosa. Poi in attesa che il nostro skipper venga a recuperarci, beviamo una bibita fresca anche noi all’ombra di grossi alberi, davanti ad un locale, in cui una mamma creola confeziona torte. Mi avvicino a guardare: torta di cocco, torta di banana e di non so che altro. Sono belle, ma i dolci con sto caldo...! Risaliamo a bordo, pranziamo e facciamo una siesta. Poi dalle 15.00 veleggiamo verso Moustique. L’isola privata degli straricchi, i cui villoni troneggiano giá all’ingresso della baia. Prima di cena, a base del nostro pescato del giorno, si va a prendere l’aperó come lo chiamano i nostri amici francesi, al Basil’s bar, un locale palafitta sul mare molto curato, preferito dal pubblico dei VIPs in abbigliamento casual chic. I prezzi degli aperitivi sono abbordabili, ma cenare é proibitivo. Il giorno dopo alle 9.00 si va tutti a terra dove lo skipper ha giá organizzato un taxi buffissimo: un pick up, la cui superficie di carico, in modo molto fai da te, é riadattata per il trasporto di persone: panche di legno e tenda da sole! L’autista é l’immancabile rasta con barbona, treccine e cappellone di lana a righe multicolori. Facciamo un giro dell’isola e constato che qui la natura é diversa rispetto alle isole piú a nord: non piú vegetazione verde lussureggiante, ma piú secca. Predominano i ficus Benjamin su cui si sono annidate bromelie ed orchidee, al momento non in fiore, probabilmente lo saranno nella stagione delle pioggie. Di tanto in tanto spinosi cactus filiformi si ergono da questa vegetazione. Dove non c’é natura originaria ci sono i villoni traboccanti di bouganville e vegetazione lussureggiante. Tra villa e villa aree che somigliano a campi da golf, con prati tenuti rigorosamente in forma da persone di colore che tagliano tutto in continuazione e maniacalmente. Data la scarsitá di pioggia in questo periodo, l’erba non é proprio verdissima,ma neppure secca, segno che ogni tanto innaffiano. Vorrei sapere proprio da dove prendono l’acqua! In giro per le viuzze ci sono solo veicoli tipo le macchinine elettriche sui campi da golf. Ed in effetti quest’isola, raggiungibile solo in aereo privato o in barca, ha l’aria di un asettico, curatissimo campo da golf, contornato da ville e vegetazione. Il nostro rasta guida pianissimo, va su per salite e discese e di tanto in tanto fa una pausa. Poi si gira e urla “Foto”, indicandoci un bel panorama. Oppure “Lovely view” o ancora “American, Italian...” a seconda della nazionalitá del proprietario del villone davanti al quale si é fermato. Ma guai a chiedere chi sono. Su questo ha la bocca cucita. “Chissa chi di quelli che ha provocato il crack della Parmalat ha la sua magione qui” penso tra me e me! E penso anche che tutto questo avremmo potuto risparmiarcelo, io voglio la natura!!! Ma poi arriviamo a Maccaroni Beach, dove il rasta ci lascia per tornare a riprenderci un’ora dopo. La spiaggia é bianchissima, rivolta verso l’atlantico, ci sono onde tempestose, sono le 9.45 e ci siamo solo noi. È stupendo, ci tuffiamo allegri come bambini e tenendoci con le mani i costume da bagno, altrimenti le onde ce li portano via. Poi scappiamo, rincorsi dalla prossima onda, poi urliamo e poi ci rituffiamo. Infine torna il nostro rasta. Si torna a bordo per il pranzo e la siesta e nel pomeriggio lo skipper ci porta in gommone in mare aperto, in un punto in cui si trova uno scoglio affiorante, intorno al quale fare snorkelling, avvertendoci che bisogna sentirsi sicuri nel nuoto e di stare uniti. Io sono la meno forte del gruppo in questo senso, cosí mi butto per ultima, al loro ritorno, legata con una corda al gommone e con una mano in quella di un nostro compagno di viaggio, esperto sub. Data la profonditá intorno alla roccia tutto é blú scuro, ma ci sono coralli, spugne e alcuni pesci che ho giá visto a Guadaloupe. Quando piú tardi li descriveró al nostro sub, mi dirá che avevo visto dei pesci chirurgo. La sera ci prepariamo un’altra cena con il resto del nostro pescato, tenuto in riserva e dopo andiamo al Basil: stasera ci sará musica dal vivo. Quando arriviamo il locale é strapieno zeppo di VIPs a cena. Ci fanno pagare 5,- Euro a testa per l’ingresso e...Poi si scopre che ci danno l’ultimo tavolo lontano, in un angolo, da cui la band non si vede e dove ci sono solo 4 sedie. I nostri uomini rimangono tutti all’impiedi. Poi ordiniamo. Il cameriere di colore sbaglia ad eseguire l’ordinazione e mi da una birra invece del Banana touch da me chiesto. Quando glielo faccio notare mi sbatte la birra davanti adirato dicendomi “here you have your banana touch”! Mio marito si arrabbia e gli urla in tedesco (la sua madrelingua) che cosí non ci si comporta. Iil tizio capisce benissimo anche senza parlare tedesco e mi sostituisce la bibita mugugnando. Intorno a noi aragoste e champagne a go-go! Per questo siamo poco piú che tollerati: non solo non siamo nessuno, ma ordiniamo solo cazzate! Nel frattempo la gente balla a ritmo di reggae e soca. Il nostro umore é alquanto nero, ma una delle francesi non vuole darsi per vinta e archiviare la serata come finita male. Ci tira uno per uno a ballare in pista. Ma solo noi donne lo facciamo. Gli uomini sono ancora arrabbiatissimi. Ad un certo punto i camerieri portano un tavolino poco distante da noi, lo accostano alla balaustra sul mare, ci mettono due sedie. La nostra intraprendente francesina ruba subito le sedie ed invita gli uomini a sedersi: “abbiamo pagato, ci spettano le sedie” dice. Per noi non fa una grinza, ma per l’omone nero alto due metri che arriva subito da noi, non sembra proprio, “they are for our friends” le dice. La francesina gli fa lo stesso discorso, gli fa capire che non ci alziamo e l’omone va via. Portano altre sedie e poi arrivano i suoi friends, una coppia americana, che viene leccata e slinguazzata dal personale. Restiamo ancora qualche ora, noi ragazze ci buttiamo nella mischia e balliamo, gli uomini rimangono chiusi nel loro malumore e a mezzanotte torniamo a bordo fra commenti vari sull’accaduto. Io so solo che domani voglio finalmente essere piú vicino possible alla natura, per la quale sono in fondo venuta qui. Lontana da questa zanzara d’isola artificiosa, sulla quale non torneró mai piú

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