Lisbona di notte

Era stata una giornata particolarmente calda, con gli azulejos delle case dell’Alfama infiammati e resi roventi dal sole. Venne la sera e la cappa di afa si mantenne serrata su Lisbona come una minaccia di morte. Uscii pertanto dall’albergo nella ...

  • di Adriano Boncompagni
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: da solo
    Spesa: Fino a 500 euro
 

Era stata una giornata particolarmente calda, con gli azulejos delle case dell’Alfama infiammati e resi roventi dal sole. Venne la sera e la cappa di afa si mantenne serrata su Lisbona come una minaccia di morte. Uscii pertanto dall’albergo nella notte in cerca di fresco.

La lunga Avenida da Libertade era ancora ingombra di passanti e turisti, tavoli e chioschi, saltimbanchi e perditempo che frusciavano lenti lungo la passeggiata pedonale tra le pallide luci che presto si sarebbero spente, mentre le sempre più rare auto sfrecciavano veloci e rumorose verso il Parque e le più lontane periferie della città. Sembrava di respirare il sollievo della fine del caldo diurno, e la città ritrovava la sua forza interiore e la sua anima più vera in quella leggera brezza che arrivava dal Tago e dall’oceano, e che sapeva di terre lontane, di conquiste trasformate in capitolazioni, e parlava di un declino lento e inesorabile. La stessa aria di lento abbandono che si respira in altre città di mare, a Trieste come a Brest, a Mombasa come a Buenos Aires.

In cerca di un refrigerio improbabile e con la curiosità che viene dal voler ‘penetrare’ il vero cuore di una città, infilai una lunga serie di vicoli laterali, dove si intravedevano o, meglio, si indovinavano nel buio spietato, sagome di mozambicani e tossicodipendenti, prostitute dal corpo sfilacciato e grotteschi travestiti dalle larghe caviglie. Quasi che tutte queste figure non fossero altro che i resti dolorosi e imbarazzanti del naufragio coloniale portoghese dei decenni precedenti. Tra le poche fonti di luce, la lampadina fioca di un lustrascarpe silenzioso e austero e la bluastra insegna al neon di un cupo ristorante angolano che pubblicizzava il rognone di cavallo come la specialità della casa.

Tutti sembravano comunque muoversi furtivi come se le tenebre fossero i loro miglior complici, tra gli odori pungenti di carni avariate e lo stridore sinistro di grida e richiami, che facevano pensare a un linguaggio tanto primitivo quanto sofisticato. C'era un'aria concreta di pericolo, come in una jungla nella quale, improvvisa, arriva la notte equatoriale, come un manto scuro e inquietante che nascondeva e forse annullava la grazia poderosa e forte dei palazzi manuelini, uno dei segni più tangibili del glorioso passato portoghese.

Tornai sulla strada principale con un certo sollievo, e la mia avventura notturna a Lisbona finì ad uno chiosco, sorseggiando un'aranciata da un bicchiere che odorava di rigovernatura, mentre i camerieri giravano le sedie per l’ultima pulizia.

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