Sapore di mare a Natale. Vacanza strenna a Ponza

Lungo piste e sentieri impreziositi da spettacolari scorci sulla costa ruvida e frastagliata, con l’idea di vivere scollegata dalla realtà quotidiana per 10 giorni

  • di cappellaccio
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 1
    Spesa: Fino a 500 euro

Galoppo in discesa lungo passaggi e scalette ricavati fra un’abitazione e l’altra. La strada diventa sterrata e l’insenatura la raggiungo dopo pochi minuti. È collegata a Cala Cavone da una capezzagna e da circa 100 gradini che precipitano a mare. Anche se sono vicine le due cale non sono gemelle. La prima è un materasso di ciottoli lercio ma accogliente, con vista sull’isola di Palmarola, la seconda è più inospitale, però speciale, intima; invita a stare fermi come baccalà ad osservare la roccia perforata per farne ricoveri per le imbarcazioni dei pescatori e il viavai continuo dei gabbiani, straordinariamente bianchi, dato che all’alba il sole nascente li illumina da sotto. Però il meglio deve ancora venire. Proseguendo per la stessa stradicciola si giunge a Punta Papa, uno stupefacente belvedere affacciato su Palmarola e su Cala Feola, dominato da una fortificazione diroccata, risalente alla metà del XV sec. che si erge sull’orlo di un dirupo e in mezzo a una landa desertica inframezzata da cumuli di ghiaia. Sbatto interdetta le palpebre di fronte a queste strane dune artificiali: sono le tracce del recente passato minerario dell’isola. Qui accanto, infatti, a Cala dell’Acqua, c’era la cava principale di bentonite, un materiale argilloso dai molteplici impieghi. Nel periodo del fascismo, in cui uno degli imperativi categorici era l’autarchia, la S.A.M.I.P. cominciò a sfruttare le ricchezze nascoste tra le pieghe delle rocce di Ponza, modificando radicalmente la fisionomia di quest’area. La miniera era costituita prevalentemente da gradonature a cielo aperto e si vedono ancora alcune infrastrutture, fra cui lo scheletro di un capannone e il pontile di caricamento, che rimangono come testimonianze di archeologia industriale.

IN BUS AL PORTO. PUNTA DELLA MADONNA, DOVE SORGE IL CIMITERO; IL FARO DI PUNTA DELLA GUARDIA E LA BAIA DEL BAGNO VECCHIO

Adesso vado a testare per la prima volta l’efficienza del trasporto pubblico. Mancano gli orari previsti di passaggio, ma i cartelli delle fermate esistono e dopo poco sbuca da una curva un pulmino che mi preleva e parte a fulmine, filando lungo la provinciale Ponza-Le Forna, che gli oriundi percorrono con foga da concorrenti del Rally Dakar, sebbene sia di quelle che non aiutano la digestione. Superata la frazione di S. Maria si penetra in un paio di brevi gallerie e si giunge al porto, che è la località più suggestiva dell’isola. Ci sono due lungomare che si sovrappongono, la via Banchina Di Fazio, in basso, per i veicoli, e in alto Corso Pisacane, riservato ai pedoni, fiancheggiato da una baraonda di agenzie e negozi rigorosamente chiusi. Siccome qui è tutto un mortorio, decido di fare un salto al camposanto, dove almeno è normale che non affluisca gente e il minimo rumore sia percepito come un peccato mortale. Il cimitero, sovrastato da un impettito faro bianco, potrei definirlo labirintico e degno di essere visitato, in effetti è uno dei più sorprendenti esempi di architettura cimiteriale al mondo, di notevole impatto estetico: un tripudio di cappelle funerarie di svariate forme e dimensioni, qualche alveare composto da loculi e molti sepolcri a terra, semidistesi come pascià sul versante settentrionale di Punta della Madonna. Resto affascinata dallo scenario marino e dalla bellezza della costa scabra e intatta. Per un’intera mezz’ora me ne sto stravaccata su una panchina a rimirarmi lo spettacolo ammaliante di Ponza che sonnecchia e si scalda la schiena al sole. È davvero un privilegio e so che potrei contemplare questo panorama fantastico fino a cavarmi gli occhi, ma se non mi scollo da qui il mio programma di spedizione esplorativa andrà a farsi benedire e devo ancora conoscere una delle mete più celebri: il promontorio di Punta Guardia

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