Leningrado addio (ricordi del '96)

“...Arrivederci, bandiera rossa.... eri metà sorella, metà nemica. Eri in trincea speranza unanime d’Europa, ma tu di rosso schermo recingevi il gulag. .... Giace la nostra bandiera nel gran bazar d’Ismajilovo. La “smerciano” per dollari, alla meglio. Non ho assaltato ...

  • di agnese
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: da solo
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

“...Arrivederci, bandiera rossa... eri metà sorella, metà nemica.

Eri in trincea speranza unanime d’Europa, ma tu di rosso schermo recingevi il gulag.

...

Giace la nostra bandiera nel gran bazar d’Ismajilovo.

La “smerciano” per dollari, alla meglio.

Non ho assaltato il Palazzo d’Inverno, non ho preso il reichstag.

Non sono un “kommuniak”. Ma guardo la bandiera e piango...” (“Arrivederci, bandiera rossa” E. Evtushenko) Leningrado addio.

Sabato 15 giugno 1996 Di nuovo all’aeroporto di Fiumicino, si parte.

Mi sono sempre piaciuti i luoghi dove la gente si reca per partire. Guardo l’umanità che mi circonda, è un brulicare di razze diverse, che si mescolano e s’ignorano a vicenda, ognuno perso nei suoi pensieri. Facce eccitate, smarrite, preoccupate, ansiose, curiose, stanche, sorridenti, tristi; si può provare ad intuire i motivi della partenza. Contrastano con l’imperturbabile, naturale umore dei bambini; per loro tutto è nuovo, tutto è da scoprire. Non è un caso se l’uomo ha sempre immaginato gli dei nel cielo o su alte vette. Allontanandosi da terra gli uomini e le loro monumentali opere sono come il giocattolo di un bambino, un bel modellino di plastica con gli alberelli, le casette e tante macchinine colorate che si muovono lentamente su striscioline di nastro adesivo grigio. I creatori del giocattolo non spariscono, sono troppo piccoli.

Odio i viaggi organizzati, ma questo è organizzato dall’Unità vacanze e d’impronta molto culturale, mi aspetto partecipanti ed accompagnatori di un certo spessore: mi riserverà qualche delusione sotto questo aspetto. A Milano il gruppo si competa e si parte per Mosca. Gruppo eterogeneo, maggiormente del Nord Italia. Roma non ci fa una bella figura: ci sono solo io ed una coppia di coniugi di mezza età. In compenso ci sono sette persone di Palermo.

La discesa dell’atterraggio rivela una gran distesa di verde scuro, di foreste, solo poche case sparse. L’Italia è densamente abitata in tutto il suo limitato territorio. L’occhio raramente può spaziare senza cogliere un qualche manufatto umano, una strada asfaltata, una casa.

A Mosca il cielo è grigio e fa freddino, come un nostro inizio di primavera. L’aeroporto è un edificio grigio come il cielo, grigio anche all’interno e grigie sono le divise delle hostess. Ce n’è una seduta all’arrivo che non ci degna di uno sguardo: sta leggendo avidamente un libro ingiallito e spiegazzato che purtroppo non posso decifrare. Sulle piste si vedono quattro o cinque aerei, e all’interno dell’aereoporto non c’è quasi nessuno. Al controllo passaporti c’è il primo impatto con la burocrazia, che non sembra affatto cambiata: si deve riempire il modulo in cui si deve dire dove e per quanto tempo si alloggia, le armi o gli stupefacenti di cui si è in possesso e tutti i gioielli che si portano addosso, compresa la fede nuziale. Alcune signore milanesi hanno dovuto impiegare quasi una mezz’ora per riempire questa sezione del modulo. Nel silenzio un po’ irreale per il posto risuonano i timbri e gli scarabocchi su passaporti e visti. Le poliziotte si scusano con la nostra accompagnatrice C.S per le lungaggini dovute alla particolare confusione (!!!) di quel giorno. In seguito capirò che è stato un atto di gentilezza veramente eccezionale.

All’uscita ci attende la guida locale, un moscovita estroverso e chiacchierone, Nikolaj. Annuncia che la temperatura è di 22-24 gradi (lo dirà tutte le mattine, indipendentemente dalle reali condizione atmosferiche) e che ci troviamo all’aereoporto Šeremetev, uno dei cinque aeroporti di Mosca. Avrei la curiosità di vedere come sono gli altri

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