Da cajamarca a cuzco: sulle orme di pizarro

Ottobre 1532, Caxamarca (Cajamarca). Le prime tenebre scendono veloci dalle cime; la città è in festa. L’esercito di Atahualpa, principe di Quito, occupa tutta la pianura e cori stonati si levano dalle migliaia di gole dei guerrieri vincitori. Le truppe ...

  • di gabrielepoli
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: da solo
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

Ottobre 1532, Caxamarca (Cajamarca). Le prime tenebre scendono veloci dalle cime; la città è in festa. L’esercito di Atahualpa, principe di Quito, occupa tutta la pianura e cori stonati si levano dalle migliaia di gole dei guerrieri vincitori. Le truppe di Cusco sono ormai allo sbando e la vittoria è sicura. A pochi chilometri, Atahualpa, figlio di Huayna Capac e fratellastro del signore di Cusco e rivale Huáscar, si riposa nelle acque termali; è soddisfatto, anche se un piccolo cruccio ancora lo assilla. La notizia dell’arrivo di un gruppo di uomini barbuti, sporchi e puzzolenti –ma armati di strani bastoni che possono uccidere a distanza e accompagnati da grossi e bizzarri animali-, lo inquieta. No, non teme questi personaggi giunti dal mare, tuttavia, potrebbero rappresentare un pericolo se si alleassero con i resti dell’esercito di Huáscar. Potrebbe risolvere il problema inviando truppe a distruggere gli intrusi, ma la curiosità di vedere all’opera le nuove armi e il desiderio di novità sono forti. In fin dei conti, ci sarà sempre tempo per eliminarli, ma occorre evitare che possano incontrarsi con i soldati di Cusco. Che fare? La soluzione migliore è di invitarli a Caxamarca. Quando Francisco Pizarro riceve la visita degli emissari di Atahualpa ha da poco fondato la prima città spagnola, San Miguel de Piura. Come il re inca, anch’egli è indeciso, combattuto fra la paura di un’imboscata e la bramosia di tesori. Le forze a sua disposizione sono esigue, uno sparuto gruppo di avventurieri e qualche archibugio, utile più a far rumore che a ferire. Può contare sui cavalli, sconosciuti agli indigeni, che consentono di caricare con violenza il nemico appiedato e su un’arma segreta. A Panama, il comandante spagnolo ha fatto imbarcare alcuni barili di vino moscato, dolce e inebriante, e il frate Yepes, uno dei tre domenicani al seguito, ha provveduto a versare in alcuni di questi contenitori del potente veleno. Nessuno ne è a conoscenza perché il rischio dell’infamia è troppo alto: egli stesso, padre Yepes, ormai provvidenzialmente deceduto, e pochi altri ne sono al corrente. La decisione è presa; se sono arrivati sin lì è per conquistare un regno –e i suoi tesori-, quindi si parte. E poi, chissà, potrebbe anche andar tutto bene, soprattutto se riuscissero a catturare il re nemico. Felipe, l’indio interprete, ha riferito che l’esercito avversario deporrebbe le armi, una volta fatto prigioniero il sovrano.

Non è ancora sorta l’alba, il sabato 16 di novembre, ma i 170 spagnoli stanno all’erta; non hanno chiuso occhio da quando, il pomeriggio del giorno prima, sono entrati nella grande piazza di Cajamarca. Gli Europei non hanno ricevuto alcuna molestia, ma tremano ugualmente. Nascosti fra i palazzi e le strette vie della città, attendono di incontrare il sovrano inca. La sera innanzi, Hernando Pizarro, fratello del comandante, ha fatto visita ad Atahualpa; non è stato un grande incontro. Il re è borioso, scostante, ma i suoi generali hanno accettato di bere il vino avvelenato ed ora parecchi di loro sono in preda agli spasmi senza conoscerne il motivo. E’ pomeriggio; il corteo reale entra in pompa magna nella piazza. Migliaia di uomini disarmati per la sciocca supponenza del sovrano, nobili che spargono petali di fiori dinanzi alla portantina regale sulla quale, superbamente assiso, Atahualpa avanza spavaldo. Gli spagnoli restano nascosti e il solo padre Vicente de Valverde si avvicina alla portantina reale col Vangelo in mano. Il re e il religioso parlano senza comprendersi, maneggiano il libro sacro che cade al suolo. “Santiago!”, urla Valverde; “Santiago!”, rispondono gli armati dai loro nascondigli. Tuona la piccola bombarda, è il segnale dell’attacco. Al galoppo, i cavalieri iberici si gettano sull’imperatore, lo catturano, intanto che tagliano mani, squarciano petti, recidono teste. “Santiago!” Il sovrano è vinto, guardato a vista all’interno di un palazzo, ma i conquistadores non sono stanchi di sangue e per ore continuano ad uccidere. Alla fine, saranno almeno settemila i morti inca

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