DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno .1

Il racconto di questo viaggio si divide in 8 capitoli geografici: 1) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 1. Sezione PERÚ 2) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 2. Sezione BOLIVIA 3) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 3. Sezione ...

  • di davovad
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: da solo
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

Il racconto di questo viaggio si divide in 8 capitoli geografici: 1) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 1. Sezione PERÚ 2) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 2. Sezione BOLIVIA 3) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 3. Sezione PARAGUAY 4) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 4. Sezione BRASILE 5) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 5. Sezione BOLIVIA 6) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 6. Sezione CILE 7) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 7. Sezione BOLIVIA 8) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 8. Sezione PERÚ Per leggere il racconto completo bisogna seguire quest’ordine.

Il personaggio che ha scritto questi appunti è morto quando è tornato a posare i piedi sulla terra d’Argentina, e colui che li riordina e li ripulisce, “io”, non sono più io; per lo meno, non si tratta dello stesso io interiore. Quel vagare senza meta per la nostra “Maiuscola America” mi ha cambiato più di quanto credessi. Ernesto Guevara - Latinoamericana

CAPODANNO Il Boeing 747 decollò da Bogotá e, dopo aver valicato la Cordillera Oriental colombiana, puntò dritto verso sud. Quando superammo la linea dell’equatore mi sentii finalmente in Sudamerica, nell’emisfero australe, dove le stagioni sono invertite e l’acqua defluisce dai lavandini in un vortice antiorario. Il sogno si stava realizzando. Dal finestrino di coda contemplavo commosso il compatto tappeto verde dell’Amazzonia solcato da una miriade di fiumi. Alcuni erano enormi, larghi anche chilometri, e ansa dopo ansa si perdevano nell’orizzonte convesso, dove la foschia rendeva difficile stabilire il punto esatto in cui finiva la terra e cominciava il cielo. Atterrai all’aeroporto internazionale Jorge Chavéz di Lima la sera del 31 dicembre del 1998. A quell’ora in Italia avevano già festeggiato il nuovo anno. Era buffo pensare che lì era buio ormai da dieci ore e che faceva un freddo cane. Il corridoio che conduceva alla dogana era tappezzato di manifesti illustrati. Mettevano in guardia i signori viaggiatori sulle conseguenze in cui sarebbero incorsi se fossero stati trovati in possesso di droga, leggi cocaina. Le immagini non erano per nulla allettanti. Mi avvicinai all’ufficio immigrazione, convinto che un soggiorno nelle prigioni peruviane non sarebbe stato esattamente il mio ideale di viaggio. Per stemperare l’angoscia suscitata da quelle scene raccapriccianti i manifesti erano intervallati da bacheche di vetro, che contenevano squisite riproduzioni di oggetti d’arte precolombiana custoditi nei bellissimi musei della capitale. Siccome alla migración danno per scontato che il turista si fermi al massimo per un mese, mi affrettai a specificare che avevo intenzione di trattenermi per un periodo più lungo. L’ufficiale mi squadrò, fece un sorrisetto del tipo “Farai la fine dei tipi dei manifesti” e scrisse 90 días sul passaporto e sulla carta turistica. Ritirai lo zaino e cambiai un travellers’ cheque, ignaro che il tasso praticato dalla Casa de Cambio dell’aeroporto fosse vergognoso, un’autentico furto. Uscii fuori e respirai la prima vera aria sudamericana. Era indubbiamente più leggera di quella che in realtà mi circondava, era aria d’avventura. I facchini piombavano sui passeggeri ancora mezzi scombussolati, strappavano quasi a forza i loro bagagli e li trasportavano per non più di cinque metri fino ai costosissimi taxi degli amici, pretendendo compensi esorbitanti tra le proteste dei clienti che si trovavano a pagare un aiuto non richiesto quanto inutile. Riuscii a stento a schivare facchini polipeschi e taxisti sorridenti, attraversai il parcheggio ed uscii su un vialone trafficatissimo. Fermai un taxi. Costava un quarto del prezzo praticato all’interno dell’aeroporto. Era un taxi ufficiale, con autorizzazione, timbri, numero di targa e foto in bianco e nero del taxista ben esposti sul parabrezza. Era indicato anche un numero di telefono per segnalare alle autorità qualsiasi inconveniente. L’amministrazione metropolitana cercava in tutti i modi di arginare il dilagante fenomeno dei taxi abusivi, responsabili non tanto di evadere il fisco quanto di commettere rapine ai danni dei turisti. Il coinvolgimento di stranieri in episodi di criminalità aveva avuto come conseguenza l’adozione di contromisure in perfetto stile europeo, che stonavano non poco in quel contesto di indicibile marasma

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