Viaggio alla scoperta della natura norvegese

Un piccolo racconto sulla mia esperienza insieme ai miei due compagni di viaggio a Bergen ed attraverso le tre rocce più famose della Norvegia: Trolltunga, Preikestolen e Kjeragbolten

  • di Paoloarountheworld
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 3
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

GIORNO 1

Arriviamo all’aeroporto di Bergen con un volo partito ovviamente in ritardo da Fiumicino. Dopo aver scattato l’immancabile foto con sullo sfondo la scritta “BERGEN?”, ci dirigiamo di nuovo all’interno dell’aeroporto per ritirare la nostra auto e ci dirigiamo subito verso la città di Bergen.

Posteggiamo all’interno di un centro commerciale (Storsenter), pagando poche NOK in cambio di un parcheggio riparato. Piccolo giro al porto, cambio dei soldi, rapida spesa per giusto l’essenziale e partiamo alla volta di Odda.

Purtroppo, un po’ sprovveduti ed ancora per nulla pratici di quello che potevano essere le tempistiche degli spostamenti in auto in Norvegia, rimaniamo senza un riparo per la prima nottata; “decidiamo”, quindi, di dormire direttamente in auto. La peggiore dormita di tutta la settimana, o almeno così credevamo al nostro risveglio.

GIORNO 2

Dopo un paio d’ore di riposo in totale, passate a girarci tra il caldo e il freddo, veniamo svegliati dalle prime luci dell’alba e ci accorgiamo di essere rimasti a dormire di fronte ad un negozio di vernici, con la canna da pesca proviamo a fare qualche lancio nel fiordo in cerca di merluzzi, mentre gli imbianchini ci guardano con fare circospetto.

Ci diamo una sciacquata e partiamo per recarci alla zona base del Trolltunga (Skjeggedal Carpark). Un po’ confusi dalle indicazioni e dopo esserci fermati per strada un paio di volte per chiedere informazioni, incontriamo un signore anziano molto gentile che ci suggerisce una fantastica dritta per non pagare i 500 NOK del parcheggio: nemmeno 1 km dopo la base c’è una diga, con di fronte una miniera o qualcosa di simile: si può parcheggiare gratis lì. Gli avevamo promesso che non l’avremmo detto a nessuno… Ops.

Dopo aver sistemato gli zaini con tende e affini, e probabilmente avendo con noi anche molto più del necessario, inizia la salita. Un susseguirsi di paesaggi totalmente diversi l’uno dall’altro, che sembrano non appartenere nemmeno allo stesso tipo di ambiente. Si parte su una strada di brecciolino dove ancora circolano le macchine che vanno al parcheggio soprastante. Si segue per una lunga zona in mezzo agli acquitrini, salendo per delle “scale” di roccia che portano successivamente su una lastra di pietra scivolosa che ha tutta l’aria di essere formata dallo scorrere delle acque piovane. Si arriva poi in una zona più piatta in cui si formano alcuni laghetti (appurato: non ci sono pesci lì dentro), giungendo più avanti in una zona che si affaccia sul fiordo e che, personalmente, ho trovato essere la più suggestiva.

Durante le pause sorseggiamo acqua piovana e recuperiamo energie con sottili salamini norvegesi (che battezziamo “peni di cervo”) e panini con skinke, un orrendo surrogato del prosciutto cotto. Da esausti ci sembra squisito e durante le pause lo trangugiamo con avidità.

Siamo circa a tre quarti del tragitto e da qui in poi il paesaggio cambia poco: si cammina bene o male sempre sul fianco della montagna che dà sul fiordo. In effetti, questa è la zona che più ci è costata maggior fatica mentale perché avevamo continuamente l’impressione che si stesse per arrivare, quando invece non era così e la luce del giorno continuava a diminuire incessantemente. Qui notiamo come sia variabile il tempo: sole e pioggia che si alternano continuamente, confermando il mito per cui in Norvegia è impossibile far previsioni meteo accurate. Incontriamo una guida che vedendoci con gli zaini carichi, ci chiede se abbiamo intenzione di dormire in cima. Ci avverte di prepararci a una nottata molto ventosa

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