“Quell’isola chiamata desiderio”

Il sogno di Patrizio ad occhi aperti continua con le Isole Gambier, il più piccolo (e isolato) arcipelago della Polinesia francese

Molto religiosi

Le Gambier pare siano state colonizzate attorno al 1200 da gente che veniva da nord, cioè dalle Marchesi. Questo è un dato importante: i Polinesiani non sono mica tutti uguali. I Marchisiani in particolare sono fisicamente imponenti. La civiltà polinesiana e politeista alle Gambier si è sviluppata tranquillamente per 500 anni, poi sono arrivati gli occidentali, e in particolare i missionari e l’impatto è stato - incredibilmente - persino peggiore che in altri luoghi. Il primo ad arrivare fu John Wilson della London Missionary Society, a fine Settecento. Ha chiamato le Isole Gambier semplicemente perché era il nome del finanziatore del suo viaggio. Gambier era un francese, così come furono i missionari che arrivarono sulle Isole qualche anno dopo. Honorè Laval e Francois Caret approdarono qui nel 1834. Sono gesuiti. “Convertono” subito il Re locale Maputeoa e in pratica si impadroniscono delle Isole. Poi ci danno dentro: distruggono ogni traccia dei Tiki, le antiche divinità locali, e sopra le macerie degli antichi Marae (piattaforme sacre) costruiscono delle grandi chiese di pietra lavica. Allora fu un’operazione esecrabile, che però oggi ci lascia delle costruzioni molto particolari, che hanno comunque – ormai – un loro spessore storico. Come sempre è avvenuto nelle isole polinesiane, le comunità che erano organizzate attorno ad un capo-clan si adattano a eleggere il prete come capo della comunità. Anche oggi i polinesiani restano molto religiosi. I tanti europei coi quali abbiamo parlato nei nostri viaggi da quelle parti sottolineano che questa religiosità implica una certa difficoltà ad integrare chi non partecipa attivamente alla vita parrocchiale, come appunto capita a molti europei. In compenso i tanti riti e le messe cantate sono cerimonie meravigliose da vedere (per le acconciature e i cappelli e i fiori) e da ascoltare (per la musica e i canti). A questo proposito pare sia assolutamente da vedere la Cattedrale di Saint Michel a Rikitea, costruita nel 1848, ma anche la chiesa di Saint Rapahel ad Aukena, Saint Piette a Taravai, Notre Dame de la Paix ad Akamaru.

Mangareva e le altre

Ma andiamo con ordine: le Isole Gambier sono 14, tutte all’interno della stessa grande barriera corallina, ma le principali sono appunto Mangareva, Taravai (che pare abbia solo sette abitanti), Akamaru (chi dice 11, chi dice 20 abitanti, ma cambia poco), Aukena (40) e Kamaka (1). In tutto alle Gambier abitano poco più di 1.000 persone. Rikitea è la capitale, cioè il centro abitato principale di Mangareva, che a sua volta è l’isola più grande delle Gambier, in pratica l’unica veramente abitata. Per inciso, a Mangareva arriva l’aereo da Tahiti, tre ore e 40 minuti di volo, il martedì e il sabato, andata e ritorno circa 600 euro (a cui vanno aggiunti i 5.000 euro di volo di andata e ritorno per e da Tahiti). Le Gambier sono appunto a più di 1600 chilometri a sud-est di Tahiti, sono le isole più lontane in assoluto. Immagino che arrivando a Mangareva (fermo restando di aver smaltito le 10 ore di fuso orario a Tahiti) vorrei subito fare il giro dell’Isola, come fece a suo tempo Robinson Crusoe appena sbarcato sulla sua isoletta delle Juan Fernandez, per rendersi conto di dove si trovava. E del resto l’Isola di Mangareva è lunga quattro chilometri e larga meno di due, e pare che il giro delle sue rive sia poco più di 20. E, a quel punto, dovrei subito rendermi conto della sua particolarità, cioè quella di essere un “meglio di” di tutta la Polinesia: infatti dicono che le spiagge, protette dalla laguna, siano bellissime. E al centro ci sono due montagne, cioè il Monte Duff alto 441 metri e il Mokoto, alto 423. Quindi, appunto, ci sono le particolarità delle Tuamotu e delle Marchesi assieme! Il nome Mangareva significa “la montagna dove cresce il Reva”, che credo che sia una specie di canapa dai frutti velenosi. Alle pendici delle due colline ho letto poi che c’è terra coltivata a pompelmi, banane e caffè. Dicono che sull’Isola ci sia poco da fare, ma non credo invece che sia possibile annoiarsi: ci sono passeggiate stupende, possibilità di girarla a piedi e anche in macchina, di arrampicarsi sulle colline, di farsi bagni e immersioni nelle lagune..

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