L’aia: la citta’ dagli occhi blu

Non è stato un viaggio di piacere, ma un impegno lavorativo che mi ha obbligato a lasciare il sole italiano per pochi giorni in una città che affaccia sul brumoso mare del nord, freddo ed inospitale. Città da uomini d’affari, ...

  • di FrancescoeLiz
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: da solo
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

Non è stato un viaggio di piacere, ma un impegno lavorativo che mi ha obbligato a lasciare il sole italiano per pochi giorni in una città che affaccia sul brumoso mare del nord, freddo ed inospitale.

Città da uomini d’affari, spesso troppo indaffarati per constatare cosa c’è dietro il grigio palazzo del business del momento; viaggio che strappa dal tepore domestico per proiettare in poche ore all’aeroporto di Amsterdam (ottima low cost la Transavia, a 95 euro A/R da qualsiasi aeroporto italiano) per poi proseguire in treno, fino alla stazione centrale a L’Aia. Da lì tram fino a destinazione, nel mio caso l’hotel Europa di Seveningen, il quartiere “balneare” della città, fra virgolette perché in realtà simile a Rimini d’inverno, con gente felice soltanto per essersi avvicinata al bagnasciuga, dove solo qualche cane eroico ha il coraggio d’immergersi fra le onde, pur di seguire fedelmente il suo padrone che con una muta da sub sfida i flutti sul suo surf. Vivamente sconsigliato il bagno, a meno di voler raggiungere la Gran Bretagna in braccio alle correnti.

Uno scorcio sul lungomare, dal cielo perennemente grigio, con simbolico volto bronzeo di donna immerso sul marciapiede del lungomare e parata di statue sferzate dal vento, dedicate ai bambini in un paesaggio da adulti. Il mio tempo libero a disposizione è stato veramente poco, lo stretto indispensabile per compiere l’itinerario turistico del viaggiatore frettoloso, che in poche ore attraversa il centro della città. Tanti negozi di marca, paradiso dello shopping per le carta di credito più grasse, tanto per scegliere qualcosa da portare a casa e non tornare a mani vuote. Non si sorprende più nessuno davanti ai cofee shops, pieni di metallari demodè che gustano la specialità della casa, mascherati nei loro completini di pelle. Veramente curioso passare vicino alle case private, con finestroni a livello marciapiede, dove tutti i passanti possono costatare l’olandese tipo, che sulla sua sedia a dondolo legge il quotidiano nel suo soggiorno, con la tranquillità calvinista di chi ha già fatto il suo dovere e può concedersi il suo momento di relax, senza temere lo sguardo del prossimo. Anche io, aspirante manager, voglio dimostrare di meritare un breve momento di riposo nel centro benessere del lungomare, dove dal vento freddo di marzo si passa, in pochi secondi, alla vampa di calore della sauna e del bagno turco dove, orrore, sono l’unico che indossa in costume! E allora via, come impone la regola del viaggiatore, assecondo le usanze locali, che prevedono di mostrare con disinvoltura le proprie grazie al prossimo, che rilassato esibisce promiscuamente le proprie nudità. Non è stato il massimo del relax, per chi come me non è abituato al nude look. Ma ho fatto anche questo, e poi su le mutande e via, per un’altra passeggiata nel centro, ancora perplesso perché piove e nessuno sembra notarlo, specie i numerosi ciclisti che viaggiano sotto l’acqua come noi sotto il sole.

Non ripeto la descrizione da guida turistica, magnificando le attrazioni cittadine, invero pochine per chi viene dall’Italia. Quello che invece noto, sono gli occhi blu.

Sguardi distratti di tante ragazze dalla bellezza stupefacente: nelle nostre strade camminerebbero sulle nuvole, ma lì passeggiano con disinvoltura, abbigliate senza glamour, ma con volti, fisici e sguardi mozzafiato dal colore del mare. Meglio pensare alla rassicurante bellezza mediterranea che aspetta il mio ritorno...

Se la sera il turista si ferma nel ristorante del centro, con l’imbarazzo della scelta fra le cucine di cento paesi diversi, il viaggiatore arriva al porto, cammina sul molo e si ferma nel chiosco frequentato dagli olandesi, con strepitoso panino all’aringa e cipolla (provare per credere, e chi se ne importa se non si bacia più nessuno fino all’indomani) e mix di pesce fritto assortito, equivalente di un allegro calcio al fegato. Birreria del porto per concludere la serata, fra gli avventori che sfumazzano senza pietà (non vige ancora alcun divieto) e scelta infinita di birre. La mattina, prima di ripartire, sento il dovere morale dell’ultimo panino all’aringa, anzi due, pur di portare il ricordo del sapore più caratteristico del posto; mentre fisso romanticamente il porto concludendo la mia colazione, si avvicina un gabbiano dalle dimensioni inquietanti e dal piumaggio bianco accecante, sguardo animale che chiede solo di fare colazione insieme. Tieni, prendi la mia aringa e vola via: io torno a casa.

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