Viaggio tra i palazzi nobiliari di Palermo

Ecco quelli aperti al pubblico dove potete soggiornare e assaggiare la cucina dei Monsù

 

A Palermo, l’affascinante teatro della sicilianità non è solo quello che si rappresenta tutti i giorni per le strade e nei celebri mercati storici. C’è un’altra aristocratica ribalta offerta a un ridotto pubblico di intenditori (noblesse oblige), quella dei palazzi nobiliari rimasti fedeli alla loro identità originale e ancora abitati dai loro proprietari. Non tutti aprono al pubblico quotidianamente, ma ai visitatori desiderosi di immergersi in atmosfere gattopardesche, in fondo, è chiesto solo il sacrifico di informarsi sulle modalità della visita. Il più celebre di tutti, conosciuto nel mondo intero grazie al film “Il Gattopardo” di Luchino Visconti, è Palazzo Valguarnera Ganci. Costruito nel Settecento, è arrivato perfettamente integro ai giorni nostri e merita una visita non solo per il celebre salone della scena del ballo, ma perché tutto il maestoso edificio è forse la testimonianza più alta e sorprendente del Rococò Siciliano. E’ abitato dalla proprietaria principessa Carine Vanni Mantegna, ed è visitabile da gruppi con prenotazione. Anche il magnifico Palazzo Ajutamicristo è una residenza privata. Fu costruito nel XV secolo dall’architetto Matteo Carnilivari, lo stesso di Palazzo Abatellis (oggi Galleria Regionale della Sicilia). Per la magnificenza dei suo interni, trionfanti di affreschi, è stato ritenuto degno di ospitare Carlo V nel 1535 e Don Giovanni d'Austria nel 1576, oggi è abitato dai baroni Calefati di Canalotti. Non è aperto al pubblico, ma si può soggiornare - per altro a un prezzo contenuto - in una delle stanze adibite a bed & breakfast. Di solito i baroni Celefati non negano agli ospiti una visita alla loro magnifica dimora.

Più immediata la possibilità di vedere Palazzo Mirto che è divenuto un museo… di se stesso. Nei grandi saloni risorge la quotidianità dei secoli passati grazie agli arredi scelti con grande gusto e perfettamente conservati: mobili, specchiere, tendaggi, quadri, statue, armi, ceramiche siciliane, collezioni di ventagli, orologi. Tutti oggetti di grande pregio ma soprattutto capaci, grazie alla loro autenticità, di creare una scenografia perfetta. Come se da un momento all’altro dovesse comparire un’augusta padrona di casa in crinolina. Perfettamente conservato è Palazzo Butera, proprietà dei discendenti dei principi di Butera. Imponente e barocco, domina il lungomare del Foro Italico dal quale è separato dalla “Passeggiata delle Cattive”, una lunghissima terrazza così chiamata perché un tempo riservata alle discreta passeggiate delle vedove, in dialetto siciliano “cattive” da “captivus”, prigioniero. Alla passeggiata si accede liberamente anche da piazza Santo Spirito e vi si può godere della vita di tutto il golfo di Palermo.

Il panorama delle dimore storiche visitabili annovera anche Palazzo Asmundo, Villa Valguarnera di Niscemi, Villa Lanza di Trabia, Villa Malfitano Whitaker e Villa Tasca. Altre vengono aperte solo in occasione di mostre, concerti, eventi culturali di varia natura. Insomma, quando si viene a Palermo conviene informarsi su quanto succede in città.

La cucina dei Monsù

Proprio nelle cucine di questi palazzi nacque la cucina baronale siciliana, motivo di quella raffinatezza presente in tanti piatti popolari della cucina isolana. Tutto merito dei monsù, i cuochi di origine francese (il termine è una contrazione dialettale di monsieur) divenuti nel sette- ottocento uno status symbol per l’aristocrazia cittadina. Furono puntualmente citati Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che nel suo Gattopardo parla di Monsù Gaston come del "Raffaello fra i cuochi" e così descrive il suo timballo di maccheroni: "L’oro brunito dell’involucro, la fragranza di zucchero e di cannella che ne emanava, non era che il preludio della sensazione di delizia che si sprigionava dall’interno quando il coltello squarciava la crosta: ne erompeva dapprima un fumo carico di aromi e si scorgevano poi i fegatini di pollo, le ovette dure, le filettature di prosciutto, di pollo e di tartufi nella massa untuosa, caldissima dei maccheroni corti, cui l’estratto di carne conferiva un prezioso color camoscio.”

Oltre che importare i piatti della cucina francese del tempo, i monsù si dedicarono alla rivisitazione dei piatti d’oltralpe importati in Sicilia al tempo della dominazione angioina, come il rollò (arrosto arrotolato) , il fricassée e quelle “briosce” che ancora oggi vengono riempite di gelato. Usarono le patate, i peperoni, le zucche, i pomodori, i tacchini, l’ananas, il cacao e tutti i nuovi cibi arrivati dalle Americhe che stentavano entrare nelle tavole europee. Ma il merito più grande dei monsù è di avere fortemente influito sulla cucina popolare consentendole di evolversi in preparazioni addirittura raffinate a dispetto della povertà degli ingredienti. Storico e sociologico il motivo di questa omologazione gastronomica tra classi: i palazzi prevedevano una stretta fusione tra nobiltà e popolo. I signori stavano al "piano nobile", mentre al pianterreno e in soffitta alloggiava e la servitù. Una separazione fittizia, visto che gli aiutanti dei monsù e le sguattere si spostavano con un brevissimo tragitto dai loro “quarti” al piano nobile dove manipolavano le costose prelibatezze della cucina patrizia. Una volta a casa, non mancavano di copiarla sostituendo gli ingredienti con succedanei a buon mercato. Del resto, gli stessi monsù non disdegnavano di istruire, spesso d'intrallazzo e a pagamento, i più modesti "cuochi di paglietta" a servizio presso le famiglie borghesi.

E’ nata così una cucina interclassista , capace di superare la storica distinzione tra cucina “nobile” e “popolare”, e di proporsi come “terza via”, la stessa praticata oggi in Sicilia

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