Partenza il 26/11/2006 · Ritorno il 10/12/2006
Viaggiatori: da solo · Spesa: Da 1000 a 2000 euro

Il Nicaragua che volta pagina

di vagamondi - pubblicato il

Nicaragua, Novembre-Dicembre 2006 Itinerario: San Josè (Costarica) – Managua – Matagalpa – La Dalia – Leon – Masaya – Granada – San Juan del Sur Mezzi di trasporto: Pulman Pernottamenti: Casa Materna Tuma La Dalia – hotel Durata: 15 giorni 26 Novembre 2006 Ad un anno esatto di distanza dall’ultimo viaggio a Cuba, ho rimesso lo zaino in spalla! E finalmente ci sono, dopo un interminabile volo oltre oceano sono atterrato in Costarica, a San Josè. Dopo le interminabili trafile burocratiche di passaporti e bagagli esco dal piccolo e caotico aeroporto, ad aspettarmi c’è Silvia, una amica italiana che in questo periodo è a San Josè per lavoro. Che bello, finalmente la possibilità di proferire parola con qualcuno! In taxi mi porta alla piccola, tranquilla e graziosa guesthose Bekuo (325m oeste Spoon Los Yoses - info@hostelbekuo.Com) che ha una sorta di cucina self service, e avrò per questa notte una camera spaziosa con bagno e 4 letti tutta per me!Un letto!Mamma quanto l’ho desiderato in queste interminabili ore! Poi con Silvia andiamo a piedi a mangiare qualcosa per cena in un ristorantino non lontano, anche perché è buio, e girare di notte a San Josè è molto pericoloso! Silvia mi racconta anche dell’enorme differenza tra l’atmosfera un po’ ovattata, e molto americanizzata del Costarica rispetto a quella ancora autentica e genuina del Nicaragua, e mi da delle utili dritte sul viaggio che mi aspetta domani in bus da San Josè a Managua! Altre 9 ore di tragitto, aiuto, un incubo!In più ci sarà l’attraversamento della frontiera, già immagino le comiche! Però la mia destinazione è il Nicaragua! Vabbè, saluto Silvia che è stata davvero gentile , la rivedrò domani mattina. E così sono qui, solo, nella mia camera. Non ho neanche la forza di farmi una doccia, la rimando a domani, la voglia di stendersi orizzontale è troppo forte! La mia testa però è ancora un continuo di pensieri, ricordi e riflessioni: è la prima volta che viaggio da solo, e lo ammetto, sono contento di essere qui, ma anche un po’ confuso, sembra un po’ surreale. Penso tanto, poi la stanchezza, nonostante qui siano solo le 20.30, fa il resto. Pensavo facesse più caldo, invece la copertina leggera ci vuole. La tiro su, schiaccio il tasto “pause” della mia testolina, e mi concedo un meritato riposo...Sono sveglio da non so quante ore, alle 5 am italiane già gironzolavo come uno zombie nell’aeroporto di Linate...E in più domani mi aspetta un altro tour de force!Il viaggio è solo all’inizio! 27 Novembre 2006 Sono le 5.30 del mattino, ma non ho più sonno...Bhè, un po’ ho dormito! Che bello, mi accorgo di non essere più a casa perché tra i primi rumori uditi al mio risveglio non c’è quello del traffico, ma un concerto di versi di strani volatili, sembra di essere nella giungla!Fantastico! Dopo una colazione self service a base di frutta, mi ritrovo con Silvia, che gentilissima mi ha già procurato dei panini per il pranzo e il biglietto del Tica Bus che in 9 ore mi porterà in Nicaragua!Facciamo prima insieme un breve giro nel centro di San Josè; la città me la immaginavo diversa, invece non è niente di chè, anche se comunque si comincia a respirare un po’ di atmosfera centroamericana. Sicuramente se il Costarica è definita la Svizzera di queste parti, San Josè non è di certo la sua Berna o Zurigo! All’ora di pranzo saluto Silvia e salgo sul Tica Bus: per questo tragitto infinito, e appena un giorno dopo il volo aereo, mi sono concesso un bus di classe turistica, comodo, con bagno e aria condizionata, il tutto per pochi dollari in più. A bordo però ci sono solo locali, fatta eccezione per me e altre 4 ragazze credo tedesche. Al mio fianco mi ritrovo una signora ingombrante che legge la Bibbia. Man mano ci si allontana dalla città, il paesaggio si fa di un verde intenso, ci sono degli scorci stupendi, poi però comincia a piovere forte. Passano le ore, e, all’improvviso, dal finestrino appare un enorme arcobaleno (così grande non l’avevo mai visto!!!)e il cielo assume tonalità fantastiche...Peccato che attraverso il vetro bagnato le foto che scatto non rendano...Intanto si è fatto buio, e finalmente, arrivo alla frontiera:è stracolma di file di enormi camion. Scendiamo tutti dal bus, il caos regna sovrano, si viene assaliti dai coyotes (cambiavalute), è buio e non si capisce bene cosa fare, anche perché nessuno te lo spiega...Comunque il qualche modo, esco dal Costarica. Di nuovo pochi metri di bus, e giù di nuovo: sono le 19.30, finalmente Nicaragua! Il timbro che aspettavo sul mio passaporto! Qui avviene un controllo casuale dei bagagli, io lo scampo, e così il puffetto viaggiatore che mi accompagna in ogni viaggio, entra con me come clandestino, e la tassa d’ingresso (8$) la pago solo io...Il viaggio sul Tica Bus prosegue lento, è buio, dai finestrini non si vede nulla, per fortuna la sciura a fianco a me è scesa, e almeno scambio due chiacchere con una ragazza nicaraguese. Sono ormai passate le 22 quando l’interminabile viaggio termina a Managua. Sono cotto! Saluto la ragazza, ad attendermi c’è Norman (il compagno di Silvia), un ragazzo nicaraguese che vive in Italia, ma che è qui per un po’ di mesi, e mi ospiterà nella mia permanenza nella capitale. Lo rivedo dopo tanto tempo con molto piacere! Mi porta prima a mangiare qualcosa in un paladar per strada, poi nella sua bellissima casa che ha affittato, a più camere, in una tranquilla via, con un patio e dei dondoli (tipici di queste parti) stupendi...Ma sono troppo cotto per apprezzarli, e così, dopo due chiacchere, mi piombo nel letto! 28 Novembre 2006 Mi sveglio con la schiena a pezzetti, dopo le interminabili ore di spostamenti degli ultimi due giorni, ma finalmente da oggi comincio a girare! Fa caldo qua a Managua. La città in effetti non offre granchè da vedere: il tipico traffico caotico dove tutti suonano, enormi rotonde per le auto, qualche sfarzoso centro commerciale, e tanta tanta povertà. Ci sono ancora dappertutto manifesti e scritte elettorali delle recentissime elezioni politiche, che hanno visto il ritorno al potere del Frente Sandinista di Liberacion Nacional (FSLN) di Daniel Ortega. Le enormi disparità sociali e la povertà in cui versava il Paese, hanno reso inevitabile questo cambio, nonostante le solite paure e pressioni del capitalismo occidentale. Non sarà forse il Frente di qualche decennio fa (ahimè...), forse è più annacquato, ma resta pur sempre l’unica soluzione, in un contesto totalmente cambiato rispe4tto a quei tempi...Con Norman assistiamo anche ad una strana (soprattutto da queste parti) manifestazione fatta in auto, davanti all’Università, di giovani che invitano all’uso del preservativo! Poi ci facciamo un giro al locale mercato al coperto (con lo zaino davanti, sempre sottocchio): si vende di tutto, frutta, verdura, carni, e l’immancabile e colorato artigianato locale. In una di queste bancarelle cambio i miei dollari nella moneta locale, i Cordobas. Poi una breve visita in cima alla collinetta Tiscapa, dominata dall’enorme scultura raffigurante il generale Sandino, che sembra vegliare dall’alto l’intero Nicaragua. Managua è più o meno tutta qui. A mezzogiorno Norman mi accompagna alla stazione dei bus, dove, come sempre, regna sovrano il caos. Ci salutiamo qui per il momento: la mia destinazione è il Nord, la zona di Matagalpa, in montagna, feudo storico del FSLN. Sono su un bus scassato, pieno di indios contadini...L’atmosfera è surreale:musica a palla, statuetta di Gesù e adesivi del Che, in più la strada è in salita e piena di buche, soprattutto l’ultimo tratto. Il pulman si ferma ad ogni angolo e tira su chiunque e qualsiasi cosa, c’è gente anche sul tetto! Sembra di essere in un film, sono l’unico straniero a bordo, quasi mi vien da ridere! E’ un viaggio nel viaggio! Il paesaggio fuori è stupendo, sono nella selva, verde dappertutto. Vedo anche le prime povere case dei campesinos. Nel pomeriggio arrivo finalmente a Matagalpa, ma la vedo per poco tempo, perché subito mi sorprende un temporale. Mi riparo sotto una tettoia e ne approfitto per parlare con un signore che mi parla del suo Paese, e mi chiede del mio...Sui tetti di molte case e sui pali della luce (anche a Managua era così) svettano le bandiere rosse e nere del Frente. Mi ritrovo così a pernottare nel piccolo Hotel Plaza che per la verità non è un granchè. In Matagalpa, come in tutto il Nicaragua, c’è un grave problema energetico (uno dei tanti ricordi lasciati da anni di sfruttamento capitalista...)e così tutte le sere o quasi va via la corrente per diverse ore, lasciando le città completamente al buio, in un atmosfera spettrale, da ultimo giorno del mondo. La mia stanza per questa notte è un buco, ci sta giusto il letto, e l’unica luce durante l’immancabile black out, è data da un lumino con l’effige di Gesù...Si si, proprio quello dei morti!Mi sembra di essere in una bara anziché in un letto!Domani scoprirò se sono ancora vivo... 29 Novembre 2006 Sveglia come sempre all’alba. Ho appuntamento con una signora amica di Norman, che mi accompagnerà in una municipalità di montagna, La Dalia. Vado ospite presso una clinica per l’infanzia di sole donne, per conoscere e documentare fotograficamente un progetto che lo stesso Norman ha seguito e segue in prima persona attraverso l’attività del Centro per l’Educazione la Cooperazione e lo Sviluppo (CECS www.Cecs.It). Insieme a Rosa, l’amica di Norman, ci dirigiamo alla stazione dei bus di Matagalpa. Uno spettacolo: tanti pulman parcheggiati a caso, i vecchi scuolabus americani anni 50, ognuno addobbato con mille fronzoli coloratissimi, dove le effigi di Sandino, di Gesù e del Che si mescolano in una forse improbabile convivenza. Son tentato di fare mille foto, ma non è il caso di tirare fuori la macchina fotografica in questo coloratissimo caos (le stazioni dei pulman e i mercati sono i luoghi meno sicuri, come in tutto il mondo...), e così desisto e salgo sul bus che mi porterà a La Dalia insieme a Rosa.Da solo sarebbe stata dura capire su quale bus salire...Un igienista convinto qui morirebbe: prima della partenza è un continuo saliscendi di donne e bambini che vendono bibite colorate e acqua in sacchetti di plastica, dolci coloratissimi, pollo con riso e fagioli in piatti di carta e crepes al formaggio! Altro che il bus di ieri, questo è ancora più da film: 2 ore di strada a 20km/h, piena di curve in un continuo salire; che avventura, il pulman non è stracarico, di più! C’è come sempre gente sopra il tetto, e io mi ritrovo una bambina quasi in braccio. Rosa è simpatica, chiacchera tanto, e a volte faccio fatica a starle dietro. Alla fine arriviamo nel piccolo Municipio di La Dalia: l’atmosfrea è subito una di quelle che non ti dimentichi: bancarelle piccole botteghe che vendono ogni cosa, stracolme. Ci dirigiamo a piedi verso la Casa Materna. E’ un piccolo e grazioso circondario di casette basse, con una bottega, una farmacia, una clinica dentale e le stanze dove vengono accolte le donne incinte, una sorta di dormitorio, con una cucina e i bagni, e le stanze dove alle donne, spesso povere e senza istruzione, vengono insegnate le regole base della fase pre parto e post parto, il significato della maternità, i metodi contraccettivi, l’allattamento, il ruolo della madre e del padre...E vengono seguite fino alla nascita del bebè. Un progetto molto ben avviato ed importante, in una zona del Paese molto povera, che funge anche da punto di riferimento per molte famiglie del posto.. Vengo invitato a documentare fotograficamente l’attività della clinica, dove al momento sono ospitate 9 future mamme e una neo mamma di un bebè di un giorno, al quale ancora non è stato dato un nome. Resterò ospite qui, mi hanno ricavato una stanzina/magazzino con un letto. Mi sento un po’ imbarazzato, ma anche a mio agio tra loro. Pranziamo insieme, poi esco un po’, e trovo due bambine che dopo che gli chiedo il permesso di una foto, ci prendono gusto, divertendosi un mondo a fare immortalare i loro sorrisi per poi rivederli nella macchina! Hanno delle espressioni spontanee e bellissime, scatto a ripetizione! Dopo pranzo vado con Rosa ed Ernan (un ragazzo aiutante nelle clinica) nella selva circostante il paesino di La Dalia; il sentiero, non difficile, attraversa una natura rigogliosa, con tanti banani e sterminate piantagioni di caffè. Ogni tanto qualche capanna di campesinos, con l’immancabile bandiera rossa e nera sul tetto. Arriviamo ad un piccolo stabilimento di lavorazione del caffè, pochi e obsoleti macchinari, dove ci sono dei lavoratori a cui chiediamo il permesso di scattare qualche foto, e loro, contenti, ci spiegano le varie fasi della lavorazione. Intorno a noi si radunano in breve un po’ di bambini incuriositi dalla mia presenza e soprattutto dalla macchina fotografica: mi chiedono loro di farsi fare delle foto, quale migliore richiesta mi poteva capitare? Si divertono un mondo solo a rivedersi immortalati...Sto ancora scattando foto quando arriva il capo dell’impresa, anche lui contadino, che dopo due chiacchere mi invita ad andare direttamente a vedere dove e come raccolgono il caffè!Così, senza una ragione, quasi per dovere di ospitalità lo chiamano qui. E’ solo l’inizio...Mentre i campesinos preparano il camion, io e Rosa veniamo letteralmente attaccati da un maiale inferocito! E io che li credevo animali docili! Vabbè, un paio di scatti (di gambe stavolta) e finte (come ai bei tempi...)e la scampiamo!Salgo sul cassone posteriore del camion insieme ad altri campesinos (altra esperienza!la mia schiena...) e ci dirigiamo attraverso una strada impraticabile, verso un punto dove ad aspettare il camion stesso, ci sono almeno una cinquantina di persone di tutte le età : uomini, donne, bambini, anziani, ognuna col suo sacco di raccolta di fine giornata. E’ gente molto povera, vestita di stracci, con ai piedi sandali rotti o improbabili scarponcini. Hanno i volti molto stanchi, rugosi e un po’ incuriositi dalla mia presenza. E’ un lavoro duro, ci vuol poco a capirlo. Assisto al carico dei sacchi sul camion ad opera dei giovani più in forze, e il capo contadino mi spiega le condizioni in cui versano, abbandonati a loro stessi da decenni di governi che mai si sono preoccupati di loro, spesso costretti a vendere il raccolto a prezzi stracciati alle grandi imprese straniere che poi lo mettono sul mercato traendone enormi guadagni (il caffè Nica è tra i più ricercati). Mi dice che al tempo della Rivoluzione Sandinista le cose andavano molto meglio, e che oggi che i Sandinisti sono di nuovo al potere, spera che i giovani che vedo lì possano avere un futuro. Non sarà facile penso io, perché qui decenni di neoliberismo sfrenato hanno ridotto alla fame intere generazioni, ma questa è l’unica speranza che hanno. Mi sento impotente ascoltando queste parole, vorrei fare qualcosa per questa gente, ma non so bene cosa...Loro sanno che sono solo uno straniero che passa di là, ma sentono lo stesso il bisogno di fare conoscere la loro situazione, per non sentirsi abbandonati...Gli basta questo...Non so, magari al mio rientro in Italia, tramite il CECS, organizzeremo un progetto o una semplice raccolta fondi per questa gente, informando e documentando la loro condizione...Vedremo...Intanto ho deciso che darò loro le poche cose che mi sono portato dall’Italia da regalare (matite, quaderni, giocattoli vari, e qualche abbellimento femminile), però ovviamente non ce le ho dietro con me, così prendiamo appuntamento alle loro case, nella selva, dove ci eravamo incontrati. Con Rosa ed Ernan facciamo quindi la strada del ritorno verso la clinica, dove recupero le cose da dare, e di nuovo in cammino.Finalmente arriviamo, sono tutti lì, e avviene la consegna. Accennano a dei sorrisi, senza promettergli nulla, gli accenno che se sarà possibile ci metteremo in contatto con loro tramite la gente della clinica. Si fa buio, un po’ a malincuore, però dobbiamo ritornare...Ma...Il sole sparisce in fretta, e mi ritrovo a camminare nella selva al buoi! E’ infatti scesa la sera...Un po’ da incoscienti, ma che emozione!Non si vede una mazza, solo migliaia di minuscoli luccichii di piccoli insetti cicala, sono tantissimi puntini bianchi nella più completa oscurità, impressionante! C’è un caos di versi di uccelli e insetti, mischiato al rumore dei nostri passi; non si vede dove si mettono i piedi, un po’ ci si fa largo con le mani tra la vegetazione, intanto tallono da vicino Ernan, che non so come, ma sembra sappia bene dove stia andando!La mia mente, che oggi non si è fermata un attimo (ogni tanto lavora anche lei...)mi porta ad immaginare quanto debba essere stato duro, ai tempi della Rivoluzione, per i guerriglieri sandinisti muoversi di notte, mal vestiti e carichi di peso, per questi sentieri, o ancora per i tanti nicaraguesi, donne, bambini e anziani compresi, rapiti e deportati a forza dalle contras controrivoluzionarie finanziate dagli Usa, negli anni ’80, verso l’Honduras (mi vengono in mente i racconti dei sopravvissuti raccolti nel libro “Presidente non mi uccida” di Teòfilo Cabestrero, ed. Cens, che ben racconta quegli sporchi anni dimenticati dall’occidente...).Comunque, torniamo a noi...Non so come, ma arriviamo sulla strada asfaltata di La Dalia, ma anche qui siamo completamente al buio per il solito problema della luce che viene a mancare (fa eccezione qualche candela sulla porta di qualche casa o bottega, almeno si intravedono le ombre). Mi rintano nella stanzina ricavatami all’interno della clinica, è stata una giornata intensa, e faccio un po’ fatica a riordinare le idee e le tante emozioni vissute oggi...Ho tante domande a cui non trovo risposte, e un po’ la voglia di condividerle con qualcuno... 30 Novembre 2006 Altra giornata nel paesino di La Dalia. Faccio due passi qualche foto nella via principale del paese, piena di bancarelle, colori e odori che creano un mix inconfondibile: è il Centroamerica! La gente è molto tranquilla ma gli si legge in faccia un pensiero comune nel vedermi:ma come e perché questo straniero è arrivato fin qui a La Dalia? Io non lo so, chiedetelo al mio amico Norman, io so solo che si, è evidente che sono l’unico straniero qua in questo momento, ma so anche che qui mi trovo a mio agio! In mattinata Rosa mi “cattura” (a volte è un fiume in piena che non riesco ad arginare!) per portarmi a visitare la scuola della municipalità: in questo piccolo comune tutti ti accolgono come se fossi un ambasciatore! Le lezioni sono finite, non ci sono bambini, ma 5 maestre che mi fanno fare una specie di visita guidata del complesso scolastico:semplici strutture basse coi colori della bandiera nazionale, bianco e azzurro;inoltre anche loro mi illustrano i progetti che hanno di ingrandimento delle strutture esistenti, e la costruzione di bagni, visto che fino ad oggi lo stato liberale non ha mai sostenuto l’istruzione (chissà come mai...) soprattutto qui nel nord povero e rurale, lontano dagli interessi strategico-politici, con buona pace in questo caso dei bambini.. Prima di andarmene, ecco puntuale un acquazzone che mi accompagna verso la clinica. Qui mi hanno già preparato il pranzo tipico, ovvero pollo con riso e fagioli, formaggio e tortilla e un succo di frutta allungato con acqua...Avrei dovuto prendermi una bottiglietta d’acqua in una bottega, non ci ho pensato, ma ormai sono a tavola con le donne incinte che già mangiano silenziose...Vabbè, corro il rischio di bere la loro acqua. Saluto Rosa, Ernan e tutte le donne della clinica, con cui mi sono trovato benissimo! Nel primo pomeriggio riprendo il coloratissimo e affollato bus che mi riporta a Matagalpa, stavolta in compagnia della giovanissima Erika, nipote di Norman, che gestisce e amministra brillantemente l’intero progetto. Chiacchieriamo , fra ripidi tornanti e la musica ad alto volume che assorda.Siamo gli unici, gli altri occupanti, campesinos per la maggiorparte, dai visi stanchi e i lineamenti segnati dalla fatica della vita di montagna, sono silenziosi, anche tra loro..C’è solo la voce dello speaker che pubblicizza eventi natalizi. Questi percorsi in autobus sono dei piccoli viaggi nel viaggio, divertenti, massacranti e avventurosi allo stesso tempo:mi sa che quando tornerò in Italia e riprenderò per la prima volta il “freddo” metrò moderno milanese, scoppierò in lacrime dalla depressione! Comunque arrivo a Matagalpa, saluto Erika, e mi concedo due passi nella città in completa autonomia; qui di giorno, con le dovute precauzioni, non si corrono rischi. Giro un po’ curiosando per le due vie principali che uniscono le due piazze a nord e a sud della città, curiosando tra i colorati e talvolta moderni negozi e i supermercati. C’è tanta gente in giro, scatto due foto alla cattedrale e ad un monumento sandinista (questa è la città natale del fondatore del FSLN, Carlos Fonseca), e me ne ritorno nel piccolo hotel Plaza, e nel mio buco di stanza. Fra un po’ verrà di nuovo a mancare la luce, ma ho pronto il lumino! 1 Dicembre 2006 Notte da incubo! Come temevo il succo bevuto a La Dalia ieri ha prodotto i suoi devastanti effetti al mio stomaco. Ho passato tutta la notte senza chiudere occhio, incollato alla tazza del water! Che allegria! Non mi era mai successo in nessuno dei miei viaggi, è la prima volta, d’altronde ho fatto una cazzata che potevo evitare e la sto pagando...Notte lunga...Mi sento un po’ triste e soprattutto solo, ma vabbè, passerà...La mattina presto mi trascino per Matagalpa a comprare delle pastiglie in farmacia e del cibo al supermercato! Ma riesco a mangiare solo una mela, però almeno mi disidrato un po’ bevendo! Per fortuna le pastiglie cominciano a fare effetto, anche perché nel pomeriggio mi aspettano di nuovo altre 2 ore e mezza di bus per tornare a Managua...Il tragitto stavolta mi sembra interminabile!Lascio così il nord montagnoso e fresco, che a livello umano mi ha dato tantissimo in così solo poco tempo:l’esperienza nella clinica, la vita povera del campo, la dignità di questa gente che pur non avendo nulla, tira avanti tra il rassegnato e l’orgoglioso, per dare un futuro più dignitoso ai propri, tanti, figlia.Mi dispiace un po’ andarmene da qui. A Managua ritrovo il caldo umido e Norman che mi aspetta in auto alla affollata stazione dei pulman. Mi porta a casa sua per la cena, lui non ci sarà per un impegno. Guardo un po’ di tv e il tg in lingua locale, poi provo a mangiare qualcosa, ma non c’è verso, il mio stomaco non ne vuole sapere; e così, per la prima volta, provo il digiuno totale per più di 24h! Sos: qualcuno domani venga a tirarmi giù dal letto, please! 2 Diciembre 2006 Sveglia, come sempre, di buon mattino, e , grazie alla colazione che mi ha preparato Norman (cibo, alleluia!), finalmente recupero un po’ di forze! In mattinata andiamo insieme al Vulcano Masaya:lo si raggiunge lungo la strada che collega Managua a Masaya, in una mezz’ora circa di auto dalla capitale. Le distanze, ora che non mi trovo più al nord in montagna, si fanno brevi. L’ingresso è a pagamento (70 cordoba per gli stranieri, meno di 4$), c’è un piccolo museo per gli appassionati di botanica, e poi il breve tratto di sentiero sterrato percorribile in macchina fin su la cima del vulcano. Arrivati e parcheggiata l’auto, passeggiamo attorno all’ampio cratere dal quale fuoriesce un’enorme quantità di fumo (il vulcano è ancora attivo). Peccato che è talmente fitto il fumo che non si riesce in basso a vedere la lava incandescente. Allontanandosi dal cratere lungo le alture circostanti, il paesaggio fumoso rende meglio! In questo vulcano il dittatore Somoza era solito gettare i corpi dei dissidenti, fino alla Rivoluzione Sandinista che ne determinò la fine del regime, nel 1979. Questa escursione non richiede tanto tempo, e così è ancora presto quando insieme a Norman, arriviamo a Masaya. Qui faccio conoscenza con la famiglia di uno dei fratelli di Norman, Howard, sua moglie e i suoi tre figli, la piccola Renata, Raul di 12 anni e Nazareno di 14, oltre ad un paio di cagnolini che fanno avanti indietro! E’ una famiglia povera ma cordialissima e ospitale, che subito mi mette a mio agio nella loro piccola e modesta casa.. Vado con Raul a fare un giro per Masaya, è un po’ timido ma in gamba! Visito i due mercati della città: Masaya è il centro dove si produce più dell’80% dell’artigianato nazionale, e si vede. I mercati non sono quelli coloratissimi e tipici del Perù per esempio, ma sono lo stesso ricchissimi di oggetti: belle e colorate ceramiche, dipinti, vasi, stoffe e vestiti, artigianato precolombiano, rhum, sigari e qualsiasi altra trappola per turisti. Per fortuna non c’è molta confusione, così posso tranquillamente iniziare a fare le prime spese pre natalizie! I prezzi sono davvero molto convenienti. Per ritornare alla casa ci serviamo di un calesse, ovvero un carretto trainato da cavalli, tipico di questa zona, anche esso a buon mercato. Per pranzo, con tutta la famiglia, ci spostiamo nella vicina Granada, che è un po’ la perla turistica del Nicaragua: una piccola cittadina dai ritmi lenti, con belle e tranquille vie fatte di casette basse e colorate in stile coloniale. In alcuni tratti mi ricorda vagamente Trinidad di Cuba. C’è un’ampia piazza dove stanno allestendo un enorme albero natalizio di fronte alla cattedrale color arancio! L’atmosfera è rilassante, per la prima volta vedo girare diversi stranieri zaino in spalla, quanta diversità rispetto ai posti visti fino ad ora. Ahimè il mio stomaco è ancora sottosopra da ieri, e mi devo accontentare di un pranzo leggero...Da visitare c’è ancora la Casa de los 3 Mundos, un ritrovo artistico dove nel cortile alcuni giovani stanno provando uno spettacolo di danza meditativa e recitata. Alla sera, tornando verso Masaya, tappa a Los Pueblos Blancos, una serie di piccoli villaggi fatti di casette bianche, ognuna o quasi con la sua piccola bottega artigianale, quindi, altri acquisti! Ma riuscirò a farci stare questa roba nello zaino e soprattutto a farla arrivare integra? Mah...Alla cima di questi villaggi c’è un mirador, ma ci arriviamo che ormai è buio, e riesco solo ad intuire la vastità del panorama, tira un vento poi...E’ tardi ormai, salutiamo Howard e la sua famiglia e io e Norman torniamo in auto a Managua! Una volta a casa, Norman cucina una pasta come si deve, e anche il mio stomaco torna a sorridere! 3 Dicembre 2006 Prima colazione e via, destinazione Vulcano Mombacho! Io e Norman passiamo prima per Masaya, con noi infatti vengono anche Howard, Raul e Nazareno. Si paga l’ingresso, io vengo spacciato per un locale, la guardaparco mi guarda con sospetto, ma non va oltre, e così pago 25 cordoba anziché i 50 previsti per gli stranieri (neanche 2$). Ci sono due possibilità: salire lungo la strada lastricata che porta in cima, a piedi o con vecchi camion militari tedeschi adattati per i turisti.. Noi optiamo per la camminata. A giochi fatti un po’ me ne pento, infatti sono quasi 6 km di media salita (l’ultimo tratto è un po’ più ripido), però il paesaggio circostante, ricco di fitta vegetazione, alla lunga diventa un po’ monotono. Lungo il percorso vedo in lontananza un gruppo di scimmie che discutono fra loro (o con noi?). Mano mano che si sale si viene avvolti da una umida nebbiolina che mischiata al calore fa sudare non poco. Giunti alla cima sembra di essere a Milano in una giornata di nebbia: visibilità scarsa, c’è un enorme e antiestetico ripetitore oltre ad un bar-ristorante dove un gatorade mi salva dalla disidratazione precoce! Il bello del vulcano (completamente differente dal Masaya) inizia da qui: ci sono diversi piccoli e stretti sentieri che si inoltrano nella fitta vegetazione tipo giungla; è tutto bagnato per via dell’umida nebbiolina e il verde intenso la fa ovunque da padrone. Ci sono delle foglie che sembrano gigantesche! Camminiamo un po’ per questi sentieri, e alla fine il vento ci fa un regalo, spazzando via per poco tempo, in un punto panoramico, il fumo caldo del vulcano, e aprendo un bello squarcio che ci permette di ammirare in lontananza il Lago Nicaragua, con le sue piccole isolette di origine vulcanica e la città di Granada. Il cammino di ritorno, soprattutto l’inclinato primo tratto in discesa, è molto scivoloso, ma dura poco: accettiamo infatti poco più in basso della cima, lungo la strada lastricata, il passaggio offertoci nel cassone posteriore di un pick up, e così in breve tempo siamo di nuovo a valle. Dopo questa camminata mattutina, rientrati a Masaya, faccio un giro con Raul per le sue strade, dove incrocio diversi bambini vestiti con costumi tipici, e balli improvvisati in carri lungo le vie principali, il tutto in preparazione della Purissima, la festa religiosa del 7 e 8 dicembre, molto sentita da queste parti. E’ un’atmosfera strana, da festa di paese, con musica eseguita da bande che suonano strumenti musicali tradizionali, e ogni tanto qualche razzo e petardo sparato in aria. Il resto del pomeriggio me lo trascorro seduto su un muretto in compagnia di una cagnolina che non mi molla un attimo, ad osservare lo svolgere quotidiano della vita nella modesta via dove ha casa il fratello di Norman (loro sono in giro). Arriva così il tramonto, e le strade lentamente si vanno svuotando. La sera, mentre stiamo cenando in un tipico comedor di Masaya, cominciano ad arrivare le prime notizie sull’esito delle elezioni presidenziali in Venezuela: c’è molta attesa qui, come nel resto del continente americano; dalla conferma o meno di Chavez dipende il futuro di molti Paesi, di molta gente. E in questa parte del mondo non si intende più o meno tasse, ma la differenza, per esemplificare, è morire di fame ed essere sfruttati o avere ancora una speranza e una possibilità per il futuro. Per Paesi come Cuba, Nicaragua e l’America Latina tutta, la conferma di un governo amico come quello di Chavez (il Venezuela è un Paese forte, importante a livello politico, tra i maggiori produttori di petrolio al mondo, e da quando Chavez ha preso il potere, sta attraversando una fase rivoluzionaria di redistribuzione delle ricchezze, di autonomia decisionale, di eguaglianza sociale...) vuole dire ossigeno, aiuti, sviluppo e meno dipendenza/sfruttamento economico politica dagli Stati Uniti, meno sudditanza. E alla fine le notizie parlano di un ennesimo plebiscito popolare per Chavez, nonostante le immancabili ingerenze fino all’ultimo minuto dei ricchi governi occidentali, Stati Uniti su tutti (mi chiedo chi siamo noi per decidere chi e cosa è meglio per un Paese che non sia il nostro? Noi dove nelle nostre democrazie “esempio”, vota si e no il 50% della popolazione, più per dovere che per vera partecipazione...). Norman riceve diverse telefonate: è, anzi siamo invitati a festeggiare! Eh si, io e lui tornati in fretta a Managua, ci ritroviamo in uno spiazzo pieno di gente simpatizzante o attivista del FSLN che festeggia: vedo magliette del Che, di Sandino, di Chavez, e bandiere rosse e nere del Frente e bandiere venezuelane...C’è anche un palco dove gruppi giovanili intonano canzoni di lotta, e tutto attorno giovani e meno giovani che ballano e devono. Qui la birra scorre a fiumi, mentre Norman intreccia i suoi legami diplomatici con i “pezzi grossi” del Frente, io mi ritrovo a scambiare due chiacchere con diverse persone, c’è anche un nutrito gruppetto di venezuelani, giovanissimi, che vivono qui, e sono, ovviamente, tra i più euforici! Che bella questa solidarietà tra popoli, questo “sentire” le questioni del proprio Paese, quindi del proprio futuro, senza demandare il compito sempre alla classe politica per poi lamentarsene...Si, i 9000 km che in questa notte mi separano dall’Italia li sento tutti! Ogni tanto qualcuno dal microfono aggiorna i dati delle votazioni, ed ogni volta è un boato, così come quando una signora chiede un applauso per Fidel Castro! E così scorre via questa calda notte di Managua (chissà a Caracas...), tra sorrisi e qualche lattina di birra che ogni tanto mi ritrovo tra le mani, ma non so bene chi paghi... 4 Dicembre 2006 Resto a Managua: la mattina Norman ha degli impegni, così di comune accordo, mi lascia in un centro di recupero per minori disadattati, con lo scopo di raccogliere informazioni circa le attività del centro stesso, documentando il tutto anche fotograficamente, sempre nell’ottica di possibili collaborazioni e progetti con l’associazione che presiede in Italia, ovvero il CECS. Passo qui la mattinata; per la prima ora la responsabile mi illustra le loro attività, c’è una piccola scuola con tre computer, un’aula dove si cucina, una sorta di salone di bellezza, un’aula dove si costruiscono amache e un piccolo laboratorio di ceramica, tutto molto spartano, ridotto all’essenziale. Ci saranno solo 5/6 persone a gestire, e quasi 100 tra bambini e adolescenti, di cui alcuni vivono qui stabilmente. Si tratta infatti di figli di famiglie molto povere, ma anche di bambini di strada, abbandonati, maltrattati, violentati...C’è uno spaccato di vita che fa venire i brividi: dopo le spiegazioni rimango lì a scattare foto, mentre la responsabile torna nel suo ufficio. Rimango in balia dei ragazzini che tra spintoni e grida, fanno a gara per posare ...Alcuni sono visibilmente molto indisciplinati, quasi violenti. I più tranquilli e timidi ci tengono a farmi vedere che stanno facendo dei braccialetti con la corda intrecciata; faccio un po’ fatica a tenere la situazione sotto controllo. Qualche adolescente mi saluta all”americana”, con canotta da basket, anello e bandana in testa, e qualche ragazzina un po’ più disinibita mi invita a vivere con lei...Sarebbe quasi buffa la situazione, se non fosse che qui è tutto vero: la ragazzina in questione, per esempio, avrà non più di 14 anni, ed è visibilmente incinta...Mi vengono alla mente i sorrisi dei bambini poveri di Cuba...Anche qui trovo sorrisi, ma gli sguardi sono diversi...Lì vedevo la gioia di essere bambini, qui vedo la voglia di essere come i grandi, di imitarli. Non è lo stesso sorriso purtroppo. C’è solo da lodare chi si sta impegnando in questo progetto di recupero, ma mi chiedo quanto tutto ciò possa bastare, quanto il dare delle distrazioni, il toglierli dalla strada o da situazioni invivibili, possa ridargli in parte la gioia di essere bambini, ed evitare che ciò che è accaduto a loro non accada mai più a nessun altro. Mi chiedo quando anche i bambini poveri del Centro e Sud America possano avere tutti un tetto anche modesto, da mangiare tutti i giorni, l’assistenza sanitaria e scolastica garantita, e magari poi ritrovarsi lo stesso a giocare scalzi con l’acqua, perché è l’unico gioco che non costa, ma a sorridere come i loro coetanei cubani...Comunque...È tardi, Norman arriva, scambia anche lui due parole con la direttrice, e andiamo via; fuori, per le strade della disordinata Managua, ad ogni angolo di strada altri bambini. Vendono qualsiasi cosa, nelle botteghe, agli incroci o per strada, stanno semplicemente lavorando...6 o 7 anni al massimo, chissà dove dormiranno questa notte...Sono pugni nello stomaco che fanno riflettere...Dopo un veloce pasto in un ristorante vegetariano torniamo a casa. Stasera a cena abbiamo un invito importante a casa di un rappresentante del FSLN! Brrr...Quando già è buio ci buttiamo nell’infernale traffico serale di Managua: altro che tangenziale est, qui è un delirio! Le precedenze e le frecce non esistono, fermarsi a lato delle strade ostruendo le corsie è pratica abituale, e, come se la confusione non fosse già totale, ecco lo sport nazionale: il clacson!!! Sembra di essere in un videogames di autoscontri...Comunque ce la facciamo, e imboccata una buia e sterrata stradina di campagna finalmente arriviamo a casa di questo alto rappresentante del Frente, che ha organizzato e condotto la campagna elettorale di Daniel Ortega, e conduce una trasmissione radiofonica di successo nella radio del partito (Radio Ya), la più ascoltata nel Paese. Bella casa, con ampio giardino, jue box, e quadri del Che, Sandino e ovviamente Ortega. Ci sono a cena anche un Parlamentare sandinista, il rappresentante del Frente in Svezia, due signore del partito e la giovanissima e bellissima moglie del bizzarro reporter! E io che c’entro??? Aiuto, mi sento un pesce fuor d’acqua; Norman mi presenta come un italiano interessato a questa svolta nicaraguese, che collabora coi progetti del CECS...Ovviamente il tema delle conversazioni è la politica del Paese, anche a livello internazionale. Per fortuna riesco a stare dietro ai discorsi, e nel mio piccolo piccolo, ogni tanto a dire la mia o a fare domande. E’ interessante, non credevo, soprattutto perché si parla di progetti, di gente, di popolo, persone...Non freddi calcoli per fare quadrare qualche conto. Quanto è diverso qua il fare politica...Vengo a scoprire alcuni aneddoti interessanti, che in Italia difficilmente si riuscirebbero a sapere, alcune strategie, propositi...Ma ne parlano così tranquillamente? Insomma, potrei essere una spia americana...Vabbè...Bella esperienza comunque! Peccato però per la nota stonata finale, e cioè l’alcool che scorre a fiumi (io passo la serata centellinando i sorsi dell’unica lattina di birra sul tavolo, il resto è solo whisky!) fra il Parlamentare e il padrone di casa, tanto che alla fine il primo diventa davvero ubriaco, e la serata perde di senso...Che motivo aveva? Bhò...All’alba delle 2 del mattino (il tipo non ci mollava più...)io e Norman finalmente fuggiamo nell’oscurità di una deserta e, vista anche l’ora, davvero poco rassicurante Managua, e in auto ce ne ritorniamo a casa.

5 Dicembre 2006 Giornata dedicata alla visita della città di Lèon, 93 km a nord di Managua, che raggiungo con un pulmino in un’ora e tre quarti. La fermata a Lèon è proprio nella zona del mercato, dove la confusione è la regola. Mille cose, odori intensi e soprattutto tanta gente! Ma una volta usciti dal mercato la città assume tutto un altro aspetto: è tranquilla, casette basse, alcune in stile coloniale, e tantissimi giovani, non a caso è un importante centro universitario. Il sole picchia forte, oggi fa davvero caldo. C’è un vecchietto barbone che, mentre sto scattando foto ad una delle tante chiese sparse in città, mi chiede di scattargli delle foto mentre suona l’armonica; un tipo bizzarro, ma simpatico...Non voleva niente se non una foto fatta! Lèon sembra davvero tranquilla, la si gira volentieri a piedi, tanto che qui si vedono, come a Granada, giovani viaggiatori zaino in spalla come me. Ci sono tanti bei ristorantini particolari, con giardinetti, in stile un po’ new age, molti gestiti da europei venuti qua a vivere (...E la mia testolina mi rimette in moto le solite riflessioni ogni volta che li vedo concretamente), quello dove mangio è davvero rilassante, gestito da belgi, che fa anche da guesthouse. Provo anche una bibita locale, la Rojita, di un improbabile colore rosso vivo, fatta solo di coloranti, dolcissima, mi ricorda l’Inca cola peruviana! La città (qui vicino volendo c’è anche il mare) invita quasi a fermarsi più giorni, per godersi a pieno l’atmosfera, ma ahimè il tempo a disposizione non è tanto, e prima che faccia buoi mi tocca rientrare a Managua. Ho ancora il tempo per cazzeggiare un po’ su una panchina rigorosamente all’ombra nel Parque Central, di fronte all’immensa Cattedrale Metropolitana (la più grande dell’America Centrale), a catturare qualche scatto interessante, e di “trovare” la casa dove fu ucciso il dittatore Somoza nel 1953 dal poeta Rigoberto Lòpez Perez, purtroppo per nulla indicata né valorizzata; peccato, e dire che da quell’atto ebbe inizio la fine di quella lunga e feroce dittatura. Mi concedo anche l’acquisto di un paio di normalissime scarpe invernali, niente di tipico, ma vista la convenienza...Bhè, è tempo di rientrare, stasera rimango da solo a casa di Norman (che è invitato ad un’ altra cena), mi cucino una bella pasta tonno e pomodoro e poi a nanna...Starò mica perdendo la mia natura di vagabondo? Naaaa! 6 Dicembre 2006 Oggi mi rifaccio un giro per Granada, visto che giorni fa il mio stomaco non me l’aveva fatta godere a pieno. Prendo un piccolo pulmino espresso, anche esso carico di gente, che per soli 18 cordoba (1$), pur fermandosi e tirando su gente per strada, in un ora e mezza mi porta a Granada. Anche oggi caldo e il sole mette a dura prova: cartina in mano, macchina fotografica al collo e via, a passeggiare un po’ per il grande Parque Central, di fronte alla Cattedrale e poi qua e là a casaccio a cercare qualche interessante spunto fotografico. L’atmosfera anche qui è molto rilassata, per le strade pochissime auto, qualche calesse per turisti (vedo per la prima volta anche un bus turistico carico di tedeschi anziani!) e un buon numero di backpackers. La cittadina è piccola, e mezza giornata intensa basta per visitarla. Così dopo pranzo, prendo stavolta uno dei soliti pulman, per intenderci quegli scuolabus stracarichi e colorati dei primi giorni in montagna: 9 cordoba (neanche 40 dei nostri centesimi), 1h di viaggio (perché si ferma ad ogni angolo con l’aiutante dell’autista che, appeso mezzo fuori alla porta, strilla di continuo la destinazione per tirare su gente al volo!) per arrivare alla vicina Masaya, che dista da Granada solo 18 km. Sul doppio sedile davanti al mio sono in 6, due donne e 4 bellissimi bambini: questa volta non resisto, e chiedo loro di potergli fare delle foto. Accettano entusiasti e quasi mi ringraziano! Qui la gente, poco abituata al turismo, è così, gli basta farsi fare una foto a volte per essere contenta. A Masaya mi fermo giusto il tempo per qualche acquisto, dato che qui dove il turismo è scarso, l’effetto sui prezzi si sente eccome. E così, stavolta su un pulmino piccolo espresso me ne ritorno a Managua giusto per imbottigliarmi nel traffico dell’ora di punta. Oggi ultima notte qua a casa di Norman, mi tocca fare lo zaino (che palle), da domani mi sposto al sud, verso il Costarica, segno che il viaggio sta volgendo al termine; vebbè, ho ancora qualche giorno e il mare che mi aspetta, meglio pensare a questo! 7 Dicembre 2006 E’ giunto il momento di lasciare casa di Norman, che per una parte di questo viaggio mi ha fatto da sicuro nido in quel di Managua; eh si, Managua, questa capitale disordinata, priva di un centro, quasi impossibile da girare a piedi, con i suoi ampi viali dove scintillano sfarzosi casinò, centri commerciali e hotel, e le sue vie simili a baraccopoli e piene di disperati di ogni età...Vado a San Juan del Sur, a sud, lungo la Costa Pacifica; mi accompagna in auto Norman insieme al piccolo Raul, poi una volta lasciatomi lì, loro ritorneranno, e io mi fermerò lì due giorni per poi proseguire verso il Costarica. In poco più di 2h e mezza arriviamo (gli ultimi 18 km lasciata la Panamericana, sono terribili, un continuo slalom tra voragini!) Finalmente sono al mare, dopo più di un anno! Trovo un alloggio essenziale in una piccola guesthouse modesta, La Soya, poi con Norman e Raul, facciamo un breve giro per la piccola cittadina: anche qui un insieme di piccole e basse casette, ma soprattutto di una miriade di guesthouse e ristorantini, in particolare lungo la spiaggia. Per fortuna non esistono i mega hotel o cose simili! In giro pochissime auto. E tanti turisti scalzi e in costume, gringos e nord europei per la maggiore, tutti giovanissimi, insomma, quasi un posto da fricchettoni. Però in giro l’atmosfera è tranquilla e rilassata, l’unico rumore è quello perpetuo del mare. Meglio, temevo più un turismo caotico e di massa. Prima di riprendere la strada per Managua, Norman e Raul si concedono un bagno, così anche io, senza l’assillo di dove lasciare lo zaino essendo solo (me lo porrò domani il problema) mi posso concedere a mia volta qualche nuotata nell’Oceano Pacifico. La spiaggia è ampia e semideserta. Sullo sfondo del mare tante piccole barchette di pescatori ormeggiate; non è certo l’acqua turchese dei Carabi, ma è comunque calda e pulita, così come la spiaggia! Dopo un pranzo a base di pesce in un ristorantino con terrazzina sulla spiaggia, è giunto il momento dei saluti: saluto Raul e soprattutto Norman, che per me e questo viaggio è stato importantissimo come aiuto e punto di riferimento. Senza di lui difficilmente oggi sarei qui in Nicaragua, il suo Paese! E così, rimango a passeggiare da solo per le poche e piccole vie di San Juan: i visi bianco latte dei tedeschi e quelli scuri dei locali creano un bel mix. Com’è lontano il Nicaragua visto fino ad ora, quello autentico e povero, dignitoso e genuino; qui, anche se si sta comunque molto bene, sembra di essere proprio in un altro Paese, in un Paese creato apposta per non pensare, per starsene in assoluto relax. Per me che ho conosciuto anche l’altra faccia del Nicaragua, va anche bene così staccare un attimo, lo ammetto. La sera mi riverso in spiaggia: non c’è cosa più bella e romantica dello spettacolo naturale di un lungo tramonto...Anche se da soli è un po’ malinconico, ma tant’è...I colori che assumono cielo e mare sono fantastici, poi l’ombra di quelle barchette sullo sfondo, fa del tutto come dei quadri appena dipinti, col sottofondo delle onde che continuano il loro perpetuo movimento...È una bella sensazione di tranquillità...Scatto foto a ripetizione! E così il sole va a dormire, ma io no: a San Juan si gira tranquillamente anche di notte, è fatta apposta per turisti, i localini abbondano, e per la prima volta in questo viaggio, non ho la sensazione (che a volte era certezza) di essere l’unico straniero presente, anzi, qui sono proprio uno dei tanti. Dopo tanti giorni di cibo locale, come spesso mi accade nei miei vagabondaggi per il mondo, ho voglia di pizza, e scelgo un ristorante italiano, ovviamente affacciato sulla spiaggia. Ho modo di scambiare due chiacchere col proprietario, che capisce subito la mia nazionalità: è un signore quarantenne napoletano, che all’età di 33 anni ha fatto il grande salto, e mi racconta di come sta bene ora, lontano dallo stress e dall’inquinamento...Invidia, a dire poco...Le solite riflessioni sul caso sono inevitabili! La pizza però non è un granchè, così mi rifaccio il palato con un buon gelato preso per strada. C’è spazio ancora per uno scorcio di pioggia (sembrava tutto sereno...Mah!) e per il passaggio della processione per la festa della Purissima. Qui rispetto al resto del Paese, proprio poca cosa, qualche petardo nel cielo, la banda e nulla più, se penso che già dai giorni scorsi a Managua, Masaya ecc,, era ogni sera una specie di nostro capodanno, con una quantità di botti impressionante; immagino ora che starà succedendo là...La stanza è calda, però ho un ventilatore. Mi viene sete, così prima della nanna esco di nuovo e vado a comprarmi qualcosa da bere per la notte, non si sa mai. I prezzi qui, pur restando bassi per le nostre tasche, non son più quelli del resto del Nicaragua, la presenza del turismo li ha fatti alzare.

8 Dicembre 2006 La giornata inizia alle 4.30 del mattino, con una banda festosa che passa suonando proprio accanto alla finestra di legno della mia camera! Sono i festeggiamenti ancora della Purissima...Speravo fosse solo un incubo, invece...E’ destino che in questo viaggio dorma poco. Comunque, di buon mattino, dopo una colazione a base di frutta che mi concedo in un locale vista mare, mi godo un po’ la spiaggia ancora deserta, facendomi una lunga passeggiata lungo il bagnasciuga da un estremo all’altro. Che bello, non c’è ancora nessuno, tanto che, dopo vari tentennamenti, decido anche oggi, seppur solo, di concedermi un bagno; ci sono le onde abbastanza alte che mi tentano, così lascio lo zaino con l’attrezzatura fotografica dentro i un tratto di spiaggia completamente deserto e ben in vista e pluff! Ci voleva. Il tempo trascorre lentamente, non ho molto da fare; ovvero, volendo si potrebbe partecipare alle diverse escursioni che da qui portano in vicine spiagge pare da favola, ma non sono il tipo, e , avendo ancora solo oggi, preferisco oziare tra la spiaggia e il paesino. E così, sempre lentamente, si fa sera, e mi godo l’ultimo tramonto seduto sulla sabbia, con la mia inseparabile macchina fotografica: questa sera chi ha dipinto il cielo ha scelto una tonalità di arancione davvero bella...Mi diverto con i controluce di alcuni bambini che giocano a riva...Me lo godo finchè tutto diventa buio, e sono l’unico ad essere rimasto sulla spiaggia...A farmi capire che per quest’anno è ora di salutare spiaggia e mare, ci pensa il solito puntuale temporale! Alzo le vele, aspetto al riparo di un tetto che smetta un po’, e poi trovo un posto carino dove cenare. Oggi, rispetto a ieri, San Juan si è animata di gente locale, intere famiglie probabilmente qui per la Purissima, e mi sa che mi aspetta un’ altra notte insonne... 9 Dicembre 2006 E’ ancora l’alba quando carico di zaini, mi dirigo a piedi alla ricerca di un taxi E’ l’ultimo giorno qui in Nicaragua, il taxi collettivo (siamo su in 6, ovviamente io unico straniero) mi porta alla vicina Rivas, percorrendo il tratto di strada pieno di buche che separa San Juan del Sur dalla Panamericana. Qui, seduto ai bordi della strada, aspetto per quasi tre ore il passaggio del Tica Bus proveniente da Managua e diretto a San Josè, in Costarica. So già che oggi mi devo armare di pazienza...Finalmente il Tica Bus arriva, e in pochi km sono già alla frontiera, dove inizia la solita lunga trafila burocratica: controllo passaporti, dichiarazione doganale, timbro (la cosa più interessante!), poi rimonta sul bus, fai qualche metro e giù di nuovo da capo! Stavolta, rispetto al mio arrivo, è giorno, e tutto ha un aspetto diverso, anche se è uguale la confusione: ci sono i cambiavalute, i venditori di cibo, di orologi (!), e tanta gente che non si capisce che ruolo abbia! Spendo gli ultimi Cordoba rimasti (che sennò non sarebbero più cambiabili oltre confine) comprando qualche cicca da un bambino, una bibita e una pastella di pane ripiena di formaggio. Sono da poco passate le 11 del mattino quando lascio il Nicaragua...L’ingresso in Costarica è uno strazio, sono lentissimi. Per fortuna a fare passare un po’ l’agonia ci pensa una ragazza tedesca che attacca bottone, d’altronde siamo gli unici due europei in coda: mi racconta che ha da poco finito la scuola, ed è nel cosiddetto anno sabbatico, ovvero un anno spesso dedicato a viaggiare per il mondo zaino in spalla, con lo scopo di fare esperienza, prima di cominciare a lavorare o a iscriversi all’università. E’ una pratica molto diffusa nei paesi nordici, noi come al solito siamo indietro...Mi racconta che è stata diverso tempo in Centro America (infatti parla benissimo lo spagnolo), ben 3 mesi in Nicaragua, il Paese che le è piaciuto di più, soprattutto per la gente. Ora ha finito i soldi, e se ne torna a casa, ma chissà quante esperienze ha vissuto, beata lei. Dopo un irriverente quanto ridicolo controllo dei bagagli (fanno aprire a tutti zaini e valigie, alzano giusto la prima cosa che c’è e poi lasciano passare...), si risale a bordo e si parte. San Josè è lontana, ci vorranno almeno 6 ore. Poco oltre il bus viene fermato e sale a bordo un poliziotto che controlla a tutti il passaporto e poi se ne scende. Durante il percorso ascolto un po’ di musica, e intanto nella mia testa c’è più traffico che nelle vie di Managua all’ora di punta: scorrono immagini, ricordi, sensazioni, emozioni, riflessioni, desideri...Penso ai viaggi passati a quante ne ho e ne abbiamo passate, ai volti e agli sguardi incrociati qui in Nicaragua, alle condizioni di vita di questo popolo, alle mie prossime mete...Eh si, un viaggio porta inevitabilmente con sé tutto questo...Arrivo in San Josè che è già buio, e c’è un traffico infernale! Alla fermata ritrovo Silvia che è venuta a prendermi. Andiamo in taxi alla piccola guesthouse dove ho dormito la prima notte al mio arrivo, e intanto scambiamo due chiacchere col tassista, un giovane nicaraguese, emigrato qui in Costarica 16 anni fa: ci dice che è scappato non durante la guerra contro le contras finanziate dalla Cia, con l’intento di cancellare la Rivoluzione voluta dal popolo, ma dopo, quando la stessa Rivoluzione Sandinista è stata “soffocata” in nome della pace dalla democrazia “imposta” e intesa alla nostra maniera occidentale...E non è l’unico ad essere stato costretto a ciò. Ci dice che ora che Daniel Ortega ha ripreso il potere, il suo Paese ha una grande opportunità che non può farsi scappare, anche perché rispetto all’isolamento di quegli anni (c’era solo Cuba...), oggi può contare su un America Latina che sta cambiando! Arriviamo in hotel, lascio gli zaini e insieme a Silvia andiamo a mangiare qualcosa in un ristorante messicano, così ho modo di raccontarle un po’ delle mie avventure in Nicaragua. Poi ci salutiamo, lei torna in taxi nella casa dove è ospitata e io mi ritiro nella mia cameretta. Prima però sfrutto l’accesso gratis ad internet della guesthouse, e ne approfitto per vedere se in questi giorni qualcuno mi ha scritto, sono curioso...Ben 76 mail non lette, wow...Ma è tutta pubblicità! Al diavolo! Vabbè...Il tempo di sloggiare un enorme ragno (è davvero gigantesco, meno male che gli insetti non mi impressionano!) compiendo un po’ di evoluzioni, e sono pronto per passare la mia ultima notte centroamericana nel comodo letto della mia silenziosa cameretta qui a San Josè.

10 Dicembre 2006 Ci siamo...Sono le 22 circa e sono sul volo Iberia 6312 destinazione Madrid...Il viaggio sta per terminare...Oggi praticamente è stata una giornata di attesa: mattina tranquilla passata a sistemare la roba nello zaino (ce l’ho fatta!), poi in giro con Silvia per San Josè. Nonostante sia domenica c’è tanta gente in giro, i numerosi negozi sono aperti, tutti addobbati per Natale; si nota un certo benessere mischiato a povertà e sporcizia, strano mix. Qualche bella piazzetta e niente più. Così dopo un veloce pranzo in un ristorantino tipico, all’interno di un mercato al coperto, saluto Silvia, dandoci l’arrivederci in Italia (lei ne avrà ancora per qualche mese), e torno nella guesthouse, giusto per recuperare gli zaini e prendere un taxi per l’aeroporto, con un certo anticipo, non si sa mai qui col traffico...Una volta entrato, pago i 26$ di tassa per l’uscita dal Paese (sti cazzi!), faccio il ceck-in liberandomi dello zaino, e comincia così la lunga attesa , che inganno girovagando per i duty free del piccolo aeroporto di San Josè, riempiendomi lo stomaco di cioccolatini ripieni messi lì come assaggio-omaggio: troppo buoni! E ora sono in volo verso Madrid (il comandante si chiama Ortega, è destino...), poi scalo e altro volo per Milano Malpensa, poi ritiro bagagli e Malpensa shuttle, poi ancora bus verso casa...E poi? Poi finalmente casa e mille scuse e coccole a Unkas (il mio cagnone che già mi aspetta), in attesa della prossima partenza! P.S.: qualcuno faccia smettere l’anziana tedesca a fianco a me di russare, siamo decollati da soli 10 minuti! Per le foto di qs e degli altri miei viaggi, vai sul mio sito www.Vagamondi.It

di vagamondi - pubblicato il