Isole Australi, ovvero l’altra Polinesia

Patrizio ci racconta un viaggio ancora tutto da inventare

Si tratta di un’isola vulcanica, ci sono anche dei rilievi significativi (tipo il Monte Taita, che sale a 450 metri sul livello del mare) e questo immagino la renda interessante e selvaggia, come le Marchesi: montagne scure in mezzo al blu del mare e del cielo. Ma nel caso di Tubuai non c’è solo la montagna in mezzo al mare: attorno c’è anche una laguna, delimitata da una barriera corallina, con i classici motu (isolotti). Parentesi: nella Polinesia francese le Tuamotu (ad esempio la stupenda Rangiroa) sono isole “antiche”, in cui la montagna vulcanica iniziale è collassata in mare, per cui resta soltanto una striscia di terra circolare (barriera corallina) che racchiude una laguna: magnifico mare ma pochissima terra. Viceversa le Marchesi sono Isole “giovani” (secondo quanto ha scoperto Darwin), con la montagna appunto ancora svettante ma senza barriera corallina, quindi bellissime terre ma niente mare, che sprofonda subito. Le Australi invece mi pare che si presentino come isole “mature”, né giovani né vecchie, con tutto: montagna e mare accessibile. Tra l’altro i fondali di Tubuai sono famosi tra coloro che fan­no immersione: sembra che l’acqua sia cristallina e piena di pesci. Il pae­saggio dicono che sia il massimo. Innanzitutto è vario: montagne ma an­che spiagge bianche, e all’interno pianure fertili e coltivate a caffè, tuberi e arance. Da Mataura, il porto, si può partire a fare delle escursioni verso la montagna, a piedi o (meglio) in Jeep. Poi addirittura c’è chi si arrampica sulle rocce, ma non fa per me. Piuttosto, Tubuai è un’isola scolpita nel mio immaginario perché è stata il primo rifugio degli Ammutinati del Bounty nel 1789, subito dopo la loro ribellione, prima di riparare a Pitcairn (dove an­cora vivono alcuni loro discendenti). Ci sono ancora, pare, i resti di Fort George, l’avamposto su cui si erano barricati per resistere agli attacchi della popolazione locale ostile che alla fine li ha cacciati via. Fatto sta che i locali a suo tempo li hanno combattuti, e adesso invece li celebrano, con una festa in cui si ricostruisce proprio l’arrivo del Bounty a Tubuai. Questa è l’Isola più grande dell’Arcipelago, la capitale. Ho provato a informarmi: pa­re ci sia una pensioncina che sia chiama Vaitea Nui (http://pensionvaiteanui.in-tahiti.com) che costa dai 50 ai 60 euro a testa, supplemento mezza pensione 45 euro.

LE GROTTE E LE BALENE

Rurutu tradotto alla lettera vorrebbe significare “lo scoglio che emerge”, ed il nome è già tutto un programma. Qualcuno l’ha definita “il Giardino dell’Eden”. Me la sono immaginata più rocciosa di Tubuai: qui è tutto basalto e calcare. Ma il calcare è appunto erodibile dal vento e dall’acqua e infatti Rurutu è famosa per le sue grotte, molto spettacolari che anticamente erano state usate anche come tombe. Sul Monte Taatioe segnalano la Grotta di Ina, una dea locale. Poi c’è la Grotta Anaeo, soprannominata “Grotta Mitterand”, dopo che fu visitata dall’allora presidente francese. Poi c’è Mo’o, la grotta della lucertola gigante. Ma anche Rurutu, come del resto Tubuai, non è brulla (come accade a moltissime altre Isole più a nord): anche qui ci sono piantagioni di caffè, ananas, pompelmi e lycis (quei frutti bianchi e tondi che si trovano sem­pre nei nostri ristoranti cinesi). E il paesaggio viene descritto come mera­viglioso: baie e sabbia bianca finissima. Sempre per tornare al confronto con gli altri arcipelaghi della Polinesia francese: alle australi si trova di tut­to, dalle spiagge bianche alle montagne, fino alle pianure coltivate e irri­gate dalla pioggia. Merito qui, del clima. Ma Rurutu è famosa soprattutto perché in determinate stagioni (da luglio a ottobre) vengono a riprodursi le balene, in particolare le megattere. Le si può osservare da terra, oppure con una barca le si può avvicinare. Si tratta di un’esperienza che ho già fatto in Pacifico, durante il Giro del Mondo di Adriatica, a alle Isole Vavau, ed è stato molto emozionante! A Rurutu vivono circa 2.000 abitanti che vivono per l’appunto di agricoltura e artigianato: usano fibre vegetali per intrecciare cappelli, ceste, borse

Parole chiave
,
  • 1897 Visualizzazioni
  • Stampa
  • Invia ad un amico

Commenti
  1. Nessun utente ha ancora commentato. Se sei un utente registrato puoi usare questo form per dire la tua!

Per scrivere su Turisti Per Caso devi prima registrarti!


Entra con il tuo account social